Quella che a lungo non è stata nient’altro che una teoria del complotto, strillata a gran voce ma pur sempre una teoria del complotto, dal 9 agosto di quest’anno sembra aver trovato riscontro in una fuga di documenti classificati: la caduta di Imran Khan, carismatico primo ministro del Pakistan prima sfiduciato e poi condannato al carcere, sarebbe il risultato di un’operazione coperta degli Stati Uniti.

Lo scoop è targato The Intercept, uno dei più rinomati portali di giornalismo investigativo del mondo, e il caso, o il fato, ha voluto che fosse curiosamente realizzato alla vigilia dell’80esimo anniversario della congiura che ha cambiato la storia del Medio Oriente: l’operazione Ajax. Ed è legittimo chiedersi se anche l’operazione Khan verrà ricordata, un domani, come il punto d’origine di un capolinea oggi invisibile.

Khan deve cadere

7 marzo 2022. Manca poco meno di un mese alla nascita della crisi politico-costituzionale che porterà alla sfiducia di Imran Khan da parte del parlamento, la prima nella storia di Islamabad, e tre persone si sono incontrate per discutere della condotta del premier pakistano e delle eventuali misure che potrebbero essere adottate per metterlo fuori gioco in vista delle generali dell’anno seguente.

I sondaggi dicono che Khan è il politico più popolare del Pakistan, nonché il favorito alle incombenti generali, e il conseguimento di un suo secondo mandato sembra sicuro come il sorgere del Sole. E questo per gli Stati Uniti è un problema: non solo il primo ministro ha sigillato le relazioni con la Cina, ma ha (di)mostrato di essere intenzionato ad avviare un disgelo persino con la Russia, rivale di vecchia data, porgendo come ramoscello d’ulivo l’assunzione di una “postura aggressivamente neutrale” nella guerra in Ucraina.

Le tre persone che stanno cercando di capire in che modo trattare il fascicolo Imran Khan sono l’ambasciatore del Pakistan a Washington, Asad Majeed Khan, e due ufficiali del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Donad Lu e Les Viguerie. Questi ultimi due hanno invitato l’ambasciatore Khan a pranzo per presentargli una proposta indecente: deporre Khan con un voto di sfiducia in cambio di “relazioni più cordiali” con gli Stati Uniti e “perdono” per i suoi misfatti. L’alternativa è una non-alternativa: “isolamento”.

Il 7 marzo, mentre Khan è già entrato in mentalità da campagna elettorale e accusa l’Occidente davanti a folle oceaniche di simpatizzanti di volere e trattare il Pakistan come uno “schiavo”, a Washington è stato deciso segretamente il suo futuro: dovrà cadere. Dovrà cadere e l’agenda russa di Islamabad dovrà poi cambiare in maniera radicale e repentinamente. Perché il tempo per agire è poco: gli Stati Uniti vogliono creare una coalizione internazionale a supporto dell’Ucraina e il comportamento spregiudicato di Khan, che al momento dell’invasione si trovava a Mosca e che cinque giorni prima della trilaterale si è astenuto da una risoluzione di condanna discussa e votata al Palazzo di vetro, è ritenuto suscettibile di invogliare emulazioni nella regione.

“Tutto vi verrà perdonato”

Il bastone e la carota. Nel documento giunto nelle mani di The Intercept sono riportati degli estratti dei dialoghi fra i tre giustizieri di Khan. Lu è, nel gruppo, colui che parla di più e che cerca di fare una forte impressione all’ambasciatore pakistano, al quale alterna promesse in caso di successo del piano (“tutto vi verrà perdonato”) e minacce in caso del suo fallimento (“il Pakistan verrà isolato dagli Stati Uniti e non so dirle come questo verrà visto dall’Europa, ma sospetto che la reazione sarà simile”).

L’ambasciatore Khan ha più da ascoltare che da dire: è concorde sul fatto che il premier abbia gettato benzina sul fuoco delle già ustionate relazioni bilaterali, ma è pur sempre un diplomatico e un patriota, perciò prova a spiegare che a Lu la complessità della situazione ricordandogli che “mentre gli Stati Uniti si sono [sempre] attesi il supporto del Pakistan su ogni argomento che fosse importante per loro, [gli Stati Uniti] non hanno [mai] ricambiato”.

L’8 marzo, il giorno dopo la trilaterale, l’ambasciatore pakistano ha evidentemente trasmesso a chi di dovere in patria i messaggi di Lu: l’opposizione avvia la procedura che poco più di un mese dopo, il 10 aprile, culminerà nello storico voto di sfiducia. L’inizio di un anno di gravi disordini, tra le forze dell’ordine e i simpatizzanti del deposto premier, e di un’altrettanto feroce lotta all’interno delle stanze dei bottoni.

Un nuovo effetto Ajax?

Imran Khan era a conoscenza della trilaterale che ne ha cagionato la caduta: negli stessi giorni in cui il parlamento stava dibattendo il voto di sfiducia, il premier denunciava l’esistenza di un complotto ordito dagli Stati Uniti. I più credevano che un Khan all’angolo stesse giocando la carta sempreverde dell’antiamericanismo per magnetizzare l’appoggio dell’opinione pubblica e del clero, ma adesso è possibile affermare che non era così.

La sfiducia si è rivelata il preludio di un più ampio progetto di assassinio del personaggio, basato su censura, purghe, repressione e scandali a orologeria, che nell’arco di un anno ha portato le forze armate, storiche custodi del Potere in Pakistan, a fare terreno bruciato attorno a Khan e alla sua creatura, il Movimento per la giustizia, con l’obiettivo di incidere sull’esito delle generali in dirittura d’arrivo.

La sollevazione popolare post-sfiducia che è divenuta mobilitazione prolungata ha messo a dura prova la nuovo governo sostenuto dalle forze armate. Perché se è vero che la strategia di smembramento del Movimento per la giustizia ha avuto successo, essendo stato vittima di due scissioni, lo è altrettanto che la rabbia del Pakistan profondo non mostra segni di placamento.

L’intensità e la frequenza delle dimostrazioni a favore del premier sono cresciute col tempo, aumentando di pari passo con la repressione ai danni del Movimento per la giustizia, che oggi si ritrova diviso dalle scissioni e decapitato dalle incarcerazioni. Risultato: 60+ morti, 7000+ arresti e 1000+ feriti dall’aprile 2022 all’agosto 2023.

Il ciclo di violenza non ha comunque fermato il processo di ostracizzazione di Khan, che il 5 agosto di quest’anno è stato condannato a tre anni di prigione per aver venduto illegalmente degli assetti statali e a cinque anni di incandidabilità, avvenuto in concomitanza con l’inaugurazione di uno stato poliziesco de facto comandato dall’Esercito.

La destituzione eterodiretta di quello che è stato il politico del Duemila più apprezzato dai pakistani, in particolare dai giovani, potrebbe presentare delle conseguenze nel medio-lungo termine. Non soltanto Khan è destinato a diventare un martire nell’istante in cui metterà piede in carcere, come insegnano i casi di Erdoğan e Lula, ma la feroce reazione popolare indica che questo golpe bianco sta venendo vissuto alla stregua di un “furto generazionale“. E la storia, prima o poi, presenta il conto.