Il calcio italiano (non) cambia: la Figc riparte da Malagò

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Il calcio italiano ha il suo nuovo presidente: come ampiamente previsto, l’ex capo del CONI, il Comitato Olimpico italiano, Giovanni Malagò succede al dimissionario Gabriele Gravina. Alla riunione della FIGC, la Federcalcio italiana, Malagò ha ottenuto il 68,58%, superando ampiamente l’unico sfidante, Giancarlo Abete. Spetterà a lui, adesso, portare avanti le tanto agognate riforme di cui il calcio ha bisogno, dopo tre qualificazioni ai Mondiali fallite.

Parlare di cambiamento, però, è più che altro retorica di circostanza. Malagò è sempre stato molto legato a Gravina, ed era noto fin da subito che la sua elezione avrebbe rappresentato una continuità con il predecessore. Non che l’alternativa avrebbe comportato una rivoluzione, anzi: Abete, 76 anni ad agosto, è presidente della Lega Nazionale Dilettanti dal 2021, ed era già stato a capo della FIGC tra il 2007 e il 2014, negli anni in cui è iniziata la crisi post-vittoria del Mondiale.

Il piano di Malagò per il calcio italiano

La cosa che più interessa ai tifosi è chiaramente come invertire la drammatica rotta della Nazionale e riportarla al Mondiale per la prima volta dal 2014. Malagò ha specificato di non avere ancora “parlato con nessuno”, ma da settimane la stampa specializzata dice che in realtà avrebbe già l’accordo con Roberto Mancini. Una figura ambivalente, che da un lato ha risollevato gli Azzurri dal disastro del 2018 e li ha portati a vincere l’Europeo del 2021, ma poi ha fallito clamorosamente la qualificazione al Mondiale in Qatar e ha abbandonato a sorpresa la Nazionale nell’agosto 2023, optando per una ricca (e fallimentare) esperienza in Arabia Saudita.

Poi ci sarebbe Paolo Maldini, l’ex dirigente del Milan vincitore dello scudetto del 2022. Estremamente stimato nell’ambiente del calcio italiano e anche tra i tifosi, Maldini potrebbe assumere il ruolo di direttore tecnico della Nazionale. Il suo lavoro al Milan è stato eccezionale, ma una cosa è lavorare nei club, in cui puoi individuare e acquistare i giocatori che ti servono, e un’altra è gestire una selezione nazionale, in cui bisogna fare i conti con ciò che si ha.

Maldini sarebbe probabilmente l’unica vera novità di questo nuovo corso, che inizia con molti dubbi. La scelta di Malagò e il possibile come back di Mancini sembrano indicare la volontà di un ritorno al passato, facendo finta che l’immediato post-Europeo del 2021 sia stato solo un brutto incubo. Non è chiaro in che modo la FIGC affronterà i problemi profondi del calcio italiano: a parte il trofeo vinto da Mancini, la Nazionale viene da nove anni di fallimenti, durante i quali sono cambiati decine di giocatori e ben quattro allenatori.

La centralità della politica

Chi spera in grandi riforme a livello tecnico rischia di rimanere deluso: Malagò ha già anticipato, infatti, che uno dei suoi principali obiettivi sarà recuperare il rapporto con il governo. Gravina era entrato in aperto contrasto con Andrea Abodi, il ministro dello Sport, e nella maggioranza non erano in molti ad approvare l’elezione dell’ex presidente del CONI. Ma il mandato di Malagò, soprattutto per quanto riguarda i grandi club della Serie A, deve passare necessariamente dall’aiuto governativo.

In primo luogo, per la reintroduzione del Decreto Crescita, che comporta sgravi fiscali per l’acquisto dei giocatori dall’estero. Poi ci sarà la cancellazione del divieto di pubblicità legate alle scommesse, che permetterebbe alle società di aumentare i propri guadagni. Anche in questo caso, quindi, la FIGC sembra voler guardare indietro invece che avanti: reintrodurre una legge abrogata nel 2023 e tornare alla situazione precedente a un divieto introdotto nel 2018.

Il lavoro in accordo con la politica nazionale e locale sarà fondamentale anche per sbloccare il cosiddetto ‘piano stadi’. L’Italia ospiterà gli Europei del 2032 assieme alla Turchia, ma al momento la quasi totalità delle strutture non è adeguata, e il tempo stringe. I club vogliono il sostegno economico del governo per investire nei lavori, alcuni con l’obiettivo di ottenere stadi di proprietà o di farne finanziare i lavori da Comuni e Regioni.

Quello che non c’è nel programma Malagò

Insomma, il programma di Malagò ha idee molto chiare riguardo a come aumentare i guadagni dei grandi club, ma un po’ meno sugli aspetti tecnici. Si parla vagamente della valorizzazione del Centro Tecnico Federale di Coverciano, di incentivi alle società che investono nei giovani, della stabilizzazione economica della Lega Pro (due squadre dell’ultima stagione sono già fallite, altre tre sono a rischio). Tutti argomenti su cui, in FIGC, si fanno promesse da almeno un decennio, senza che nulla di effettivo si sia mai visto.

Nessuna parola, per il momento, sulle altre questioni che attanagliano il calcio italiano, ma che faticano a raggiungere i vertici delle istituzioni. I costi dei biglietti sono in costante crescita, così come quelli degli abbonamenti per vedere il calcio in tv e pure le tasse d’iscrizione alle scuole calcio. Mentre si discute degli interessi economici dei grandi club, l’Italia sta diventando un paese in cui l’accesso al calcio, sia nella pratica che nel tifo, è sempre più elitario.