Il Brasile alla prova della nuova politica USA

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È stata definita “dottrina Donroe”, unendo Donald (Trump) a Monroe, dall’omonima dottrina che stabilisce il cuore della politica estera statunitense, ovvero l’atteggiamento verso il continente americano.

Nel 1823 il presidente degli Stati Uniti James Monroe stabili che le potenze coloniali europee non dovessero interferire nel continente americano, questo perché allora la Spagna e la Francia avevano ancora dei grandi interessi in quella parte dell’emisfero. Si trattava quindi di una dottrina prettamente difensiva: gli Stati Uniti avrebbero reagito alle influenze esterne di qualsiasi tipo nel proprio intorno geografico. Successivamente il presidente Theodore Roosevelt modificò questa postura politica nel 1904, aggiungendo la possibilità per gli Stati Uniti di intervenire direttamente con la forza militare nel continente americano. Il presidente Trump ha ulteriormente spostato la soglia di intervento con l’azione in Venezuela, riservando agli USA il diritto di decidere l’assetto politico di una nazione americana in modo diretto.

Questa maggiore aggressività statunitense porta con sé dei problemi di sicurezza per gli altri Stati americani, alcuni di quali hanno intessuto importanti e vincolanti relazioni internazionali con Paesi avversari o competitori degli Stati Uniti.

La nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) USA segna un cambiamento ideologico e sostanziale nella politica estera statunitense. L’amministrazione sta tentando di definire una nuova dottrina di politica estera “America First” profondamente pragmatica, che ridefinisce anche i rapporti di forza e diplomatici di storiche alleanze, dimostrando una miopia strategica e l’abbandono temporaneo del pensiero politico legato all’interdipendenza per abbracciare il cosiddetto “realismo offensivo”. Ad esempio, l’agenda democratica sta tramontando e con essa il “destino manifesto” statunitense, per lasciare il posto a una politica estera basata su ciò che rende gli Stati Uniti più potenti e prosperi, anche a discapito di storici alleati.

Washington sta applicando questo nuovo pensiero politico a livello globale, ma sta cominciando dal suo intorno geografico: nella fattispecie l’emisfero occidentale inteso come l’interezza del continente americano.

Per questo motivo, e per i rapporti diplomatici che alcuni Paesi sudamericani hanno intessuto con altre potenze esterne all’emisfero occidentale, in Sudamerica sta serpeggiando un senso di inquietudine. Un esempio in tal senso è dato dal Brasile.

L’impronta cinese in Brasile e il non allineamento

La Repubblica Popolare Cinese (RPC) si sta radicando nella base industriale e nell’economia di consumo brasiliana, trasformando il colosso sudamericano in una porta d’accesso per l’influenza cinese in tutto il continente. Questo cambiamento mette in discussione la tradizionale sfera d’influenza di Washington, comportando al contempo conseguenze indirette per Taiwan, la cui sopravvivenza diplomatica si basa su una cerchia sempre più ristretta di alleati in America Latina, progressivamente attratti nell’orbita di Pechino. Sebbene la RPC non sia ancora il principale investitore estero in Brasile – gli Stati Uniti detengono ancora questo primato, rappresentando il 17,05% del totale – gli investimenti diretti esteri (IDE) di Pechino stanno aumentando significativamente. Dal 2023 al 2024, Pechino ha aumentato gli IDE in Brasile del 113%, mentre gli investimenti statunitensi sono aumentati solo dello 0,057%. Sebbene l’amministrazione Trump abbia posto l’America Latina al centro della sua politica estera, l’impegno economico di Washington rimane limitato, lasciando a Pechino ampio margine d’azione.

Il Brasile, tra i Paesi sudamericani, è forse quello che più si attiene alla vecchia definizione di Paese non allineato: commercia con la Repubblica Popolare, ha rapporti amichevoli con la Russia, è economicamente legato all’Unione Europea agli Stati Uniti, ma soprattutto acquista armamenti In Europa (soprattutto in Italia) e negli USA. Questo posizionamento intermedio profondamente diverso rispetto a quello di altri Paesi come Cuba, il Nicaragua, la Colombia, il Messico o la stessa Argentina (quest’ultima con Milei appiattita su posizioni statunitensi), apre al dibattito su come il Paese dovrà reagire alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense alla luce di quanto accaduto in Venezuela.

Il presidente Lula è stato il primo tra i leader dell’America Latina a condannare l’azione americana in Venezuela. In un post su X, Lula ha affermato che è stato superato “un limite inaccettabile” e che “questi atti rappresentano un grave affronto alla sovranità del Venezuela e un ulteriore precedente estremamente pericoloso per l’intera comunità internazionale”. Lula ha sottolineato che “attaccare i Paesi, in flagrante violazione del diritto internazionale, è il primo passo verso un mondo di violenza, caos e instabilità, dove la legge del più forte prevale sul multilateralismo” e che “l’azione ricorda i peggiori momenti di ingerenza nella politica dell’America Latina e dei Caraibi, e minaccia la preservazione della regione come zona di pace”.

