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L’irrigidimento dell’Ungheria di Viktor Orban sul caso di Ilaria Salis crea un grave cortocircuito nell’Europa contemporanea e apre una netta spaccatura interna al movimento nazional-conservatore e sovranista.

La scure di Orban e dell’Ungheria sul caso Salis

“Questa signora presentata come una martire in Italia, è venuta in Ungheria con un chiaro piano di attaccare persone innocenti nelle strade come parte di un’organizzazione estremista di sinistra”, ha dichiarato il Ministro degli Esteri del governo Orban, Péter Szijjártó. Parole dure che tracciano un solco. Imponendo un giudizio politico a un caso giudiziario. E facendo emergere enormi contraddizioni.

La faglia tra l’Italia di Giorgia Meloni e l’Ungheria di Viktor Orban non si era aperta per contraddizioni politiche e geopolitiche molto più forti: non era accaduto per l’oggettiva divergenza su politiche come quella sui migranti, ove l’Ungheria ha sempre negato la solidarietà chiesta dall’Italia.

Non era successo nemmeno per le diverse posizioni di Roma e Budapest sul sostegno all’agenda euroatlantica di sostegno all’Ucraina. Né per l’ingresso al governo in Italia di Forza Italia, membro di quel Partito Popolare Europeo che ha espulso Fidesz, il partito di Orban. Succede, invece, per il caso dell’insegnante di scuola elementare prossima ai 40 anni, detenuta da un anno a Budapest per la presunta aggressione a dei neonazisti durante una manifestazione a cui si era recata in rappresentanza del movimento di sinistra autonomista internazionale.

Le immagini della Salis portata incatenata in tribunale hanno – giustamente – indignato l’opinione pubblica italiana. E ora la questione da giudiziaria diventa politica. L’Italia di Giorgia Meloni si è trovata chiamata a scegliere tra la necessità di tutelare una concittadina che rischiava di subire un processo punitivo e ingiusto e la spinta a difendere, a costo di cadere in contraddizione, un personaggio problematico come Orban. Con il quale Meloni ha sempre usato il guanto di velluto. Mai si era detto quel che era evidente: ovvero che in Ungheria Orban fa scempio della separazione dei poteri, politicizza la giustizia, rende palese la negazione del valore fondante del sistema democratico europeo. Ovvero l’inviolabile rispetto della persona di fronte al potere politico e alle sue ramificazioni.

Il cortocircuito della destra

La destra tutta libertà e diritti individuali, quella che abbraccia gli anarcocapitalisti Elon Musk e Javier Milei come loro “guru” a Roma, quella che dopo le elezioni in Sardegna rinfacciava a Giuseppe Conte di aver rincorso gli italiani coi droni durante la fase emergenziale del Covid-19 per ridimensionare la portata della vittoria del campo M5S-Pd alle Regionali, a lungo è stata silente sul declino democratico dell’Ungheria. Doveva arrivare il caso Salis per mostrare che il re fosse nudo. Fratelli d’Italia e la Lega hanno sempre difeso Orban in Europa sullo Stato di diritto.

Quando l’arbitrio venuto da Orban ha colpito una cittadina italiana- e si parla delle condizioni di detenzione e della gogna pubblica della Salis, non della sua presunta innocenza o colpevolezza – l’imbarazzo nella destra di governo è stato palese.

Cosa succederà ora che l’Ungheria arriva a denunciare intromissioni da parte di un Paese che ha sempre coccolato eccessivamente Budapest? “Non è stato un crimine commesso all’improvviso, ma un atto pensato e premeditato. Hanno quasi ucciso persone in Ungheria ed ora è rappresentata come una martire”, ha detto Szijjártó. Aggiungendo un pesantissimo giudizio politico: “Spero sinceramente che questa signora riceve la giusta punizione in Ungheria”. Un arbitrio contro una cittadina straniera che nega lo Stato di diritto e la separazione dei poteri che vale più di ogni altra sortita politica del governo Orban nel permettere di capire quanto la visione di Stato del leader magiaro sia problematica e difficilmente gestibile per un Paese come l’Italia e la sua tradizione politica.

La “buona destra” che servirebbe all’Europa non include Orban

La destra popolare, del resto, quella che in fin dei conti resta quella di De Gasperi, Adenauer e Schumann nonostante tutti i problemi e limiti del Ppe odierno a un certo punto ha posto un aut aut. Per contare in Europa la destra italiana esterna al Ppe dovrà fare lo stesso: piaccia o meno, è semplicemente irenico pensare che una sommatoria di destre, dalla Cdu post-Merkel a Le Pen, dai Popolari spagnoli a Orban e Afd, possa essere un governo alternativo all’Europa alla larga coalizione popolari-socialisti. Non se nel governo dell’Europa si dovrebbe cooptare, dopo le prossime elezioni europee, chi come Orban nega non solo i valori fondamentali dell’Europa ma anche quelli che la destra contemporanea dice di difendere.

Per diventare davvero forza trainante e “terzo polo” d’Europa la destra, soprattutto quella conservatrice, deve risolvere alla radice problemi di oggettiva tenuta democratica della visione del mondo di molte forze considerate di famiglia. La Lega, in Italia, ha il problema dell’imbarazzante alleanza con l’Afd che sostiene “remigrazione” e chiusura netta delle frontiere in Germania; Fdi ha l’oggettivo imbarazzo di Orban. Che il caso Salis conferma essere un problema sistemico per il Paese dopo aver già sabotato, in passato, la solidarietà sui migranti chiesta dall’Italia. Può Meloni “bruciarsi” in Europa per continuare a consolidare la problematica amicizia con Orban, sostanzialmente controproducente per l’interesse nazionale italiano, specie dopo il caso Salis? La risposta appare scontata. Ma i sedimenti del passato, in politica, spesso contano. E l’abbaglio di poter scalfire la presenza della Sinistra nei palazzi di potere Ue forse non si è ancora dissipato dagli occhi di chi, come Meloni, dovrebbe puntare su un maggior pragmatismo.

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