Nuove tensioni all’orizzonte tra Stati Uniti e Cina. Nel bel mezzo della pandemia provocata dal nuovo coronavirus, le due superpotenze del mondo tornano ad affrontarsi in campo aperto dopo settimane di calma apparente. Il casus belli, questa volta, è da ricercare nel Covid-19, l’agente patogeno che, partito dalla città di Wuhan, si è diffuso nei cinque continenti, provocando oltre 200mila contagiati e quasi 10mila morti. Numeri, questi appena citati, che continuano a cresce di ora in ora e che adesso potrebbero già essere aumentati.

Finché il nuovo coronavirus circolava in Asia e in Europa, gli Stati Uniti sono rimasti nell’ombra pensando ai propri affari. In un secondo momento anche Washington ha dovuto inesorabilmente fare i conti con la nascita di veri e propri focolai, gli stessi che oggi hanno costretto Donald Trump a prendere misure drastiche per fronteggiare una crisi sanitaria ed economica che si preannuncia senza precedenti.

Con i nervi a fior di pelle, l’amministrazione Usa ha iniziato a lanciare accuse alla Cina. Trump, su Twitter, ha definito il Covid-19 “virus cinese” per rimarcare il fatto che tutto è partito da Pechino. Nei giorni precedenti il governo cinese era stato chiaro: guai aggiungere al virus l’aggettivo “cinese”. E così, alle esternazioni di Trump, il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, ha chiesto  agli Usa “di correggere immediatamente i loro errori” e “di porre fine alle accuse gratuite nei confronti della Cina”.

Nuove scintille tra Washington e Pechino

Ma perché Trump ha definito il Covid-19 “virus cinese” con la chiara intenzione di polemizzare con Pechino? A spiegarlo è lo stesso presidente americano: “La Cina stava diffondendo l’informazione che sono stati i nostri militari a diffonderlo da loro. Lo dobbiamo chiamare per il posto da dove viene, viene dalla Cina”. La scorsa settimana, infatti, Zhao Lijian, il portavoce e vicedirettore del dipartimento dell’informazione del ministero degli Esteri cinese, aveva rilanciato su Twitter una teoria sulla responsabilità di militari americani nella diffusione del virus a Wuhan.

Un’accusa dietro l’altra, siamo arrivati alla reazione di Trump seguita dalla contro reazione della Cina. Il problema più grande, per Washington, è che il Dragone si trova in una posizione di vantaggio. Il governo cinese ha già superato l’onda d’urto del virus e adesso, grazie a una politica estera volta a riempire i vuoti lasciati proprio dagli Usa, è pronto a ergersi a salvatore delle patrie. L’esempio più eclatante è l’Italia: da giorni Pechino sta inviando aiuti al nostro Paese, tanto che anche gli Stati Uniti, temendo di perdere l’alleato italiano, hanno iniziato a supportare Roma sulla scia dei cinesi.

Un aspetto da non sottovalutare

La diatriba sul Covid-19 apre anche un altro scenario: quello relativo ai medicinali. All’inizio di marzo l’agenzia Xinhua ha pubblicato un articolo nel quale, usando il condizionale, veniva fatto presente agli americani che se la Cina avesse davvero intenzione di vendicarsi degli Stati Uniti in un momento così delicato, potrebbe tranquillamente farlo.

In che modo? Ora che il virus sta creando problemi nel territorio statunitense, Pechino potrebbe vietare le esportazioni di prodotti medici verso Washington. Sia chiaro, l’articolo affermava espressamente che il Dragone non avrebbe mai fatto niente del genere ma, allo stesso tempo, metteva in guardia gli Stati Uniti. La maggior parte delle mascherine vendute negli usa sono  infatti fabbricate e importate dalla Cina. Dunque, se il Dragone dovesse chiudere la saracinesca, negli Stati Uniti verrebbero a mancare “le misure più basilari per prevenire il coronavirus”.

Le debolezze degli Usa

Come se non bastasse, torna alla memoria un articolo apparso la scorsa estate su Arizona Capitol Times. Nell’ultimo trentennio l’industria farmaceutica americana ha delocalizzato la maggior parte della propria produzione all’estero, tanto che adesso gli Stati Uniti non sono più in grado di produrre autonomamente antibiotici per curare varie infezioni.

Basti pensare che la Cina sopperisce al 40% delle componenti attive presenti nei farmaci americani e all’80% degli ingredienti usati dall’India per realizzare farmaci generici (particolare non da poco: Nuova Delhi è il primo fornitore globale di questo tipo di farmaci). Morale della favola: se la Cina dovesse smettere di rifornire Washington, gli Stati Uniti avrebbero un serio problema con le medicine.

La guerra dei giornalisti

La schermaglia tra le parti, intanto, prosegue. L’ultima mossa è cinese. Come sottolinea Agenzia Nova, Pechino ha emanato ordine di espulsione dal paese per i giornalisti di cittadinanza statunitense dei quotidiani New York Times, Wall Street Journal e Washington Post.

Il ministero degli Esteri ha spiegato che i giornalisti Usa i cui accrediti scadranno entro la fine del 2020, devono informare il Dipartimento di informazione del ministero degli Affari esteri entro quattro giorni a partire da oggi, e restituire le loro tessere stampa entro 10 giorni di calendario.

I giornalisti in questione non potranno continuare a praticare la loro professione nella Repubblica Popolare Cinese, incluse le regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao. Il ministero ha inoltre richiesto ai tre media sopracitati, a Voice of America e a Time Magazine che i loro uffici cinesi dichiarano in forma scritta informazioni sul loro personale, situazione finanza, operazioni e proprietà immobiliari in Cina. Inoltre, prosegue il ministero, in risposta alle restrizioni che gli Stati Uniti hanno imposto ai giornalisti cinesi in materia di visti, revisione amministrativa e relazioni, la Cina prenderà misure eguali contro i giornalisti Usa.