L’ultima frase del presidente brasiliano si riferisce proprio a questo recupero aggressivo della Dottrina Monroe da parte degli Stati Uniti, nel contempo però Lula cerca di intrattenere buoni rapporti con gli Stati Uniti almeno dal punto di vista commerciale per procedere nella ricerca di soluzioni ai dazi e alle sanzioni contro le autorità brasiliane.

Bisogna ricordare, per capire le parole di condanna di Lula, che il Brasile si era fatto carico di una nuova politica di interscambio e accordi diplomatici tra i Paesi dell’America meridionale, avendo come primo punto in agenda il rinnovamento dei rapporti con l’Argentina ma anche col Venezuela di Maduro: è stato proprio il lavoro diplomatico brasiliano effettuato sottotraccia a disinnescare la recente crisi tra Venezuela e Guyana per la regione dell’Essequibo.

Una riflessione interna

Ora la nuova politica trumpiana ha rimescolato un’altra volta le carte, e per capire meglio come in Brasile si stia percependo quanto accaduto vi riportiamo il pensiero di Feliciano Guimaraes, professore di relazioni internazionali, ricercatore a Yale e caporedattore del CEBRI (Centro Brasileiro de Relaçoes Internacionais), think tank indipendente. Guimaraes afferma che il Venezuela rappresenta la sfida strategica più grande nella politica estera di Lula, aprendo un pessimo scenario in cui si palesa il ritorno di una politica di sicurezza nazionale USA basata sul principio delle sfere di influenza.

Di fronte a una strategia di questa natura, le potenze regionali hanno, in termini analitici, tre alternative. La prima è resistere frontalmente alla potenza dominante. La seconda è accettare un assetto di tipo “condominiale”, in cui viene preservato un certo grado di autonomia, ma collaborando con la potenza egemone nell’amministrazione e nella proiezione della propria influenza regionale. La terza alternativa è la piena accettazione della sfera di influenza, che implica la rinuncia all’autonomia strategica e la trasformazione in un attore subordinato. Queste sarebbero le tre opzioni che il Brasile si trova attualmente ad affrontare avendo presente che la decisione del Venezuela di resistere ha portato all’indebolimento del Paese (non a un cambio di regime, in quanto il sistema politico venezuelano è ancora in piedi nonostante la cattura Maduro).

Secondo Guimaraes il Brasile deve effettuare un’analisi attenta e realistica delle proprie capacità e dei propri limiti al fine di definire quale di queste alternative sia strategicamente praticabile e politicamente sostenibile nel nuovo contesto regionale. Il problema è che il Brasile sino a oggi ha visto i rapporti con gli Stati Uniti in modo sostanzialmente buono: tra i due Paesi c’è sempre stata collaborazione nonostante le crisi saltuarie. Questa interpretazione però dimentica che esiste la necessità di pensare strategicamente a come i Paesi di medie dimensioni e le potenze regionali dovrebbero agire di fronte a una potenza che adotta atteggiamenti aggressivi ed espansionistici nelle sue immediate vicinanze.

Guimaraes afferma senza mezzi termini che non esiste un processo di pensiero sistematico all’interno dei circoli intellettuali brasiliani – né tra diplomatici e politici – volto a costruire una politica di resistenza e, soprattutto, di difesa contro gli Stati Uniti. Il Brasile manca di una riflessione coerente su cosa significhi formulare una politica estera difensiva di fronte a una potenza disposta a riorganizzare la regione secondo una logica di sfere di influenza. Questa lacuna deve essere affrontata esplicitamente e secondo il professore richiede una revisione a livello diplomatico e del pensiero strategico brasiliano, nonché uno sforzo più consistente in ambito accademico per teorizzare, concettualizzare e rendere operative strategie di resistenza, contenimento e preservazione dell’autonomia in contesti di asimmetria di potere. Senza questo sforzo, il Brasile rischierebbe di rimanere intellettualmente e politicamente impreparato a uno scenario regionale caratterizzato dal riemergere di politiche di potenza.

L’Europa non deve restare a guardare

Vogliamo aggiungere ora alcune nostre considerazioni al pensiero di Guimaraes. L’imprevedibilità della Casa Bianca, nonostante la nuova dottrina strategica, porta con sé importanti fattori di incertezza e instabilità. Washington tollererà una maggiore impronta cinese in Brasile? Allo stesso modo permetterà al Brasile di stringere legami economici e di altra natura con l’Unione Europea o con altre singole potenze europee? Difficilmente gli Stati Uniti lasceranno carta bianca alla Repubblica Popolare in Sud America, quindi anche in Brasile, e riteniamo che allo stesso modo sarà molto complicato per il Brasile di Lula attuare quel multilateralismo che ha permesso al Paese di restare tra i non allineati.

Questa politica statunitense deve portare con sé importanti riflessioni anche da questa parte dell’Atlantico, nella fattispecie in Europa dove molto probabilmente verranno osteggiate da parte USA tutte le attività diplomatiche che si stanno effettuando tra UE e Sud America. Tornando al tessuto politico sudamericano, anche la politica di Lula di implementazione delle relazioni intra-sudamericane sarà sicuramente messa in discussione da Washington, lasciando al Brasile poco margine d’azione e possibilmente aprendo una nuova fase di crisi con gli Stati Uniti.