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Il governo giallorosso appare un campo di battaglia ancor più conteso di quanto non fosse, nella fase finale della sua esistenza, il governo Conte I a trazione M5S-Lega. Le ragioni dietro la forte competizione che divide Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico, Italia Viva e esponenti dell’immateriale ma trasversale “fazione” dei fedelissimi del premier Giuseppe Conte sono molteplici.

In primo luogo l’oggettiva fragilità di un esecutivo nato per sommare le debolezze degli alleati contro il rischio di una vittoria elettorale del centro-destra a trazione leghista. Motivazione legittima, certamente, ma non sufficiente a dare ampio respiro alla sua azione politica. La pandemia di coronavirus e la situazione emergenziale creatasi nel 2020 hanno posto questo esecutivo di fronte alla necessità di programmare la ricostruzione nazionale del Paese e aperto la strada alla gestione del grande “malloppo” dei fondi europei. Il recente battibecco sulla task force voluta da Conte per organizzare i 60 progetti italiani e gli scontri nella maggioranza ne sono emblema: l’esecutivo litiga non su come si dovranno gestire i fondi, ma su chi dovrà gestirli. Mentre, ça va sans dire, la stessa Unione Europea ancora aspetta il piano italiano.

In secondo luogo, la ricerca di legittimazione internazionale da parte degli attori in campo. Il Partito democratico mira a far pesare sulla bilancia le entrature di diversi suoi esponenti negli ambienti europei ed atlantici per condizionare l’agenda del governo. Sul fronte europeo questo impone delle contropartite: ad esempio Italia Oggi ha recentemente inquadrato la recente visita italiana del ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire a Roma e le sue irrituali pressioni per l’approvazione italiana della riforma del Mes nel contesto di un messaggio lanciato agli alleati italiani di Parigi, che chiederebbe un meccanismo utile a proteggere il suo sistema bancario come contropartita per l’appoggio dato ai piani espansivi cui anche Roma mira. La presenza del Pd al governo implica un maggiore slittamento italiano nell’orbita francese, e le difficoltà di Roma nel dare un contraltare alla crescente penetrazione transalpina nella nostra industria e nella nostra finanza testimoniano le resistenze legate a consolidati legami personali e politici.

Il Movimento Cinque Stelle, in questo contesto, manca di veri agganci internazionali che non siano quelli del premier, Giuseppe Conte, cui esponenti del Nazareno sono pronti a soffiare, assieme a Matteo Renzi, il ruolo di voce più ascoltata negli Usa, che già secondo molti appartiene al ministro della Difesa Lorenzo Guerini. L’inizio dell’era Biden oltre Atlantico potrà riportare in auge i tradizionali referenti italiani dei progressisti americani e, in questo contesto, lo stretto legame di amicizia politica tra Conte e Donald Trump può pesare come un macigno sulle prospettive internazionali del premier. Che, non a caso, prova a blindarsi accentrando il controllo sugli apparati più influenti sulla politica estera, intelligence in primis.

C’è poi, terzo punto, il tema delle nomine presenti e future. Dal rinnovo dei vertici delle partecipate alla scelta del prossimo presidente della Repubblica questo esecutivo ha trovato nella decisione sulle nomine chiave un ulteriore fattore di collante. E proprio qui a lungo Conte ha provato a far pesare la sua centralità, per quanto un episodio apparentemente di cronaca interna come la scelta del nuovo commissario sanitario calabrese testimoni quanto oramai questa sua capacità di mediazione sia stata profondamente ridimensionata. E se la stessa scelta dei nuovi vertici sanitari di Catanzaro è stata una vera e propria traversata del deserto per i giallorossi, non osiamo immaginare quanto dura possa essere la salita verso le prossime partite aperte e, in prospettiva, la scalata al colle più alto della Repubblica, il Qurinale.

Queste tensioni interne e i movimenti dello scacchiere internazionale hanno gradualmente disgregato la “formula Conte” concordata da Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti nell’agosto 2019: l’esecutivo avrebbe vissuto della mediazione tra Pd e M5S cui il premier avrebbe, con elementi di originalità politica, garantito una sintesi. Prospettiva incrinata dall’uscita di Matteo Renzi dal Pd e dalla formazione di Italia Viva come virtuale “ago della bilancia” della coalizione ma poi rafforzata dalla centralità emergenziale legata alla questione pandemica. Che ha lasciato in eredità il protagonismo di un premier ben poco avvezzo alle logiche ordinarie della politica romana e divenuto bulimico nell’esposizione mediatica e nella volontà di controllare tutti i dossier strategici. Il caso Calabria ha segnalato il problema, poi è iniziata una spirale discendente. Il pasticcio sull’intelligence ha scatenato l’ira del Pd, la centralizzazione della riforma del Mes tra Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri aperto alla fronda pentastellata, i pasticci sulla task force del Recovery Fund portato alla reazione di Italia Viva. 

E questa somma di contraddizioni ha fatto uscire allo scoperto la madre di tutti i malumori: la bulimia comunicativa e l’affrettato decisionismo del premier sui Dpcm di contenimento dell’emergenza sanitaria. Tanto che parlando delle critiche alla centralità del premier Il Foglio segnala come uno dei maggiori portavoce dell’insofferenza verso Conte il capogruppo al Senato del Pd, Andrea Marcucci, dato in uscita verso Italia Viva proprio per marcare il distacco dal presidente del Consiglio. Mire di potenze internazionali, appetiti dei partiti, manovre di piccolo cabotaggio e ambizioni personali si sommano nel far sprofondare nel caos lo sgangherato governo giallorosso. In mezzo a tutto un premier che spera di sopravvivere politicamente compensando la pressione di queste forze contrapposte. E che prosegue nella sua incerta marcia solo per l’assenza totale di alternative nel contesto della sua coalizione. Tutto questo mentre il Paese, alle prese con la più grave crisi della storia repubblicana, aspetta ben altro che la fine delle beghe di potere giallorosse.

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