Non se ne parla quasi più a dispetto di giorni in cui, specialmente dopo la scomparsa, il caso appare sulle prime pagine negli Usa come in Europa. Il riferimento è all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, che il 2 ottobre scorso entra negli edifici del consolato saudita di Istanbul e, da allora, non si hanno più notizie. Solo qualche settimana dopo, nell’imbarazzo generale, Riad ammette che il cronista che vive in esilio negli Usa e che spesso critica il principe ereditario Mohammad Bin Salman è assassinato dentro la sede diplomatica. Adesso a tirare nuovamente fuori il caso è il Washington Post, quotidiano per cui scriveva Kashoggi.

Gli Usa preoccupati da Mohammad Bin Salman

L’imbarazzo generale di ottobre viene dato soprattutto dal fatto che Stati Uniti ed Arabia Saudita sono storiche alleate. Per di  più, da quando Trump è il nuovo inquilino della Casa Bianca i rapporti con Riad appaiono più stretti. Anzi, tra il genero del presidente, Jared Kushner, ed il principe ereditario nasce un’amicizia personale. Proprio da Washington arriva il sostegno incondizionato verso Mohammad Bin Salman, che da tre anni a questa parte appare sempre più come l’uomo forte del regno saudita. È lui ad essere al timone del paese, l’anziano padre Re Salman sembra sempre più una figura di mera rappresentanza. Mbs, come viene chiamato con l’acronimo, da parte sua si presenta come “riformatore” e la stessa stampa americana si presta nel disegnare su misura un abito da “moderato” al principe saudita. Non tutta la stampa, in realtà: dalle colonne del Washington Post, per l’appunto, Jamal Kashoggi critica aspramente Mbs.

E questo avrebbe segnato di fatto la sua brutale condanna a morte. Se dalla Casa Bianca lo stesso Trump si affretta a dire che le indagini sull’omicidio sono in corso e che, da parte sua, vi è la convinzione che chi ha agito ad ottobre lo ha fatto senza interessare Mbs, nella realtà però la situazione è ben diversa. Questo perchè,come sottolinea David Ignatius in un articolo sul Washington Post, ci si rende conto che la scelta di appoggiare il principe saudita nella sua scalata e nella sua visione del medio oriente appare sempre più una mossa azzardata. Quasi un errore di gioventù del genero di Trump e di inesperienza dello staff del presidente americano. Mbs, a parte l’incriminazione per 11 sospetti, nel frattempo non allenata la repressione interna al suo paese, che colpisce oppositori accusati di corruzione e la minoranza sciita nel Qatif.

In poche parole, da quel 2 ottobre non è cambiato nulla. Nonostante Mbs sia stato messo con le spalle al muro dopo la scoperta del brutale omicidio del giornalista, il principe sta dimostrando una sua caratteristica che già in tempi non sospetti alcuni funzionari del dipartimento di Stato gli accreditano. Ossia, quella secondo cui Mbs impara solo dai suoi successi ma mai dai suoi errori. Come scrive Ignatius, a Washington si è quasi ossessionati dallo spettro secondo cui il rampollo dei Saud è un nuovo Saddam, un “riformatore autoritario” che non conosce vincoli di alleanze e che procede di testa sua. In poche parole, nei palazzi del potere americano avanza sempre più l’impressione di aver contribuito a creare un personaggio difficile da gestire. Per di più che le relazioni tra i due paesi sono reciprocamente vitali: per gli Usa per vendere armi ed importare petrolio, per l’Arabia Saudita per la sua difesa.

Il commando di 007 sauditi addestrato negli Usa

Ma c’è un altro elemento che inquieta e non poco negli Stati Uniti. Lo sottolinea ancora una volta Ignatius nel suo lungo articolo con il quale ritorna sul caso Kashoggi. Ci sono infatti prove evidenti che il commando che ad Istanbul uccide il giornalista abbia ricevuto sostegno e supporto, oltre che addestramento, dagli Stati Uniti. A Washington, sottolinea Ignatius, ci si interroga sempre più su come vengano impiegate le capacità delle forze di intelligence addestrate dagli Usa. Nell’articolo del Washington Post, in particolare, si ricostruisce l’identità del commando omicida che il 2 ottobre scorso opera ad Istanbul. A partire da quel Maher Mutreb che da anni attua una decisa scalata ai vertici degli 007 sauditi. E lo fa avvalendosi di rapporti privilegiati con componenti dei servizi americani. Una delle tante dimostrazioni viene dal fatto che è proprio lui ad accompagnare Mbs nei suoi viaggi negli Usa nel 2017 e nel 2018.

Sarebbe proprio Mutreb colui che viene posto a capo del commando incaricato di eliminare Kashoggi. Peraltro Mutreb viene descritto come uno degli amici più fidati del giornalista, forse proprio per questo la vittima entra senza problemi al consolato saudita, ignara della sorte che da lì a breve lo colpisce. Una storia intricata, che riconduce spesso dalle parti di Washington. E di questo, nella capitale americana, qualcuno potrebbe chiederne sempre più conto ai consiglieri diplomatici e di intelligence di Donald Trump.

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