Il bilancio ucraino del 2026 è una bomba a orologeria. E Zelensky prende a schiaffi l’Europa

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Senza fondi statunitensi e con un buco di bilancio da 40 a 80 miliardi di euro l’anno, l’economia di guerra di Kiev dipende sempre più da prestiti europei e dalle ricette all’insegna dell’austerity. Mentre le luci di Davos illuminano un Occidente sempre più lontano dalle parole d’ordine e dalle illusioni degli anni Novanta, il destino dell’Ucraina sembra scivolare lungo una faglia geopolitica sempre più profonda. Da una parte c’è un Donald Trump che, ridicolizzato da alcuni progressisti come fuori di cotenna, non usa giri di parole per spiegare agli europei che il tempo degli assegni in bianco da Washington è finito. Dall’altra c’è una leadership ucraina che, sentendo mancare il terreno (sia diplomatico che militare) sotto i piedi,vorrebbe virare con decisione verso Bruxelles, sia pure con modi bruschi.

Il 2026, per l’Ucraina, si preannuncia però soprattutto come l’anno della prova del nove finanziaria. Per la prima volta dall’inizio dell’invasione, Kyiv dovrà fare i conti con l’assenza quasi totale del sostegno economico della Casa Bianca. Se nel 2025 erano rimasti alcuni residui dell’era Biden, oggi l’Ucraina dipende esclusivamente dalla generosità europea e dai prestiti internazionali. I numeri rivelano una fragilità che i proclami ottimistici faticano a nascondere.

Il governo ucraino ha approvato un budget per il 2026 che è un inno all’ottimismo. Si prevede un deficit di circa 41 miliardi di euro, pari a quasi il 19% del pil, con l’idea che quasi tutto questo buco venga coperto da donatori stranieri. Ma le stime del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) sono decisamente più severe e parlano invece di un fabbisogno che supera i 54 miliardi di dollari. Una discrepanza enorme, dunque, tra ciò che Zelensky spera di ricevere e ciò che gli esperti ritengono necessario per evitare il collasso.

L’Ue ha risposto con un prestito da 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027. Una cifra che appare imponente, ma vedendone la struttura, la realtà è un po’ diversa. Due terzi di questa somma sono destinati all’assistenza militare, il che significa che quei soldi torneranno in gran parte alle industrie belliche occidentali. Solo una piccola frazione, circa 15 miliardi l’anno, andrà effettivamente a sostenere il bilancio statale ucraino, una goccia nel mare rispetto ai 40 o 50 miliardi di euro necessari per mantenere attivi i servizi di base.

Gli attacchi di Zelensky

A peggiorare il quadro si è aggiunto, giovedì, l’attacco verbale di Volodymyr Zelensky all’Ue, accusata di essere troppo fragile, divisa e impaurita. Una mossa che secondo il Financial Times sarebbe stata pensata dall’entourage del presidente ucraino come un modo per “spronare l’Unione ad agire”. L’idea era anche quella di replicare l’effetto di discorsi molto forti come quello pronunciato di recente dal primo ministro canadese, Mark Carney.

Il risultato è stato un intervento giudicato da molti analisti contraddittorio: da un lato Zelensky ha invocato una maggiore autonomia strategica europea, dall’altro ha sostenuto che senza Trump e senza Washington non sia possibile ottenere risultati. Una posizione che rischia di essere accolta male sia a livello diplomatico che nell’opinione pubblica europea: sia perché arrivata dopo che l’Ue aveva approvato un corposo pacchetto di aiuti e pochi giorni dopo il bullismo statunitense in Groenlandia, sia perché molti europei si sentono progressivamente alienati dalla causa ucraina, percepita come da populisti, sovranisti e sinistra radicali come una guerra per procura, in cui l’Europa è finita stritolata.

Zelensky in verità deve muoversi entro vincoli politici precisi, ricorda il corrispondente Davide Maria De Luca: per la sua cerchia e per buona parte dell’élite ucraina, l’alleanza con gli Stati Uniti resta irrinunciabile, nonostante i continui insulti inflitti da Trump, mentre il sostegno europeo è dato per scontato. Da qui la scelta di attenuare qualsiasi critica alla Casa Bianca, arrivando in alcuni passaggi a presentare il leader che lo ha umiliato più volte come più efficace dell’Unione Europea.

Sul collo di Zelensky c’è in realtà anche il Fmi, che sta subordinando i nuovi aiuti a riforme interne estremamente impopolari, come l’introduzione dell’Iva per le piccole imprese e il taglio dei sussidi energetici. La direttrice del Fondo, Kristalina Georgievaha invitato l’Ucraina a liberalizzare ulteriormente il mercato del lavoro per favorire il “dinamismo” del capitale privato, spingendo il messaggio con frasi da LinkedIn (“Credete in voi stessi come un leone, alzatevi e ruggite”). Una richiesta quasi grottesca per un Paese che sta affrontando l’inverno più duro della sua storia recente, con infrastrutture devastate e una popolazione allo stremo.

L’ingenuità degli europei

Le dichiarazioni sono arrivate durante un evento organizzato dall’oligarca ucraino Viktor Pinchuk a margine del Wef, in un contesto in cui all’Ucraina sono arrivate strigliate da intellettuali che sono simpatizzanti della sua resistenza, ma anche della destra trumpiana. Come lo storico bestseller e liberalconservatore Niall Ferguson, secondo il quale “più a lungo dura questa guerra, meno probabile è la vittoria dell’Ucraina. Come Davide e Golia, la Russia ha risorse, manodopera e pil molto maggiori dell’Ucraina, soprattutto con la Cina che sostiene economicamente la Russia su larga scala”. Gli europei, dice Ferguson, non sono stati particolarmente cinici ma semmai ingenui,quando hanno aderito all’idea della controffensiva ucraina del 2023, finita in un disastro.

Nel complesso, dal 2022 a oggi l’Ue ha fornito a Kyiv circa 193 miliardi di euro, mentre gli Stati Uniti ne hanno inviati circa 109, sebbene con l’aggiunta preziosa dei missili Patriot. Il nuovo esborso europeo rischia di essere il massimo che i governi di Bruxelles possono permettersi in questa fase (sia per vincoli di bilancio interni, sia per non far arrabbiare Trump), ma insufficiente sia a coprire il finanziamento della spesa sociale e ordinaria ucraina, sia a rafforzare realmente le capacità militari ucraine rispetto alla Russia. 

Il risultato probabile è che nei prossimi mesi l’aiuto europeo difficilmente farà sedere Zelensky in una posizione di sufficiente forza ai negoziati con Putin, mentre le difficoltà di bilancio potrebbero tradursi in tagli o in una riduzione delle ambizioni di spesa pubblica. L’aumento delle spese sociali previsto dal governo Zelensky per il 2026 sembra ora meno legato alla paura di proteste e più a un’eventuale preparazione elettorale, che però appare sempre più incerta. In questo scenario, anche le preoccupazioni del Fmi per una presunta “eccessiva generosità” sociale di Kyiv appaiono fuori fuoco rispetto alla dimensione reale della crisi.

Sul piano politico, scrive l’eccentrico e acutissimo analista militare Peter Korotaev, Zelensky ha cercato di rispondere a questa stretta tornando a circondarsi di figure tecniche e militari molto vicine al fronte euroatlantico, un tempo messe da parte. Oltre a quelle parole brutali già citate contro l’Europa, dall’effetto tutto da valutare. Ma se l’Europa non riuscirà a superare l’offesa per gli schiaffi ricevuti da Zelensky e a trasformare le sue promesse retoriche in un sostegno finanziario reale e strutturale, il “ruggito” di Kyiv rischia di essere soffocato dai freddi calcoli di bilancio, e la “resilienza” di trasformarsi in una lunga stagnazione armata.