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Il 20 febbraio 2025, il Brasile ha ufficialmente aderito all’OPEC+, il cartello dei Paesi produttori di petrolio, ma con una precisazione che cambia le carte in tavola: nessuna intenzione di accettare vincoli sui tagli alla produzione. La decisione, annunciata dal ministro delle Miniere e dell’Energia Alexandre Silveira, segna un momento cruciale per il gigante sudamericano, che si conferma sempre più come attore di peso nel mercato globale dell’energia. Ma questo ingresso “leggero” nel gruppo – limitato a un ruolo consultivo senza obblighi – porta con sé implicazioni economiche e politiche che meritano di essere sviscerate, soprattutto in un mondo dove il petrolio resta una leva di potere, nonostante i proclami sulla transizione verde.

Dal punto di vista economico, il Brasile non nasconde le sue ambizioni. Con una produzione attuale che lo colloca già tra i primi sette produttori mondiali, il Paese punta a raggiungere i 5,4 milioni di barili al giorno entro il 2030, scalando fino al quarto posto globale. Questo obiettivo si basa su una strategia chiara: sfruttare al massimo le risorse, incluse quelle controverse dell’area amazzonica, per generare crescita, occupazione e introiti. Entrare in OPEC+ senza sottostare ai tagli produttivi è una mossa astuta: permette a Brasília di sedersi al tavolo dei grandi, influenzare le discussioni sui prezzi e accedere a informazioni preziose, senza sacrificare i propri piani espansionistici. In un momento in cui l’offerta OPEC è in calo – con una riduzione di 50.000 barili al giorno a gennaio rispetto a dicembre, dovuta soprattutto a flessioni in Iran e Nigeria – il Brasile si posiziona come un produttore non vincolato, pronto a colmare eventuali vuoti di mercato.

Ma c’è di più. Questa scelta riflette una visione pragmatica del presidente Lula, che deve bilanciare le esigenze di sviluppo interno con la sua immagine di leader progressista, soprattutto considerando che nel novembre 2025 il Brasile ospiterà il summit ONU sul clima COP30. Dire “non dobbiamo vergognarci di essere produttori di petrolio” significa rivendicare un diritto alla crescita economica, in un Sud globale che spesso si sente penalizzato dalle agende ambientaliste del Nord. Lula sembra voler usare l’OPEC+ come piattaforma per spingere i Paesi ricchi di petrolio a investire in energie alternative, una proposta ambiziosa ma che rischia di restare retorica, vista la riluttanza del cartello a deviare dal core business fossile.

L’attenzione di Europa e Usa

Sul piano politico, l’ingresso in OPEC+ proietta il Brasile in una nuova dimensione geopolitica. Non essere soggetto ai tagli lo distingue da membri storici come Arabia Saudita o Russia, che usano la leva della produzione per esercitare influenza globale. Tuttavia, il dialogo con questi giganti – rafforzato dall’adesione – potrebbe aprire a Brasília nuove opportunità di alleanze, soprattutto in un contesto di negoziati tra Stati Uniti e Russia che potrebbero allentare le sanzioni su Mosca e destabilizzare i prezzi del greggio. Per l’OPEC, accogliere un giocatore come il Brasile senza vincolarlo è un compromesso che allarga la rete d’influenza, ma ne diluisce la coesione interna, già messa alla prova da tensioni tra membri.

L’Europa e gli Stati Uniti, tradizionali motori del mercato petrolifero non-OPEC, guardano con attenzione. Il Brasile, insieme a Canada e Guyana, era visto come baluardo della produzione fuori dal cartello; ora, pur senza tagli, il suo dialogo con OPEC+ potrebbe spostare gli equilibri, rendendo più complesso per l’Occidente gestire le dinamiche energetiche globali. Intanto, i prezzi del petrolio, già incerti per fattori esterni come i colloqui USA-Russia, potrebbero subire ulteriori pressioni, con l’OPEC+ che appare incline a mantenere i tagli più a lungo di quanto previsto.

In definitiva, l’ingresso del Brasile in OPEC+ è un gioco di equilibrismo: garantisce vantaggi economici senza costi immediati, ma lo colloca in una posizione ambigua tra ambizioni di potenza energetica e impegni climatici. Resta da vedere se questa strategia pagherà, o se il Paese finirà per essere un osservatore di lusso in un club che, pur potente, mostra crepe sempre più evidenti.

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