La geopolitica della corsa allo spazio
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Il problema delle derrate alimentari bloccate nei porti del Mar Nero diventa il tema più importante dei rapporti tra Europa e Russia. Tanto da sostituire, almeno pubblicamente, il nodo altrettanto spinoso dell’energia.

L’ultima telefonata tra il premier Mario Draghi e il presidente russo Vladimir Putin si è concentrata su questi due temi cruciali per le sorti del Vecchio Continente ma anche della stessa stabilità internazionale. E Draghi ha posto l’accento sul fatto di trovare una strada per evitare una crisi alimentare di proporzioni ancora poco chiare, ma di certo enormi, in grado di destabilizzare intere regioni anche a ridosso dell’Europa. Stando alle indiscrezioni trapelate da Palazzo Chigi e dai comunicati giunti dopo la conversazione telefonica, l’impressione è che sul punto si sia raggiunto un accordo sulla volontà di arrivare a una soluzione condivisa”. Ancora poco vista l’urgenza dell’allarme. Ma ora si prova almeno una via per evitare che il blocco dei cereali nei porti ucraini si prolunghi per altre settimane. Non è uno spiraglio di pace: lo ha fatto capire quel secco “no” di Draghi in risposta ai giornalisti che chiedevano se avesse percepito spiragli in questo senso da parte del Cremlino. Ma è un tentativo di dialogo per fermare almeno gli effetti disastrosi che potrebbero crearsi con il prolungamento dei blocco dei porti ucraini.

Un dialogo che però ha un primo e fondamentale ostacolo: il controllo delle rotte. Come riporta il Corriere della Sera, una delle richieste avanzate da Mosca in caso di apertura dei “corridoi alimentari” sarebbe quella di controllare le rotte dei cargo in partenza dai porti ucraini. In sostanza, la possibilità di sapere in anticipo il porto di destinazione e eventualmente dare il placet alla possibilità della nave di partire e navigare in sicurezza attraverso il Mar Nero. Insieme a questo, Putin ha chiesto la rimozione delle sanzioni “politiche” nei confronti della Russia e del suo sistema di potere. Sulla seconda questione è già arrivato il “no” di Washington. La nuova portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre, ha risposto alle richieste di Putin dicendo che “è la Russia che sta attivamente bloccando l’esportazione di cibo dai porti ucraini e sta aumentando la fame nel mondo” e “al momento non si è discusso” di togliere alcuna sanzione. Ma sul primo punto, quelle delle rotte del grano, si gioca una partita strategica fondamentale.

La possibilità di Mosca di ottenere il pieno controllo dei traffici alimentari che dal Mar Nero sfamano, letteralmente, diversi Paesi, è un elemento centrale sia in chiave militare che politica. Dal punto di vista bellico, non è certo un caso che la progressiva avanzata sulle coste del Mar Nero abbia fatto sì che l’esercito russo volesse ottenere il controllo del Mar d’Azov e di diversi porti fondamentali per l’Ucraina e per i traffici internazionali di cereali e fertilizzanti. In gioco, in Ucraina, non c’è solo il controllo della produzione, quindi dei campi di grano e dei depositi, ma anche dell’esportazione di questi prodotti. Un tema che in qualche modo rievoca quanto già visto per gas e petrolio: il controllo del giacimento ma anche di gasdotti e oleodotti che trasportano gli idrocarburi sono due livelli diversi ma altrettanto fondamentali come strumenti di contrattazione e di potere.

Proprio per questo motivo, la cosiddetta “operazione militare speciale” di Putin, sul fronte marittimo, è andata avanti inesorabilmente e nonostante alcuni episodi che hanno dimostrato le gravi lacune della flotta russa, a partire dall’affondamento del Moskva così come di altre unità della Flotta del Mar Nero. Da quegli attacchi, Mosca sembra avere definitivamente accelerato per evitare ulteriori sconfitte. E con la conquista dell’isola dei Serpenti – altro crocevia strategico del mare ucraino – appare al momento abbastanza certa la capacità russa di monitorare il fronte sud ad eccezione della città di Odessa. In questo modo, la Russia ha potuto blindare la Crimea, il Donbass, e unirli a livello costerò. Ma l’obiettivo a lungo termine è anche quello di estromettere Kiev dagli sbocchi sul mare per strozzare definitivamente qualsiasi indipendenza di un futuro status ucraino.

Per la Russia, per l’Ucraina e per il mondo si tratta di una partita assolutamente decisiva. Per ora si provano strade alternative per il grano ucraino. In Lituania sono arrivati i primi carichi sperimentali per vedere se è fattibile utilizzare i porti del Paese sul Baltico. Le ferrovie ceche, insieme a quelle tedesche, stanno lavorando per trasportare carichi in Germania. Altri tentativi vengono fatti provando a sfruttare i porti della Polonia o dell’Adriatico. Ma la corsa contro il tempo non permette risposte efficaci. L’unica è quella di sbloccare i porti del Mar Nero. L’ipotesi britannica di una “coalizione di volenterosi” che scorti i cargo di grano in partenza dalle coste dell’Ucraina e dei territori occupati dai russi appare non solo di complessa realizzazione ma anche estremamente rischiosa. Il tentativo di Draghi e lo spiraglio aperto da Putin sullo sblocco in cambio del controllo delle rotte, appare un possibile, quanto difficile da accettare, tentativo di compromesso per evitare un’emergenza mondiale.

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