Una folla oceanica ha preso parte ad una marcia di protesta, questa volta pacifica, svoltasi a Santiago del Cile nella giornata di venerdì. Un milione di persone, il cinque per cento della popolazione totale, ha chiesto riforme che affrontino il problema delle diseguaglianze e molti dei dimostranti hanno anche chiesto che il presidente conservatore Sebastian Piñera, eletto nel 2017, lasci il potere. Manifestazioni simili hanno avuto luogo anche in altre città e questi eventi giungono al termine di una settimana convulsa, che ha portato il Paese sull’orlo del caos. Tutto è iniziato con la decisione dell’esecutivo di aumentare il costo dei biglietti della metropolitana di Santiago: ne sono nate proteste violente, capeggiate perlopiù da studenti liceali ed universitari, che hanno causato gravi danni al sistema di trasporti pubblico della capitale e si sono evolute in dimostrazioni generalizzate contro il carovita e le diseguaglianze economiche che affliggono il Cile

Il rischio caos

I manifestanti si sono scontrati più volte con la polizia, negozi sono stati date alle fiamme ed il bilancio di una settimana di violenze ha raggiunto i 19 morti mentre migliaia di persone sono state arrestate. Il presidente Piñera aveva proclamato, durante la crisi, lo stato di emergenza nella capitale, nel tentativo di limitare la libertà di riunione e movimento e di porre sotto controllo le dimostrazioni. L’esercito, invece, aveva imposto il coprifuoco (ancora in vigore in 12 regioni), una misura estrema che faceva temere il peggio per la democrazia cilena. Il capo di Stato aveva poi assunto un tono più conciliante e aveva promesso riforme per placare i manifestanti: dall’aumento del 20 per cento delle pensioni minime al congelamento delle bollette elettriche, dal supporto dello Stato nel pagamento delle cure mediche ad un salario minimo garantito di 480 dollari al mese.

La marcia di venerdì sembra destinata a scrivere un nuovo capitolo nella storia politica del Paese. Persone di ogni le età e classe sociale, compresi esponenti della minoranza etnica dei Mapuche, hanno espresso il proprio disappunto nei confronti delle ineguaglianze economiche, della quasi totale privatizzazione dei servizi sanitari ed educativi e delle pensioni e stipendi troppo bassi. Le riforme promesse da Sebastian Piñera non sembrano, così, aver centrato l’obiettivo di riportare la situazione alla normalità ed a questo punto la stessa presidenza è a rischio malgrado il capo di Stato abbia dichiarato di aver imparato la lezione.

Le prospettive

Le dimostrazioni contro il rincaro dei biglietti della metropolitana si sono rivelate, in fondo, la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso della rabbia popolare. I dimostranti chiedono una nuova Costituzione che rompa, definitivamente, ogni legame con il regime militare di Pinochet, al potere dal 1973 al 1990 e che consenta di eliminare le diseguaglianze economiche. La domanda della popolazione è piuttosto radicale e bisognerà vedere come e se le élite politiche vorranno adempiere ad essa. Piñera è sulla graticola e non è chiaro come potrà uscirne. Sembra improbabile una sua riconciliazione con la piazza dopo quanto accaduto ma, al tempo stesso, non sono previste nuove consultazioni sino al 2022 e quindi c’è il rischio che possa logorarsi lentamente in un clima di crescente contestazione ed instabilità.