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Quando un’indagine per omicidio viene chiusa in tempi record, magari in meno di un giorno, il sospetto che gli inquirenti vogliano celare o annacquare una scomoda verità sorge spontaneamente. E assume la forma di una recondita e inesprimibile convinzione, anche se contraria alla versione ufficiale delle autorità e della stampa, se di mezzo c’è un cadavere eccellente. Come quello di Daria Dugina.

Le conclusioni del FSB gettano più ombre che luci sulle circostanze che hanno condotto all’assassinio della giovane politologa, astro in ascesa della galassia eurasistica, perché vorrebbero spiegare, ma non lo fanno, vorrebbero essere basate su prove incontestabili, ma sono ricche di speculazioni, e vorrebbero essere complete, ma sono piene di buchi. Un’inconcludenza che, storia dei servizi segreti di Mosca alla mano, non può che essere motivata da due ragioni: calcolo politico – la volontà di rassicurare l’opinione pubblica e di risolvere celermente il caso – e trame nel dietro le quinte del palcoscenico – la guerra all’ombra delle guglie del Cremlino.

Detti e non detti della ricostruzione ufficiale

Gli investigatori del FSB si dicono sicuri di aver risolto il caso Dugin(a), risalendo alle presunte origini e alle presunte ragioni dell’attentato in meno di ventiquattro ore dalla scomparsa della giovane e promettente politologa. Ma è una ricostruzione, la loro, che non convince del tutto i più arguti e che lascia in sospeso più domande di quelle a cui viene data risposta.

Daria Dugina, astro in ascesa della galassia eurasistica, sarebbe stata uccisa da una cittadina ucraina di (possibili) radici tatare, Natalia Shaban-Vovk, entrata nella Federazione il 23 luglio, a bordo di una Mini Cooper targata Donetsk, con la figlia minorenne al seguito. Con il supporto di agenti ucraini, una volta in Russia, la presunta attentatrice avrebbe reperito i quattrocento grammi di esplosivo poi piazzati da sua figlia sotto la vettura di Dugina. E dopo l’esplosione, presumibilmente innescata da remoto, la fuga in Estonia.

Daria, e non suo padre Aleksandr, avrebbe rappresentato il vero e unico bersaglio dell’attentatrice e dei suoi soci di cospirazione. Forse perché la politologa, oltre ad essere una sostenitrice della cosiddetta “operazione militare speciale” e un’accanita detrattrice del battaglione Azov – del quale la Vovk farebbe parte –, non era schermata da alcun muro protettivo. Una ricostruzione che, se decostruita, è costellata di crepe.



Un guardiano che non guarda?

Il primo pensiero a caldo, da una disamina delle conclusioni degli inquirenti, è che sono inconcludenti e costituiscono più una macchia che una medaglia per la reputazione dei servizi segreti di Mosca. Perché se è vero che il FSB è il guardiano della Russia, queste indagini indicano che è un guardiano che non guarda. O che, se ha guardato, lo ha fatto male o ha deciso di voltarsi dall’altra parte.

Molte delle domande più importanti non hanno trovato risposta. Forse perché gli investigatori non le hanno ancora, essendo stati pressati dal Cremlino a fornire un nome all’opinione pubblica in tempi record. O forse perché le hanno e, proprio per questo, le conservano per se stessi. Puzza di Mongoose. Miasma di Emmanuel Goldstein.

Porsi le domande alle quali gli agenti del FSB non hanno risposto, volutamente o meno, è più che doverso nell’ambito della ricerca della verità fattuale – che, come la storia insegna, non sempre corrisponde a quella di giudici ed investigatori. Perciò è legittimo chiedersi come abbia fatto la Vovk, soldatessa di Azov conosciuta al FSB, prima ad entrare in Russia e dopo a pianificare inosservata, per un mese, l’attentato; come e quando si sia procurata l’esplosivo; se abbia legami con il fantomatico Esercito repubblicano nazionale che, secondo il politico in esilio Il’ja Ponomarëv, sarebbe il vero esecutore dell’omicidio; se è una coincidenza che le telecamere lungo la strada percorsa da Daria Dugina fossero fuori uso.



Le ombre da chiarire

Attorno al caso Dugin(a) si respira aria graveolente, pestilenziale, a causa di quello che sembra essere fetore di Mongoose, cioè di un’operazione pilotata dall’esterno – e con l’aiuto di quinte colonne – allo scopo di evidenziare le falle nella Fortezza Russia, ma che potrebbe anche provenire dallo spettro di Goldstein, ossia un auto-attentato o uno che si è preferito non prevenire o per danneggiare la presidenza – la pista della faida tra i vari poteri – o, al contrario, per favorirne l’agenda – creando un martire da mitizzare e col quale spezzare l’apatia di larga parte dell’opinione pubblica, creando un nemico tangibile, perché in grado di agire nel cuore dell’Impero, e contro il quale sfogarsi in campagne di due minuti d’odio e attuare rappresaglie di peso.

Non ha importanza che l’obiettivo non fosse Dugin padre: è il cognome che conta. E i Dugin, pur non essendo dei novelli Rasputin – sebbene sia questa la narrativa occidentale –, sono tra i simboli dell’era Putin e i capifila di un pensiero, il neo-eurasismo, che si è fatto spazio nelle stanze dei bottoni con l’aggravamento della competizione tra grandi potenze e che è stato fatto proprio, dal 24.2.22, dal partito della guerra.

È possibile che il caso Dugin(a) sia parte di una cospirazione transnazionale in stile Mongoose, materializzatasi grazie al coordinamento tra servizi segreti ucraini (e occidentali) e quinte colonne in loco, come non è irrazionale pensare ad un piano Goldstein, che avrebbero avuto motivo di avallare sia la presidenza Putin sia i suoi oppositori – il partito anti-guerra formato da apparati dei servizi segreti, segmenti delle forze armate, oligarchi scontenti e in dialogo, probabilmente, con l’estero. La prima per creare un martire e alimentare il raccoglimento attorno alla bandiera, tra discorsi alla nazione e dimostrazioni patriottiche. I secondi per inviare un eloquente monito: il conflitto è anche in Russia, alle porte del Cremlino.

Quale che sia e dove si trovi la verità, che difficilmente emergerà, resta il fatto che la sera del 20 agosto ha perso la vita un astro nascente e promettente della politica russa, Daria Dugina, che aveva tanti piani in serbo per il futuro. Una combinazione di inventiva, stacanovismo e talento che, pare, stava infastidendo i concorrenti del padre e talune fazioni politiche – un’invidia nota e che potrebbe essere tornata utile a chi ha progettato l’attentato. Tante le briciole da raccogliere e seguire. E non è detto, vista la nebbia che avvolge tutto ciò che riguarda la Russia, che porteranno da alcuna parte.

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