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Un mare sormontato dalla Mezzaluna, che dal Bosforo al Mediterraneo centrale diventi appannaggio della Sublime Porta. Non è l’immagine di un libro di storia, ma il sogno di uno Stato: la Turchia guidata da Recep Tayyip Erdogan. Un uomo che più di tutti, una volta salito al potere, ha mostrato al mondo di avere idee molto chiare per il suo Paese. Non uno Stato che sopravvive, ma una potenza, che del retaggio del passato vuole fare tesoro per scrivere il suo futuro.

Il problema è che questa strategia non è priva di vittime. E l’Italia, insieme ad altri Paesi del fronte sud dell’Europa (e della Nato), è uno degli Stati più colpiti da questo slancio neo-ottomano di Erdogan.

Le ultime mosse del sultano non possono non far riflettere gli strateghi di Palazzo Chigi: in questi mesi, la potenza turca non ha solo mosso le sue forze in Siria allargando la sua sfera di influenza in tutto il nord del territorio sotto formale autorità di Damasco, ma ha anche mosso le sue mire su due Stati in cui l’Italia ha notevoli interessi economici e strategici, Cipro e Libia. E gli interessi di Erdogan, sia chiaro, non sono quelli italiani; né sono convergenti.

Dall’isola di Cipro le notizie sono decisamente allarmanti. La Marina turca da tempo considera le acque cipriote come specchio d’acqua su cui proiettare le mire di Ankara e i fondali di Nicosia, così ricchi di gas e petrolio, rappresentano una preda troppo ghiotta su cui la Turchia ha messo gli occhi da tempo. La Repubblica turca di Cipro nord rappresenta anche questo: non solo una conquista di carattere politico ma anche un avamposto strategico nel cuore del Mediterraneo orientale. Un avamposto che Erdogan ha deciso di blindare in tutti i modi, a tal punto che da pochi giorni sono sbarcati nel territorio occupato anche i primi droni armati dell’esercito turco: segnale chiarissimo su cosa significhi per il governo turco avere un vero e proprio rostro in quell’area di Mediterraneo. In questi giorni, le acque intorno a Cipro si sono trasformate in una vera e propria scacchiera, con la presenza di forza navali turche, cipriote, italiane e francesi, mentre i caccia israeliani e greci si sono alzati in volo sorvolando le navi di Ankara in azione in quel settore dove i giacimenti di gas hanno fatto esplodere la corsa all’oro blu. Mare bollente in cui l’Italia non può far finta di nulla visto che Eni opera nelle acque della Zee cipriota su concessione di Nicosia e dove in particolare può passare un gasdotto, l’East-Med, che rappresenta una rotta del gas a dir poco strategica non solo per Roma, ma anche per tutta l’Europa e l’Alleanza atlantica. Erdogan sa che quel gas e quel gasdotto possono decidere il destino del Medio Oriente e del fronte sud della Nato ed è per questo che è corso ai ripari ponendo i rivali e partner (difficile capire la differenza) davanti a un fatto: la Turchia non abbandona il terreno finché i suoi interessi non siano totalmente soddisfatti. Anche a costo di mosse completamente al di fuori del diritto internazionale e dei rapporti di buon vicinato o di alleanza.

La prova è arrivata in queste settimane dal blocco di una nave israeliana in acque cipriote (siti specializzati affermano che lo Stato ebraico abbia fatto decollare i suoi F-16 verso una fregata turca come avvertimento), ma anche dall’accordo del tutto unilaterale con cui Ankara (con la complicità della Libia di Fayez al Serraj) ha esteso la propria Zee e quella libica fino a inglobare Cipro e Creta. La Grecia ha risposto in maniera durissima, Nicosia si è mossa con formali richieste di abbandono di ogni velleità egemonica. L’Italia, invece, ha fatto capire di essere estremamente insoddisfatta ma senza alcun segnale chiaro di presa di distanza è scontro con la Turchia, che adesso, oltre alla Repubblica di Cipro nord e alla parte settentrionale della Siria, ha ormai preso il controllo di Tripoli scalzando l’Italia dal ruolo di miglior alleato di Serraj.

Seguendo la pista dei droni e delle pretese sui fondali marittimi, la linea che intercorre fra Cipro e Libia è evidentemente turca. E come nel Levante Erdogan mette a repentaglio Eni, così in Libia, nei deserti e nelle acque un tempo appannaggio italiano, oggi è la Turchia a prendere il sopravvento. Con l’appoggio militare a Serraj, che ieri ha chiesto a gran voce armi turche, i droni di Ankara sorvolano e bombardano le linee dei combattenti di Khalifa Haftar mentre navi battenti bandiera con la mezzaluna vengono segnalate nei porti in mano al governo di unità nazionale. L’Italia resiste ancora a Misurata e nei pozzi dove Eni pompa insieme alla Noc il gas e il petrolio che serve il nostro Paese. Ma le mani del Sultano si fanno sempre più vicine e stringono i nostri interessi come un cappio,

L’assedio strategico nei confronti dei partner europei è evidente. La Turchia, che dalla conferenza di Palermo se ne andò per protesta, ora è interlocutore imprescindibile per chiunque voglia la pace in Libia (prova ne è il colloqui tra Luigi Di Maio e il suo omologo Mevut Cavusoglu e il successivo colloquio tra Giuseppe Conte ed Erodgan). E l’impressione è che l’Italia sia in balia delle decisioni del presidente turco che sia nelle acque cipriote che nei sobborghi di Tripoli ormai è vero dominus a scapito dei nostri piani strategici. La posizione italiana è estremamente complessa: della Turchia siamo partner commerciali e alleati nell’alleanza atlantica; dall’altro lato i nostri interessi non convergono con Ankara ma con un blocco che di Erdogan è rivale anche se non nemico. Grecia, Cipro e Israele (e Francia) sono alleati nel Mediterraneo orientale, ma non è così in Libia. D’altro canto, per il conflitto libico questi Stati hanno tutti rapporti privilegiati con Khalifa Haftar (le forze speciali francesi collaborano con l’Enl così come il Mossad israeliano) mentre l’Italia ha per molto tempo sostenuto solo Serraj, per poi trovarsi silurata da Tripoli. Errori che stiamo pagando e con cui invece, inevitabilmente, sta conquistando terreni la Turchia.

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