È un Luigi Di Maio raggiante quello che sbarca a Shanghai per l’Expo. Il ministro degli Esteri è arrivato in Cina con la netta sensazione di essere lui l’artefice delle forti connessioni tra Roma e Pechino e con l’idea che il Conte bis non si distanzierà troppo dal primo Conte, quello giallo-verde, in tema di rapporti italo-cinesi e strategie di Palazzo Chigi sulla Nuova Via della Seta. Secondo Di Maio nulla è cambiato. Anzi, il suo passaggio da ministro dello Sviluppo economico, allora firmatario del Memorandum, a capo della Farnesina dovrebbe essere il suggellamento di quell’asse su cui il Movimento 5 Stelle ha in parte costruito la sua agenda in politica estera.

Il problema è che tra il dire (di Di Maio) e il fare (della Via della Seta) c’è un abisso. E quello che continua a essere proclamato il titolare degli Esteri come il trionfo della sua diplomazia prima di essere ministro si è rivelato in realtà non un fiasco ma sicuramente un clamoroso bluff. Clamoroso non certo per i demeriti cinesi, quanto per le mosse di Di Maio e dei suoi principali consiglieri che hanno voluto sì entrare a far parte della Nuova Via della Seta – primo Stato fondatore dell’Unione europea e membro del G7 a partecipare – ma invece di assumere i benefici dei potenziali accordi economici con i gigante asiatico si sono assunto soltanto gli oneri. Riuscendo nel difficile intento di firmare un patto tutto sommato innocuo per le nostre casse ma che ha irritato fortemente gli Stati Uniti costringendo Giuseppe Conte e i suoi ministri a innumerevoli giravolte per spiegare a Donald Trump e ai suoi ministri che, in fondo, quell’accordo non avrebbe cambiato niente.

Insomma, un accordo double-face a seconda dell’interlocutore di Di Maio: rivoluzionario se ne parla con Pechino, irrisorio se ne parla con Washington. Di fatto un accordo che, a parte un lieve aumento dell’export di alcuni prodotti in Cina, per il resto si è trasformato in un vero e proprio pantano politico su cui gli Stati Uniti hanno subito voluto mettere le cose in chiaro. Niente 5G in mano cinese, niente investimenti di Pechino a Trieste e Genova, nessun accordo che potesse mettere in dubbio l’intelligence atlantica in Italia, ferma appartenenza a qualsiasi decisione di Washington e Bruxelles. E Roma ha detto sì, con tutto l’imbarazzo che comporta l’avere accolto in pompa magna Xi Jinping e i suoi delegati per poi andare in giro spiegando come si sia trattato fondamentalmente un bluff.

E in effetti applicare il concetto di bluff non è così distante dalla realtà. Intanto perché il ministro ha già posticipato i frutti del suo accordo: 2020. Quindi un primo anno sarebbe andato a vuoto. Ma poi perché il volume d’affari è irrisorio se paragonato a quello di altri Stati europei, in primis Germania e Francia, che con la Cina hanno firmato accordi multimiliardari senza entrare a far parte di alcuna Via della Seta. Emmanuel Macron va a Pechino dopo che gli accordi firmati dalle sue aziende con la Cina hanno portato nelle casse francesi decine di miliardi di euro di contratti. Angela Merkel, per la dodicesima volta in visita di Stati nel Paese asiatico, di fatto è la leader del Paese che può essere il vero terminale delle rotte commerciali cinesi. Ma non solo. La Germania ha anche detto di essere contenta di aprire la sua rete 5G ai colossi di Pechino, Huawei in testa, mentre Roma ha dovuto garantire nero su bianco agli Stati Uniti che mai e poi mai un colosso asiatico avrebbe preso parte alle Tlc italiane. Come dimostrato dal primo atto del nuovo governo Conte: il decreto sul golden power.

In pratica, quello che le potenze europee hanno potuto ottenere semplicemente firmando enormi accordi commerciali, l’Italia non è riuscita a ottenerlo firmando un memorandum che ci impegna invece politicamente con la visione globale della Cina. Siamo invece riusciti a prenderci il lato negativo di questo memorandum: irritare Washington e Trump, non avere alcuna garanzia nel sostegno cinese nel bacino del Mediterraneo allargato (anche se il ministro ha parlato con il suo omologo Wang anche di Libia e Siria), ma soprattutto non riuscire a fare concorrenza al Nord Europa né dal punto di vista infrastrutturale né di quello industriale. Aspettando i frutti dell’accordo (nel 2020 secondo Di Maio) intanto abbiamo già i primi risultati negativi.