Pubblichiamo la prima puntata (di due) di un’analisi di Alessandro Cassanmagnago sull’Iran dopo la “guerra dei dodici giorni” e le possibili evoluzioni del confronto con Israele e della scena internazionale.
Sono passati circa tre mesi dalla cosiddetta guerra dei dodici giorni che ha coinvolto Iran, Stati Uniti e Israele. È il momento di provare a tracciare un primo bilancio delle conseguenze di questo conflitto e di riflettere sugli scenari futuri. Stabilire un vincitore preciso è difficile. Si è trattata infatti di una guerra in gran parte performativa, più simile ad un grande tragico spettacolo, con un significato diverso rispetto ai conflitti del XX secolo o allo stesso conflitto parallelo in Ucraina. Nel corso del Novecento, in un contesto mediatico molto meno sviluppato, la guerra procedeva quasi sempre fino al raggiungimento di obiettivi chiari, spesso coincidenti con la distruzione del nemico o la sua definitiva incapacità di colpire. Oggi la dinamica è diversa: nel caso di questo conflitto non è chiaro se siano stati raggiunti gli obiettivi militari dichiarati. Oltre alla nebbia di guerra tipica di ogni contesto bellico è ancora più difficile sferzare il velo propaganda intessuto dagli apparati governativi degli attori coinvolti. Sul rumore di fondo emerge su tutti la voce stentorea del presidente americano Trump che, con le sue costanti giravolte mediatiche, ha reso ancora più complesso chiarire quali siano i reali interessi degli USA in questo conflitto.
La nuova amministrazione aveva ribadito all’inizio del 2025 la ferma intenzione di impedire all’Iran di realizzare un’arma atomica. Sul tavolo Trump aveva messo sul piatto due opzioni: quella diplomatica e quella militare, con un’apparente preferenza della prima sulla seconda. Con l’esplodere dello scontro tra Tel Aviv e Teheran in giugno, gli USA hanno abbandonato la via del negoziato per allinearsi con gli israeliani, contribuendo con attacchi mirati alle istallazioni nucleari iraniane. Oggi Washington sostiene di aver distrutto il materiale fissile e di aver seriamente compromesso gran parte delle infrastrutture iraniane. Tuttavia, le prime valutazioni dell’intelligence americana erano state più caute: i danni all’Iran sarebbero stati reali, ma non irreparabili, e il materiale fissile altamente arricchito, vero oggetto del contendere, non sarebbe stato eliminato completamente. In seguito, forse anche per effetto di spinte propagandistiche provenienti direttamente dalla Casa Bianca, i report hanno assunto un tono più netto, parlando di danni significativi.
Anche la posizione iraniana appare contraddittoria. Da un lato, le voci legate all’apparato militare minimizzano i danni, esaltando la capacità difensiva del Paese e l’incapacità americana di piegare il programma nucleare. Dall’altro, il ministro degli Esteri Araghchi ha ammesso l’esistenza di danni, anche seri, probabilmente con l’obiettivo di utilizzare questa narrativa come leva negoziale nei colloqui con Stati Uniti e gli E3 (la triade di nazioni europee coinvolte nelle negoziazioni sul nucleare iraniano, ossia Francia, Germania e Regno Unito).
L’Iran inoltre riconosce l’eliminazione, a opera di Israele, di figure chiave nel settore militare e scientifico del programma nucleare, ma allo stesso tempo sottolinea la resilienza del suo apparato politico-militare. È giusto ricordare che nei bombardamenti non sono stati colpiti in maniera decisiva i settori petrolifero e gasifero iraniani. Un eventuale danneggiamento di queste industrie avrebbe rappresentato un colpo mortale per l’economia iraniana. Il regime, nonostante gli attacchi e lo spettro di potenziali sollevazioni interne, è rimasto in piedi. Sarà ora necessario comprendere se si tratti di una vittoria di Pirro o se il governo sfrutterà l’occasione per operare un rafforzamento effettivo delle proprie capacità difensive, favorito dal classico meccanismo di rally around the flag, cioè dalla tendenza della popolazione a stringersi intorno al governo quando il Paese è minacciato dall’esterno.
Israele, dal canto suo, aveva due obiettivi dichiarati: fermare lo sviluppo dell’arma atomica iraniana e provocare il crollo del regime degli ayatollah. Nessuno dei due è stato raggiunto. Da qui deriva la possibilità, concreta, che la guerra possa riprendere a breve: il conflitto non ha portato a uno stop del programma nucleare né a un cambio di regime, lasciando in eredità un vero e proprio stallo.
Per gli Stati Uniti, lo stallo non è un risultato negativo. Hanno dimostrato di poter sostenere Israele senza impegnarsi direttamente boots on the ground in un nuovo conflitto mediorientale. Tuttavia, la mancata soluzione rischia di riaccendere le ostilità, soprattutto perché l’altro obiettivo americano, riportare l’Iran al tavolo negoziale in una posizione di debolezza, non è stato raggiunto. Le trattative dei primi mesi del 2025 si sono interrotte con lo scoppio della guerra, ma le posizioni iraniane non sembrano essersi ammorbidite.
La questione nucleare, dunque, resta irrisolta. Il 28 agosto gli E3 hanno attivato le procedure per l’attivazione del meccanismo dello snapback che alla fine della sua scadenza di 30 giorni porterà alla reintroduzione delle sanzioni ONU. Per Teheran questo scenario rappresenta una minaccia seria, tanto più che i rapporti con l’Agenzia sono tesi da tempo: i suoi ispettori erano stati cacciati con l’accusa di spionaggio a favore di Israele, sospetti rafforzati dal comportamento ambiguo del direttore dell’Agenzia, Rafael Grossi.
Il rischio concreto è che la riattivazione delle sanzioni possa diventare un nuovo casus belli, accettabile anche per i Paesi europei, a sostegno di un’azione militare israeliana contro l’Iran. Il tutto mentre Israele è ancora impegnato nella guerra a Gaza, con un sostegno internazionale in progressivo calo: non solo nell’opinione pubblica, ma anche, almeno a livello retorico, tra le classi dirigenti occidentali, sempre meno inclini a sostenere apertamente le sue operazioni nella Striscia.
(1. continua)