L‘Istituto italiano di cybersecurity (Iic) non è ancora nato ma ha già subito un pesante ridimensionamento delle sue prospettive operative e ha già suscitato forte dibattito. Negli scorsi giorni avevamo dato contezza della rilevanza della nascita di una fondazione italiana destinata a promuovere la cultura della sicurezza e il ruolo dell’intelligence, ma anche sottolineato come ciò potesse aprire equivoci sulla possibile scelta del premier Giuseppe Conte di gestire come “feudo” personale i servizi segreti. Possibilità valutata con serietà dal Partito Democratico, che ha spinto a un ridimensionamento da 210 a 10 milioni di euro dei fondi stanziati per l’Iic e avvertito, per bocca dei ministri Dario Franceschini e Lorenzo Guerini, che Conte insistendo rischia l’incidente in Parlamento.

Ma sul dossier si è mosso, con tempismo, anche il Copasir, che ha nella vigilanza sull’attività dell’intelligence una sua mansione primaria. E spicca il fatto che il comitato di Palazzo San Macuto abbia notevolmente modificato la sua agenda per infilare, alle 12.30 di oggi, un’audizione del prefetto Gennaro Vecchione, direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) che coordina i servizi italiani. Il Copasir vuole vederci chiaro sull’Iic e mira a parare tempestivamente il “blitz” di Conte: le funzioni dell’Iic potranno essere sicuramente benemerite per la promozione della cultura dell’interesse nazionale, ma il comitato diretto dal leghista Raffaele Volpi intende capire per tempo in che modo il futuro istituto si coordinerà e in che misura invece si sovrapporrà con i gangli delle istituzioni già deputati a seguire il tema cyber e le questioni di intelligence, sia in ambito civile che nel campo militare.

Il personalismo del premier è stato considerato dal Pd uno schiaffo, mentre il Copasir intende capire le conseguenze dell’articolo 104 (ex 96) della legge di bilancio approvata dal Consiglio dei Ministri, che stabilisce l’istituto come un organo di esperti e tecnici che risponderà direttamente al premier e al Dis con il compito di “promuovere e sostenere l’accrescimento delle competenze e delle capacità tecnologiche, industriali e scientifiche nazionali nel campo della sicurezza cibernetica e della protezione informatica”. Logico che Volpi e i suoi colleghi vogliano interrogare Vecchione sulla possibilità di coinvolgere il Parlamento e i comitati di garanzia nella coordinazione delle attività dell’Iic, di fatto annacquando il tentativo di Palazzo Chigi di ampliare la ramificazione del suo controllo sul comparto dell’intelligence.

Può Vecchione sottrarsi a tale necessità tutt’altro che campata per aria? A nostro avviso no, specie se vuole costruire consenso attorno alla possibilità di ottenere un secondo mandato alla guida del Dis in vista dell’imminente scadenza del primo, prevista per il 10 dicembre: per farlo non può certamente inimicarsi il Copasir, così come il premier non può andare muro contro muro con la sua maggioranza. Il caso estivo del “blitz” dei deputati Cinque Stelle contro il rinnovo del direttore dell’Aisi Mario Parente non può, nell’ottica della fragile maggioranza giallorossa, ripetersi, e un incidente in aula sull’Iic ad opera di possibili franchi tiratori della maggioranza comprometterebbe la posizione politica di Palazzo Chigi e affosserebbe anche le possibilità di Vecchione di essere riconfermato.

Mina vagante in Parlamento, una volta di più, sarà l’ago della bilancia della maggioranza, Italia Viva di Matteo Renzi. Un esponente del centro liberale nel governo, il ministro della Famiglia Elena Bonetti ha suggerito di stralciare la norma sulla fondazione dalla bozza di legge di bilancio: il partito di Renzi da tempo contesta il personalismo di Conte sul dossier intelligence e mesi fa ha chiesto per un suo esponente, Ettore Rosato, la delega ai servizi oggi tenuta dal premier. Conte, insomma, potrebbe essersi inserito in un ginepraio. E al Copasir, una volta di più, spetta il ruolo di camera di compensazione bipartisan dell’incidente politico. Coi servizi non si scherza, ed è bene ricordarlo sempre.