L’emergenza coronavirus ha messo in stato d’allerta il mondo intero. Ogni Paese ha preso le dovute misure di sicurezza per cercare quanto meno di contenere la diffusione del 2019-n-Cov e limitarne la presenza sul proprio territorio. Casi di pazienti infetti sono stati riscontrati negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Italia e ovviamente in Asia, il continente dal quale è partito il contagio.

La Cina sta attraversando un momento inedito nella sua storia: ha staccato la spina del suo motore economico (con inevitabili contraccolpi all’economia), messo in quarantena intere province, intimato ai residenti dell’area infetta di limitare l’esposizione all’aria aperta se non in casi di estrema necessità, sospeso ogni collegamento turistico.

Tutto questo potrebbe contribuire a modificare – in parte lo ha già fatto – la geopolitica cinese. È abbastanza logico: se la prerogativa di Pechino è sconfiggere il coronavirus, il governo concentrerà tutte le sue risorse sul fronte sanitario interno, senza curarsi di alimentare i rapporti economici con i suoi partner. Il business può aspettare ma i partner possono fare altrettanto?

I legami tra Cina e Corea del Nord

Prendiamo la Corea del Nord, nazione che vanta rapporti fraterni con la Repubblica Popolare cinese. La Cina ha sempre supportato Pyongyang nel braccio di ferro intrecciato e a distanza con gli Stati Uniti.

L’ex Impero di Mezzo ha fornito ai cinesi aiuti economici, militari, tecnologici e strategici. Ha alzato la voce quando Washington, nel corso degli anni, ha minacciato di scatenare l’inferno oltre il 38esimo parallelo. Ha fatto capire ai vari presidenti americani che si sono succeduti che non era il caso di toccare la Corea del Nord.

Secondo le ultime stime, la Cina è il primo partner commerciale del governo nordcoreano, con un interscambio che supera il tetto dei 5 miliardi di dollari e una dipendenza che supera il 70%. In altre parole, come hanno più volte ripetuto numerosi esperti, qualora Pechino decidesse di chiudere il rubinetto degli aiuti, i Kim rischierebbero di cadere come foglie in autunno.

Vessati dalle sanzioni statunitensi, isolati dal commercio internazionale – e per questo alle prese con una situazione economica non proprio florida – senza la Cina i nordcoreani non riuscirebbero probabilmente ad andare avanti in maniera autonoma.

Una “minaccia esistenziale”

Tornando al 2019-n-Cov, secondo quanto riferito dall’ambasciatore britannico in loco, la Corea del Nord ha annunciato che tutte le rotte aree e ferroviarie con la Cina sono temporaneamente sospese. Il problema è che quelle stesse rotte coincidono con i collegamenti che consentono a Pyongyang di commerciare con Pechino.

Senza la longa manus cinese, che cosa ne sarà del governo nordcoreano? Difficile dare una risposta. Certo è che un contagio di coronavirus nel cortile di Kim Jong Un potrebbe davvero risultare fatale per una nazione che deve già far fronte a tanti altri problemi.

Nel frattempo l’ufficio di collegamento intercoreano a Kaesong, non lontano dal confine militarizzato tra le due Coree, è stato temporaneamente chiuso proprio in risposta alla diffusione del nuovo coronavirus cinese. I funzionari sudcoreani distaccati presso l’ufficio rientreranno in Corea del Sud quanto prima.

Una fonte del ministero dell’Unificazione della stessa Corea del Sud ha ribadito che “Sud e Nord hanno concordato di mantenere i contatti reciproci installando linee telefoniche e fax tra Seul e Pyongyang”. In ogni caso, fino a questo momento, la Corea del Nord non ha fornito alcuna informazione in merito ad eventuali casi di contagio da coronavirus in territorio nordcoreano, ma i media di Stato di quel Paese hanno definito il virus una “minaccia esistenziale”.

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