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Lunedì 25 il Sudan ha visto l’ennesimo colpo di Stato che ha rovesciato il governo di Abdallah Hamdok, a sua volta giunto al potere dopo che il Consiglio Militare di Transizione del generale Abdel Fattah al-Burhan aveva destituito, nel 2019, Omar al-Bashir. A guidare quest’ultimo putsch è ancora al-Burhan, capo delle forze armate del Sudan, che ha affermato che un “governo rappresentativo indipendente ed equo” assumerà il potere fino a quando non ci saranno le prossime elezioni, previste per il 2023.

La situazione nel Paese è alquanto delicata: l’ex premier, arrestato, sembra che sia stato rilasciato in queste ore ma le proteste popolari continuano. Soprattutto il Sudan è tornato al centro dell’attenzione internazionale con gli Stati Uniti e la Russia che osservano l’evolversi della situazione. Entrambi hanno dimostrato, in questi anni, di avere forti interessi in Sudan: Mosca, a novembre 2020, era riuscita a concordare con Khartoum una bozza di accordo per stabilire una base navale a Port Sudan, nel Mar Rosso. Il primo ministro Mikhail Mishustin era riuscito a strappare un primo accomodamento che prevedeva l’utilizzo del porto da parte russa per 25 anni. Ma il Sudan ha avuto dei ripensamenti cercando di rinegoziare l’accordo. A giugno il generale Mohamed Othman al-Hussein, allora capo di Stato maggiore, aveva affermato che il Paese avrebbe acconsentito a costruire la base navale, ufficialmente descritta come una “struttura di supporto tecnico-materiale”, solo se il Cremlino avesse fornito assistenza economica. Ancora più importante, la nuova negoziazione prevedeva che la marina russa potesse usufruire della base solo per cinque anni, con la possibilità di estendere il contratto di locazione fino a un totale di 25. Per Mosca questo avrebbe significato un grande investimento senza avere la certezza che sarebbe stato un impegno stabile in futuro.

Il Cremlino sembrava non essere disposto a proseguire nelle trattativa, ma a Mosca si considerava anche che, qualora si fosse rinunciato, il tutto sarebbe stato visto come un’altra sconfitta geopolitica russa. A luglio, il ministro degli esteri sudanese, Mariam Al-Mahdi, aveva apertamente lasciato intendere che il futuro della base sarebbe dipeso in gran parte dalla “soluzione positiva di una serie di questioni per le quali Khartoum conta sulla comprensione e sul sostegno di Mosca”. Altrimenti detto al Sudan serve iniezione di liquidi. Nel frattempo si sono inseriti gli Stati Uniti, che hanno offerto un pacchetto di aiuti multimilionario al Sudan in cambio dell’annullamento dell’accordo con la Russia. I tentennamenti sudanesi sono sicuramente dovuti alla pressione diplomatica di Washington e alla considerazione, da parte di Khartoum, della necessità di avere aiuti immediati da chiunque sia disponibile a fornirli.

Mosca, però, sembra detenere una posizione privilegiata sia per le storiche connessioni col Paese africano, sia perché in Sudan, sono presenti contractor russi del Gruppo Wagner che hanno addestrato le forze locali dell’ex leader del paese Omar al-Bashir, il cui regime era stato colpito da un’ondata di disordini popolari. Ora queste stesse forze irregolari potrebbero tornare utili al governo di transizione di al-Bhuran per sedare le rivolte e aiutarlo nella stabilizzazione in vista delle elezioni, che sono ancora molto lontane a venire, come del resto sembra che sia già accaduto nel 2019.

Indicative del ruolo che Mosca potrebbe avere in futuro, ma soprattutto in merito alle circostanze del golpe, sono le parole della portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zacharova, secondo la quale le autorità sudanesi “possono e devono risolvere i problemi interni autonomamente”, sulla base degli interessi nazionali. Tuttavia, “la Federazione Russa continuerà a rispettare le decisioni del popolo sudanese e a fornire a Khartoum l’assistenza necessaria”. La portavoce ha osservato che l’escalation degli eventi è una prova concreta di “un’acuta crisi sistemica che ha travolto tutte le aree della vita politica ed economica del Paese” e rappresenta il “naturale corso degli eventi” causato da una serie di scelte politiche “fallimentari” intraprese negli ultimi due anni. “La difficile situazione della maggior parte della popolazione è stata ignorata dalle autorità di transizione, dai loro mecenati e dai consulenti stranieri”, ha ancora aggiunto la Zacharova, ricordando che la “interferenza straniera negli affari interni sudanesi” ha portato la popolazione a “perdere fiducia nel governo di transizione”.

Il riferimento, nemmeno troppo velato, è sicuramente alla presenza dell’inviato di Washington per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, a poche ore dal golpe insieme a un altro emissario, Bryan Shawkan. L’inviato era stato ricevuto dal premier Hamdok mentre Feltman si era incontrato al-Burhan. Possiamo ipotizzare che anche la scoperta lo scorso settembre di un carico di armi provenienti dalla Russia e destinate all’Etiopia, che ha un contenzioso con Khartoum per l’uso da parte degli agricoltori etiopi di una fertile regione di confine rivendicata dal Sudan, oltre a essere in disaccordo sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam, sia stata una mossa di Washington per cercare di allontanare il Paese da Mosca, stante la possibilità ancora in essere dell’apertura della base navale sul Mar Rosso.

Anche se, attualmente, non risultano evidenze di un possibile coinvolgimento russo nell’ultimo, ennesimo, colpo di Stato, Mosca in ogni caso si attiverà per stabilizzare la situazione e per cercare di portare Khartoum dalla sua parte: oltre la questione della base navale, esistono interessi di tipo minerario legati a giacimenti di oro, diamanti e uranio – peraltro il motivo principale della presenza del Gruppo Wagner – che sono fondamentali.

Mosca però dovrà muoversi con molta attenzione proprio per la rivalità tra Sudan ed Etiopia, in quanto quest’ultima gravita nell’orbita della Cina. Pechino ha infatti concesso 652 milioni di dollari in prestiti all’Etiopia solo nel 2017, e le società cinesi hanno anche intrapreso parte dei lavori di costruzione della diga, con il gruppo cinese Gezhouba e Voith Hydro Shanghai che hanno ricevuto contratti per accelerarne lo sviluppo. La Cina ha anche svolto un ruolo importante nello sviluppo di altre infrastrutture legate al progetto, come la fornitura di un prestito di 1,2 miliardi di dollari nel 2013 per costruire linee di trasmissione elettrica che la collegano con le città e le città vicine.

I prossimi mesi saranno indicativi per capire sia il possibile ruolo avuto dalla Russia nel golpe di lunedì scorso, sia la direzione intrapresa dal nuovo governo sudanese. Intanto Washington, che considera il Paese un cavallo di Frisia per evitare la sutura della presenza russa in Africa e per contenere quella cinese, riteniamo che userà, ancora una volta, l’arma dei prestiti per cercare di evitare che Khartoum cada definitivamente sotto l’influenza del Cremlino.

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