Scarsa manutenzione delle infrastrutture del sistema sanitario, impreparazione degli ospedali ad affrontare emergenze epidemiche, presenza capillare di villaggi in cui sono assenti o scarseggiano i servizi igienici basilari e ghetti rom, questi sono gli elementi principali della combinazione esplosiva che ha trasformato i Balcani nella polveriera sanitaria del Vecchio Continente.

Come il resto d’Europa, neanche la penisola è immune dalla diplomazia delle mascherine della Cina, ma il grande protagonista della guerra degli aiuti nella regione è un altro, la Turchia.

Da Sofia a Sarajevo, nessuno escluso

La Serbia è il paese più colpito dal Covid-19 della regione balcanica, insieme alla Romania, con più di 2.600 casi e 65 morti; anche il figlio del presidente in carica, Aleksandar Vucic, è stato recentemente ospedalizzato a causa del virus. Nel paese è stato dichiarato lo stato d’emergenza, imposto un coprifuoco, e dopo il soccorso di Russia e Cina, è giunta manforte anche dalla Turchia.

Ankara ha inizialmente limitato gli aiuti ad un carico di test diagnostici, ma il 6 aprile il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha annunciato via lettera all’omologo serbo che donazioni più consistenti sarebbero presto giunte, augurando successo nella lotta al Covid-19 ed esprimendo le condoglianze per le perdite registrate.

A due giorni di distanza dalla lettera, nella giornata di mercoledì, il Ministero della Salute turco ha terminato la raccolta di mascherine protettive, tamponi e strumentazione ospedaliera, ed un aereo militare è decollato da Ankara per trasferire il carico umanitario alla Serbia, prima destinazione, e ad altri quattro paesi balcanici: Bosnia Erzegovina, Montenegro, Kosovo e Macedonia del Nord.

Belgrado, comunque sia, è il teatro sul quale Ankara si sta concentrando maggiormente. Una parte sostanziosa del carico balcanico era, infatti, destinata esclusivamente alla Serbia: 100mila maschere protettive, 2mila tute protettive, 1500 test diagnostici. E sullo sfondo di tutto ciò, la compagnia turca Tasyapi ha donato 25 posti letto per la terapia intensiva, cinque aspiratori medici ed uno chirurgico, vestiario medico ed altri beni a destinazione ospedaliera per pazienti e staff.

La Tasyapi si sta occupando della riscrittura della rete stradale serba e nel 2018 ha siglato un accordo da 285 milioni di dollari con il governo per la costruzione dell’autostrada Sarajevo-Belgrado.

La Turchia avanza, l’Ue indietreggia

Il carico di aiuti per i Balcani è stato accolto in maniera particolarmente calorosa a Pristina e Skopje, dove la presenza turca è aumentata in maniera considerevole negli anni recenti, ma molto significative sono state anche le parole del ministro della difesa serbo, Aleksandar Vulin: “In un momento difficile come questo, noi stiamo anche costruendo la nostra futura. La Serbia ricorderà sempre coloro che l’hanno aiutata”.

Il quotidiano Daily Sabah ha dato ampio risalto, giustamente, alla campagna di aiuti messa in moto per aiutare il vicinato balcanico ma anche ai malumori espressi dalle classi politiche dei suscritti paesi nei confronti dell’Unione Europea.

La Bulgaria, ad esempio, che ha ricevuto aiuti turchi nei giorni scorsi, per voce del ministro della difesa Krasimir Donchev Karakachanov, ha voluto ribadire che “neanche una sola maschera” è stata inviata a Sofia dai paesi UE. Simili critiche state lanciate anche da esponenti dei governi serbo, macedone e kosovaro.

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