Il blocco USA di Hormuz mette in crisi la credibilità di Washington

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Nella giornata di domenica 12 aprile, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che visto il fallimento dei colloqui di tregua in Pakistan con l’Iran, gli USA imporranno un blocco navale allo Stretto di Hormuz, impedendo alle navi “che pagano” gli iraniani di passare.

Poche ore dopo, il CENTCOM (Central Command), il comando statunitense per le operazioni in Medio Oriente e Asia Centrale, ha diffuso un comunicato in cui si rendeva noto che le forze USA inizieranno ad attuare il blocco di tutto il traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti iraniani il 13 aprile alle ore 10:00 (ora della costa orientale degli Stati Uniti), in conformità con la proclamazione del Presidente. Il blocco, ora in esercizio, sarà applicato in modo imparziale alle navi di tutte le nazionalità in entrata e in uscita dai porti e dalle zone costiere iraniane, inclusi tutti i porti iraniani sul Golfo Arabico e sul Golfo di Oman. Le forze del CENTCOM non ostacoleranno la libertà di navigazione delle navi che transitano nello Stretto di Hormuz da e verso porti non iraniani.

Si tratta quindi di un blocco selettivo, che fa da contraltare al “casello” marittimo stabilito da Teheran che prevede la libertà di passaggio senza conseguenze per chi paga 1 dollaro in bitcoin per ogni barile di greggio trasportato. Il provvedimento statunitense è teso a colpire maggiormente l’export di greggio iraniano ma non solo: l’80% del petrolio inviato via mare da Teheran finisce nella Repubblica Popolare Cinese, che dall’Iran importa annualmente circa il 13,4% del suo fabbisogno di greggio. Washington intende quindi anche mettere pressione su Pechino in modo che si adoperi per portare Teheran a più miti consigli, dopo i fallimentari colloqui e le pretese semplicemente inaccettabili espresse nei 10 punti trasmessi agli Stati Uniti. Su tutti, la richiesta del ritiro statunitense dal Medio Oriente e la cessione del controllo su Hormuz all’Iran sono stati, insieme alla questione del nucleare, sicuramente rigettati da Washington per le implicazioni geopolitiche ad essi annesse.

Cedere il controllo di Hormuz all’Iran, ad esempio, significherebbe creare un pericoloso precedente di nazionalizzazione di un braccio di mare in aperto contrasto coi principi internazionali di libertà di navigazione stabiliti dall’ONU (UNCLOS).

Proprio per quanto riguarda la libertà di navigazione e le garanzie di questo principio, il blocco statunitense dello Stretto di Hormuz ha messo in crisi la credibilità degli USA in qualità di garanti internazionali di questo principio. Credibilità già intaccata con l’inizio del conflitto, quando le prime compagnie petrolifere avevano sospeso l’invio di idrocarburi via nave nel timore di attacchi iraniani, e successivamente quando gli Stati Uniti si erano rivolti ai propri alleati europei per chiedere aiuto nella scorta ai traffici navali lungo lo Stretto, ricevendo un generale netto rifiuto.

La prima marina militare al mondo, la U.S. Navy, non è stata in grado di tenere aperte le linee di navigazione in modo sicuro, e la posa di mine da parte iraniana nella parte meridionale dello Stretto ha definitivamente allontanato questo obiettivo, ottenibile solo con una intensa e lunga campagna di sminamento, con assetti che gli Stati Uniti non hanno in zona.

La decisione di interdire il traffico navale da e per l’Iran è un ulteriore segno dell’incapacità degli Stati Uniti di ottenere il controllo del mare senza il supporto degli alleati: se non è possibile scortare le navi a causa della minaccia pendente, allora non resta che bloccare quelle che operano per il mio avversario.

In un’ottica globale quanto sta accadendo, e quanto è già accaduto a partire dal 28 febbraio scorso, facilmente aprirà degli importanti interrogativi in quei Paesi che degli USA sono partner e alleati in uno scacchiere che proprio per Washington è primario: l’Indo-Pacifico. Gli USA sono visti – perché sono sempre stati dal secondo dopoguerra a oggi – garanti del principio di libertà di navigazione: la U.S. Navy è pensata per proiettare potenza a lunghissimo raggio e per controllare i choke points mondiali, in modo che le linee marittime restino sempre aperte. L’incapacità di controllare Hormuz è di per sé un colpo all’immagine statunitense in tal senso, e la richiesta di aiuto agli alleati non va letta solo come una pretesa politica di coinvolgimento, ma anche come una necessità militare date le capacità contromisure mine sviluppate dalla NATO, e il potenziale marittimo generale espresso dai partner europei dell’Alleanza.

La prevista – e prevedibile – ulteriore penuria di greggio e gas sul mercato, spingerà molto probabilmente alcuni Paesi asiatici (i più colpiti finora dal fermo delle petroliere) a cambiare provider per la propria sicurezza energetica. In questo senso, la Repubblica Popolare potrebbe da subito giocare un ruolo importante considerando l’accumulo di scorte strategiche e la possibilità di accedere a basso costo alla produzione russa (se pur intaccata dagli attacchi ucraini e dalle sanzioni internazionali che toccano tutta la filiera a cominciare dalla R&D). Pechino, da quanto sappiamo, ha interrotto le esportazioni di carburante per non intaccare le riserve interne, e si è resa disponibile a fungere da “cuscinetto energetico” ai Paesi suoi vicini, compresi Australia, Filippine e Taiwan. Da quanto stimato, la Repubblica Popolare dispone di riserve petrolifere pari a 1,2 miliardi di barili, ovvero sufficienti per circa 108 giorni senza importazioni. La RPC ha anche il vantaggio di poter “ripulire” il greggio russo dal pericolo sanzionatorio, a differenza di altri Paesi che invece sono più direttamente dipendenti da Mosca come l’India, che ora si trova non poter più rivenderlo a terzi a causa della chiusura dello Stretto.

Uno scenario ancora più interessante che potrebbe aprirsi nell’immediato futuro è quello del passaggio di testimone forzato tra USA e RPC come punto di riferimento per la sicurezza delle linee di navigazione: sebbene la PLAN (People’s Liberation Army Navy) non abbia ancora le capacità di una marina globale – ma sta lavorando alacremente per ottenerle entro il 2035/2040 – la linea politica tenuta da Pechino, molto più accomodante e sottotraccia, potrebbe spostare il baricentro geopolitico verso di essa. Certamente rimangono alcune questioni che ostacolerebbero questo cambio di rotta: la postura aggressiva cinese verso Taiwan, ma soprattutto verso il Mar Cinese Meridionale, dove la RPC infrange costantemente il diritto internazionale marittimo procedendo a nazionalizzare uno specchio d’acqua regionale che non le appartiene, creando così instabilità e timori nei Paesi che circondano il gigante asiatico.

Gli Stati Uniti hanno quindi aperto una crisi diventata rapidamente internazionale senza una strategia d’uscita chiara – come quasi sempre accade nei conflitti peraltro – e il prestigio di Washington a livello internazionale ne esce duramente intaccato. Probabilmente il blocco navale USA servirà a tornare al tavolo delle trattative, ma la mancanza di visione strategica dell’amministrazione Trump rimane: l’imposizione di rapporti transazionali, il “do ut des”, offre scarsi margini di vantaggio nel lungo periodo.