Il caso Manchester City potrebbe sconvolgere gli equilibri del calcio inglese, e forse non solo quelli. Il club britannico, dominatore della Premier League nell’ultimo decennio e campione d’Europa nel 2024, è stato riconosciuto colpevole di numerose violazioni dei parametri finanziari del campionato inglese e va ora incontro a sanzioni molto pesanti. Potrebbero volerci dei mesi per conoscere l’epilogo della vicenda, dopo il ricorso presentato dal club venerdì scorso, ma l’obiettivo è arrivare a una sentenza definitiva entro la fine della stagione.
Il problema è che il Manchester City non è solo un club di calcio, ma è piuttosto la nave ammiraglia degli Emirati Arabi nel Regno Unito. Dal 2008, la società è controllata dall’Abu Dhabi United Group di Mansour bin Zayed Al-Nahyan, ovvero il vicepresidente e vice primo ministro degli Emirati, nonché esponente di spicco della famiglia reale di Abu Dhabi. Tra il 2009 e il 2018, lo Stato del Golfo ha finanziato il City per quasi 900 milioni di sterline tramite sponsorizzazioni illegittime e contratti fasulli, così da aggirare le regole e potersi permettere alcuni dei giocatori (e degli allenatori) più forti al mondo.
Gli Emirati sono però pure il principale partner commerciale del Regno Unito in Medio Oriente, con 25 miliardi di sterline all’anno di interscambi e investimenti complessivi per 20 miliardi di sterline veicolati da Mubadala, il fondo sovrano di Abu Dhabi. La particolarità è che questo triangolo tra il Manchester City, il governo di Abu Dhabi e quello di Londra è sempre stato assolutamente alla luce del sole: Khaldoon Al-Mubarak, il presidente del City, è anche uno strettissimo consigliere del presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al-Nahyan, e amministratore delegato di Mubadala.
Il legame perverso tra Emirati, Regno Unito e Manchester City
Secondo il Telegraph, gli Emirati starebbero minacciando di ritirare i propri investimenti dal Regno Unito, nel caso in cui il governo britannico non intervenga a protezione del City. Proprio il Telegraph, due anni fa, era stato sul punto di essere rilevato da una cordata guidata dal fondo statunitense RedBird (il proprietario del Milan), sostenuto finanziariamente dagli Emirati. All’epoca c’era il governo conservatore di Rishi Sunak, mentre oggi a Downing Street c’è una figura molto più sensibile agli interessi di Abu Dhabi.
Il Primo ministro laburista Andy Burnham viene infatti da nove anni molto positivi come sindaco di Manchester, la città del City. Durante questo periodo, Manchester è stata rivoluzionata dagli investimenti emiratini, in particolare nel settore immobiliare, e ciò ha avuto una ricaduta positiva sulla popolarità del sindaco, spianandogli in parte la strada verso la guida del Paese. Non sorprende che, meno di dieci giorni dopo la nomina dello scorso luglio, Burnham abbia chiamato il presidente degli Emirati Arabi per discutere degli accordi bilaterali tra i due Paesi.
Difesa, energia, edilizia, ma soprattutto trasporti aerei. Etihad, la compagnia di bandiera di Abu Dhabi, è un investitore cruciale dell’aeroporto di Heathrow, oltre a essere lo sponsor principale del Manchester City. In questa veste, la società emiratina è ritenuta la maggiore responsabile delle falsificazioni finanziarie del club, e infatti ha già annunciato che potrebbe fare causa alla Premier League, sentendosi danneggiata dalle accuse.
Le insidie dietro i club sportivi “di stato”
Tutta questa situazione mette in chiaro perché lo sport europeo ha urgentemente bisogno di regole che vietino agli Stati di possedere club di calcio in Paesi stranieri. Lungi dall’essere interessati al mero raggiungimento di risultati sportivi, questi Stati tendono piuttosto a usare il calcio come porta d’ingresso nell’economia e nella politica di un altro Paese, intessendo rapporti diplomatici e commerciali che possono poi condurre a situazioni come quella sopra illustrata.
Il City è oggi al centro del dibattito, ma il modo di agire degli Emirati Arabi a Manchester non è diverso da quello utilizzato dal Qatar a Parigi. L’acquisizione del Paris Saint-Germain, avvenuta nel 2011, è stata legata sia al precedente appoggio francese all’assegnazione del Mondiale del 2022 al Qatar, sia ai successivi investimenti massicci delle società di Doha nella capitale transalpina. Il campionato di calcio francese, la Ligue 1, tradizionalmente non molto ricco, oggi è quasi del tutto dipendente dalla visibilità che ottiene grazie al PSG (club da due anni campione d’Europa) e da un accordo sui diritti tv da quasi 100 milioni di euro con beIN Sports, l’emittente televisiva controllata dallo Stato qatariota.
Tornando in Inghilterra, Fly Emirates – la compagnia di volo di Dubai, il secondo più importante tra gli Emirati Arabi Uniti, dopo Abu Dhabi – è lo sponsor principale dell’Arsenal, club campione nazionale e vice campione d’Europa in carica, e della FA Cup, la prestigiosa Coppa d’Inghilterra. Secondo una recente indagine della ong FairSquare, gli Emirati stanno anche approfondendo le proprie relazioni con Reform UK, il partito di estrema destra guidato da Nigel Farage, che punta a vincere le elezioni del 2029: se Burnham non dovesse agire a protezione del City, Abu Dhabi potrebbe decidere di appoggiare il suo avversario politico.
Il calcio è quindi solo uno strumento per ottenere influenza geopolitica su un Paese straniero e, all’occorrenza, poter sfruttare le dovute leve per dei ricatti. La prima conseguenza è quella sull’equità delle competizioni sportive, in cui alcune società ricevono dei trattamenti di favore rispetto alle altre per via dei rispettivi proprietari. Ma, a un livello superiore, questo può alterare anche gli equilibri stessi di una società democratica.
Quanto commesso dal City potrebbe comportare, per esempio, delle accuse penali per falsificazione dei bilanci: a dover pagare, in questo caso, sarebbero i massimi dirigenti del club, a partire da Khaldoon Al-Mubarak. Ma il Financial Times ha rivelato che il presidente del Manchester City figura dal 2020 nella lista dei diplomatici stranieri riconosciuti dal Regno Unito, e pertanto gode dell’immunità.
I Citizens, però, sono la punta dell’iceberg. La proprietà emiratina controlla una holding calcistica multinazionale chiamata City Football Group, che possiede in tutto dieci club in altrettanti Paesi, sparsi su cinque continenti (tra cui uno in Italia, il Palermo). E, sempre guardando al Regno Unito, c’è il caso del Newcastle United, acquistato nell’ottobre 2021 dal PIF, il fondo sovrano dell’Arabia Saudita.