Il caso della critica durissima del governo di Israele all’azienda tedesca Adidas per la concessione del volto pubblicitario della linea di scarpe da ginnastica SL72, dedicate alle Olimpiadi di Monaco del 1972, alla modella di origini palestinesi Bella Hadid racconta molto del clima esasperato animato dalla guerra a Gaza. E del cortocircuito tedesco sul conflitto in Medio Oriente.
Le Olimpiadi di Monaco 1972 sono un tema delicatissimo in Israele, per il triste caso dell’attacco di Settembre Nero che causò il sequestro e la morte di 11 atleti dello Stato Ebraico. Un evento ricordato come un vero e proprio trauma nazionale. In questi contesti sovraccarichi di tensioni e di riletture politiche della storia, è impossibile non notare due fattori. Innanzitutto, l’ingenuità e la leggerezza dei vertici di Adidas, che di fronte alla critica di Israele, che dovevano immaginare sarebbe arrivata, per la scelta della 28enne Hadid non hanno saputo fare niente di meglio che accogliere la richiesta di Tel Aviv di cambiare volto alla campagna.
Al contempo, fatto ancora più importante, non si può però non notare come la posizione del governo di Benjamin Netanyahu sia connotata dalla più esplicita e palese rilettura della storia in termini funzionali al presente. L’account X ufficiale dello Stato Ebraico, gestito dal ministero degli Esteri, ha affondato duramente contro Adidas per la scelta di Hadid, figlia di una modella olandese e di un imprenditore edile palestinese.
Israele nel post sottolinea che Hadid, cittadina statunitense nata a Washington e cresciuta in California tra Santa Barbara e Beverly Hills, è “per metà palestinese” e soprattutto che “ha una storia di diffusione dell’antisemitismo e di incitamento alla violenza contro israeliani ed ebrei. Lei e suo padre promuovono spesso calunnie del sangue e cospirazioni antisemite contro gli ebrei”.
Fatti che rappresentano autentiche mistificazioni: Hadid, fin da giovanissima, è per ragioni personali e famigliari attenta alla causa palestinese. Ha partecipato a proteste contro la decisione di Donald Trump di spostare l’ambasciata Usa in Israele a Gerusalemme, condannato apertamente le politiche di Tel Aviv in Cisgiordania e donato un milione di dollari a quattro agenzie umanitarie dopo lo scoppio della guerra del 7 ottobre: Heal Palestine, Palestine Children’s Relief Fund, World Central Kitchen e United Nations Relief and Works Agency.
Nell’ottica di Israele l’intento è chiaro: marchiare con il simbolo d’infamia dell’antisemitismo Hadid che promuove le scarpe dedicate alle Olimpiadi ove morirono atleti israeliani significa tracciare un parallelo tra i terroristi palestinesi del 1972, i membri odierni di Hamas contro cui Tel Aviv è in guerra e, in maniera non celata, la Palestina tutta.
Un appiattimento che serve a giustificare con la storia di ieri la violenta continuazione della guerra di oggi, nonostante l’assenza di obiettivi e strategie. Adidas, in tal senso, si è trovata messa nell’angolo e la sua scelta repentina, con tanto di scuse, di rimuovere la campagna delle scarpe della discordia sembra aver dato adito a questa narrativa facendo passare la scelta di Hadid, figura del jet-set dell’alta moda contesa dalle più grandi case, come una pericolosa sovversiva unicamente per la censura proveniente da Tel Aviv. Il fatto che Adidas sia un’azienda tedesca ha imposto un surplus di cautela di fronte all’emersione dei collegamenti tra Hadid e un presunto “antisemitismo” che, si sa, nella Germania di oggi è considerato male ontologico per eccellenza. Ma che per il governo Netanyahu è una parola troppo spesso abusata per poter marchiare, in certi casi preventivamente, avversari e critici.
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