La Repubblica Democratica del Congo è in festa: lo scorso 5 aprile, nella capitale Kinshasa i giocatori della nazionale di calcio hanno sfilato come trionfatori. Sull’autobus non c’era una coppa, ma forse qualcosa di più importante: la qualificazione al prossimo mondiale, evento che mancava da 52 anni. Certo, il Paese africano è alle prese con una situazione drammatica a livello economico e di sicurezza e, soprattutto, con una guerra che imperversa nelle regioni orientali del North Kivu e South Kivu. L’approdo a un mondiale però, almeno per qualche giorno, ha messo in secondo piano i guai e i disastri che la popolazione quotidianamente è costretta da tempo a subire. Anche perché, il ritorno a una competizione iridata non era atteso solo per orgoglio sportivo. Al contrario, ci sono motivazioni storiche e anche politiche dietro la festa di un’intera popolazione.
Come si è arrivati al mondiale del 1974
Il pass per il mondiale nordamericano i congolesi lo hanno strappato a Guadalajara, lì dove hanno disputato la finale dei play off cosiddetti “interzona”. Giocati cioè tra le migliori posizionate all’interno di più confederazioni continentali. Il gol che ai supplementari ha permesso alla Repubblica Democratica del Congo di battere la Giamaica e andare ai mondiali, siglato dal difensore Axel Tuanzebe, ha subito riportato alla memoria dei meno giovani la vittoria contro il Marocco del 1973. Quella che ha permesso alla locale nazionale di partecipare al primo e finora unico mondiale della sua storia. La sfida di oltre mezzo secolo fa, ha riscritto la storia del calcio africano: per la prima volta infatti, la kermesse ha visto la presenza di una squadra subsahariana. Fino a quel momento, solo Egitto e lo stesso Marocco avevano rappresentato l’Africa in un mondiale.
La qualificazione a Germania Ovest 1974 è arrivata al culmine degli anni d’oro del calcio congolese. La rivalità interna tra il Vita, formazione di Kinshasa, e il Mazembe di Lubumbashi ha fatto fiorire una generazione in grado di dominare il calcio continentale. Nel 1968 proprio il Mazembe ha portato a casa la prima coppa dei campioni africana vinta da un club congolese. E, in quello stesso anno, la nazionale ha vinto la sua prima Coppa d’Africa. Nel 1973, è stato il Vita a imporsi nella rassegna continentale e l’anno dopo la nazionale ha bissato il successo nel torneo principale. L’approdo al mondiale doveva rappresentare il definitivo salto di qualità. Ma, al contrario, si è rivelato un incubo.
Un’esperienza da incubo
All’epoca il Paese si chiamava Zaire ed era retto con il pugno di ferro da Mobutu Sese Seko. Lo stesso che, attratto dal soft power legato allo sport, proprio nel 1974 ha organizzato a Kinshasa l’incontro del secolo di pugilato tra Mohammed Alì e George Foreman. Mobutu ha quindi avuto ben chiaro, in tempi non sospetti, il significato di “sportwashing“. I successi dei giocatori, sono così ben presto diventati i successi del proprio regime. Ma quando ha visto la nazionale subire nove reti dalla Jugoslavia nella seconda partita del girone mondiale, il dittatore è stato categorico: in caso di sconfitta con oltre tre gol di scarto contro il Brasile, ci sarebbero state punizioni esemplari contro i calciatori e le famiglie. Si è così arrivati alla sfida del 22 giugno a Gelsenkirchen contro i verdeoro, capaci di segnare tre reti entro il 79′.
Pochi minuti dopo, quando Rivelino si è posizionato sul pallone per battere una pericolosa punizione, il difensore Joseph Mwepu Ilunga si è staccato dalla barriera per allontanare il pallone. Molti hanno riso di quel gesto, interpretandolo come una scarsa conoscenza delle regole da parte dei giocatori africani. Si è invece trattato di gesto dettato dalla disperazione e dal terrore. La nazionale dello Zaire purtroppo, da lì in avanti, è rimasta nell’immaginario collettivo per quell’apparente goffa azione di Ilunga. E non invece per quanto rappresentato per la crescita del calcio africano. Per questo, adesso, ai giocatori che andranno in nord America verrà chiesto di scendere in campo anche per riabilitare le memoria di Ilunga (scomparso nel 2015) e dei suoi compagni
Una scuola calcistica in cerca di conferme
Dopo quel mondiale e dopo quanto accaduto in Germania, il calcio congolese è sparito dai radar. Le vicende del 1974 hanno in tal senso pesato e non poco. Il mondo si accorgerà dell’Africa calcistica grazie al Cameroun, alla Nigeria, al Senegal e allo stesso Marocco, prima squadra del continente ad arrivare in una semifinale. Eppure, il primo vero segnale è arrivato dal Congo. L’organizzazione e gli investimenti dei due club più rappresentativi del Paese, hanno portato mezzo secolo fa alla ribalta la locale scuola calcistica e ne hanno fatto un importante punto di riferimento.
Da oltre 50 anni quindi, si aspettava l’occasione giusta per ricordare al mondo che la scalata del calcio africano e subsahariano è partita dal Congo. Nel 2010 si è avuta una nuova importante fiammata della scuola congolese, con il Mazembe capace di diventare la prima squadra africana a qualificarsi per la finale del mondiale per club. Adesso, a distanza di 16 anni, il Paese è pronto a riprendersi la scena. Sperando di vedere nel calcio un elemento di riscatto per il proprio futuro politico ed economico.