Barack Obama, nel corso della sua carriera politica, ha continuamente evidenziato il controllo sulla circolazione delle armi da fuoco negli Stati Uniti come uno dei suoi principali cavalli di battaglia. Poco prima dell’elezione di Obama alla Casa Bianca, nel 2008, il direttore della National Rifle Association, Wayne LaPierre, dichiarò che mai nella sua storia la lobby delle armi si era trovata di fronte a un candidato tanto deciso a contrastare il contestato diritto rivendicato dai fautori del Secondo Emendamento della Costituzione.

Obama ha firmato decine di ordini esecutivi volti a restringere la circolazione di armi da fuoco, regolamentare i controlli e evitare abusi quali quelli verificatisi in occasione delle gravi stragi che segnarono la sua presidenza, come quella di Sandy Hook del 2012 o quella di Charleston del 2015. Proprio dopo il devastante attacco alla scuola elementare del 2012, Obama attaccò frontalmente il mercato delle armi da fuoco firmando 23 ordini esecutivi concernenti, in primis, il possesso di armi d’assalto e di munizioni. 

Tuttavia, nonostante l’energia profusa dal primo Presidente afroamericano della storia statunitense, tra il 2009 e il 2017 il Congresso non ha mai approvato alcuna norma volta a istituire un quadro normativo chiaro per il gun control. Come ricordato da Ben Garret su Thought Co., Le uniche due leggi di emanazione congressuale firmate da Obama relative al tema delle armi, di fatto, ne estendevano l’uso permettendo ai cittadini statunitensi di portare armi da fuoco nei parchi nazionali e in bagagli registrati, in revisione di provvedimenti emanati nel corso delle amministrazioni repubblicane di Ronald Reagan e George W. Bush.

2013: la riforma di Obama si infrange al Congresso

Dopo la prostrazione morale inflitta al Paese dalla tragedia del 2012, Obama portò avanti la grande riforma destinata a regolamentare in maniera onnicomprensiva il traffico di armi sul suolo statunitense. “Parve allora possibile sfruttare l’ondata emotiva suscitata dalla strage”, scrive Mario Del Pero nel suo saggio Era Obama “per sfidare un tabù” e l’esorbitante influenza della NRA nella politica americana.

Obama non riuscì a vincere il braccio di ferro con la lobby delle armi: il Senato a maggioranza repubblicana respinse la richiesta di messa al bando delle armi d’assalto, che ricevette solo 40 voti a favore su 100, mentre la NRA andò vicina a mandare in porto un disegno di natura opposta volta a deregolamentare ulteriormente il possesso di armi.

Obama perse, in primo luogo, perché non fu capace di separare il lato puramente emotivo e morale dalle proposte di policy: il pragmatismo e il gradualismo tipici del Presidente in questo caso non si manifestarono. La “battaglia delle idee” arrise alla NRA, che ebbe gioco facile a sovrapporre la campagna per la promulgazione di una legge che, al più, ricalcava il bando decennale del 1994 con un attacco a una libertà costituzionalmente garantita e a un’indebita intrusione del Governo nella vita di privati cittadini.

Cosa insegna l’era Obama sulle armi

Il bilancio della campagna di Obama sul gun control si può definire in chiaroscuro: il fallimento dell’obiettivo di garantire una riforma completa ha sicuramente segnato una presidenza che, in numerosi ambiti, ha dovuto scontare, molto spesso in maniera ingenerosa, gli scostamenti tra le ambizioni suscitate e i risultati conseguiti.

In questo contesto, l’esperienza di Obama insegna a futuri riformatori desiderosi di imporre controlli più stringenti sulle armi come l’onda emotiva suscitata da una strage non possa bastare in sé stessa a sviluppare una decisa risposta politica al problema della proliferazione delle armi: il risultato più significativo della NRA è stato il conseguimento di una vera e propria egemonia della rappresentanza dei possessori di armi da fuoco nel Paese e l’imposizione di una linea oltranzista. Il peso di una lobby forte di milioni di aderenti e poteri di condizionamento elettorale non si potrà certamente esaurire solo di fronte a fiumi di parole, marce di protesta e proposte estemporanee: i fautori del gun control dovranno essere in grado di sapersi tramutare a loro volta in gruppo di pressione ed esercitare un potere e un’influenza tali da spostare l’argomento dalle discussioni morali sui principi al terreno delle issues elettorali.

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