Da quando il Covid-19 è sbarcato nel Vecchio Continente, colpendo in maniera particolarmente forte l’Italia, il nostro paese è rapidamente diventato il nuovo teatro del braccio di ferro fra Stati Uniti e Cina nell’ambito della cosiddetta “battaglia degli aiuti“. Per fronteggiare l’emergenza sanitaria, infatti, il governo Conte ha rivolto lo sguardo su Pechino, dal quale sta ricevendo personale medico e tonnellate di beni, in parte donati ed in parte acquistati, e ha anche accettato il supporto di Cuba e Russia.

Ma mentre l’amministrazione Trump ha gli occhi puntati su Roma, la battaglia degli aiuti lanciata da Pechino si è estesa a macchia d’olio in gran parte dell’intera Unione Europea, da Varsavia a Lisbona, delineando l’esistenza di una nuova appendice della Nuova via della seta, incentrata sulla salute.

La situazione nei paesi Visegrad

Varsavia, mercoledì 25 marzo. Nel corso di una conferenza stampa, il presidente polacco Andrzej Duda annuncia di aver avuto un dialogo telefonico con l’omologo cinese, Xi Jinping, durante il quale è stato rassicurato che la Cina è pronta ad aiutare il paese attraverso carichi di donazioni e beni forniti a prezzi competitivi e che il primo aereo sarebbe arrivato già il giorno successivo, come poi effettivamente avvenuto.

Il volo ha trasportato più di 10mila strumenti diagnostici, 20mila mascherine, 5mile tute protettive, 5mila occhiali protettivi, 10mila guanti monouso e 10mila copriscarpe, e altre spedizioni seguiranno nelle prossime settimane. I due paesi stanno anche discutendo un piano ambizioso: fare della Polonia il centro di distribuzione e smistamento dei beni medici cinesi per l’Europa centro-orientale.

In Ungheria la spedizione degli aiuti e merci è iniziata a metà marzo e, fino ad oggi, il paese ha ricevuto circa 11 tonnellate di beni via aerea e via terra. Gli aerei della compagnia a basso costo Wizz Air sono stati utilizzati per portare 30mila tute protettive e 82mila mascherine da Shanghai a Budapest, il 20 di questo mese, sullo sfondo di una donazione simbolica di 20mila mascherine da parte della China Contruction Bank al centro di approvvigionamento sanitario di stato, che sono state spedite a mezzo furgone da Parigi. L’iniziativa della banca cinese è degna di particolare interesse, poiché dovrebbe iniziare ad operare nel paese entro fine anno e il gesto è sicuramente un ottimo biglietto di visita.

Un altro volo, al cui arrivo ha presenziato lo stesso primo ministro Viktor Orban, ha invece trasportato più 3 milioni di mascherine, 100mila strumenti diagnostici e 86 ventilatori polmonari.

La situazione in Slovacchia e Repubblica Ceca è identica al resto dell’area Visegrad: i due paesi si sono rivolti alla Cina per ovviare alle carenze dei loro sistemi produttivi e alle difficoltà di reperimento dei beni sanitari all’interno del mercato comunitario. Il 19 marzo un aereo cinese ha trasportato a Bratislava un milione di mascherine e 100mila test rapidi di diagnosi, accolto dal primo ministro Peter Pellegrini e dal ministro dell’interno Denisa Sakova.

Praga ha invece stabilito degli accordi per rifornimenti regolari e prolungati, ed entro domenica è prevista la consegna di un maxi-ordine comprendente 5 milioni di respiratori, 30 milioni di mascherine e 250mila set di indumenti protettivi. La commessa segue di pochi giorni il recente acquisto di un milione e 100mila di respiratori e 150mila test diagnostici, l’arrivo di un milione di mascherine e 100 tonnellate di materiale medico, sempre dalla Cina.

La decisione delle autorità di riporre cieca fiducia sui venditori cinesi, comperando straordinarie quantità di beni, sta però rivelando delle insidie. L’ospedale universitario di Ostrava ha denunciato che un carico di 300mila test rapidi, acquistato dal governo per la cifra di quasi 2 milioni di euro e destinato alla copertura della parte orientale del paese, è praticamente inutilizzabile perché gli strumenti sono quasi tutti malfunzionanti. 8 test su 10 si sono dimostrati inaffidabili, mostrando risultati falsi, ossia diagnosticando il Covid-19 a soggetti sani e viceversa.

Il Portogallo

Neanche il Portogallo è rimasto esente dalla battaglia degli aiuti. L’ufficio degli affari esteri della città di Shanghai ha donato 461 chili di beni medici a Porto, la sua città gemella, comprendenti maschere, occhiali protettivi, abbigliamento ospedaliero, test diagnostici; mentre la città di Shenyang ha invece annunciato la prossima donazione di 10mila maschere e 500 camici protettivi alla città di Braga.

Anche le comunità cinesi residenti nel paese hanno dato luogo ad iniziative piccole ma simboliche: a Vila do Conte sono state raccolte e donate 1500 mascherine.

La via della seta della salute

Da Varsavia a Lisbona, passando per Budapest e Roma, sembra palesarsi con forza, all’orizzonte, quella che è già stata ribattezzata la “via della seta della salute“. La diplomazia delle mascherine rappresenta la parte meno grave del problema, poiché aggirabile rifiutando le donazioni e prediligendo gli acquisti in altri mercati, ma l’apparire di forme di dipendenza dall’estero per quanto riguarda un settore vitale per la sicurezza nazionale quale è la sanità, pone seri rischi per il futuro dei singoli paesi europei.

Produzioni di beni strategici come mascherine e strumentazione ospedaliera non dovrebbero essere delocalizzate, e neanche sottoposte a tagli, ma adeguatamente protette ed organizzate in maniera tale da poter affrontare eventuali ed improvvise crisi sanitarie. L’esplosione della pandemia ha mostrato gli effetti esiziali dell’esternalizzazione e del declassamento del settore, facilitato l’agenda cinese dell’untore-salvatore e mostrato l’intrinseca debolezza strutturale dell’Unione Europea, che sulla carta rappresenta la seconda economia mondiale ma nella pratica si è scoperta parzialmente dipendente per la propria sopravvivenza da un paese terzo.

Il modo in cui i principali giocatori del mondo gestiranno la crisi in corso sarà fondamentale per la riscrittura degli equilibri di potere nel dopo-Covid19, perché i piccoli e medi attori rivolgeranno lo sguardo a chi ha saputo offrire di più e meglio. L’Unione Europea sta uscendo come la grande sconfitta della partita, mentre è ancora incerta la sorte degli Stati Uniti, che dopo la diffidenza iniziale hanno compreso la dimensione geopolitica della pandemia, ma il terreno da recuperare nei confronti della Cina è e sarà considerevole.

La salute, che fino a pochi mesi fa ricopriva un ruolo irrilevante all’interno della Belt and Road Initiative, si pone oggi come una delle più importanti sfide che Pechino è chiamata ad affrontare nella lunga corsa verso l’egemonia sull’Eurasia, e potenzialmente sul mondo, e la realizzazione dell’ambizioso sogno di potere passerà inevitabilmente dal modo in cui il paese riuscirà ad accreditarsi presso partner vecchi e nuovi come l’unica ancora di salvezza in mezzo all’insicurezza e al caos della globalizzazione.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME