Dopo 15 anni alla guida di Israele, di cui dodici consecutivi, Benjamin Netanyahu è ad un passo da dire addio alla carica di primo ministro. Noto sia tra gli oppositori che tra i sostenitori come “Re Bibi” o “il mago” per la sua abilità nel trovare una soluzione alle crisi che ha dovuto affrontare in più di dieci anni di premiership, Netanyahu ha modificato profondamente la società e la politica israeliana e la sua eredità non potrà certo scomparire con un semplice cambio ai vertici del governo.

Il premier più longevo

Entrato in politica nel 1988 quale esponente parlamentare del Likud e diventato premier nel 1996, Netanyahu è stato il primo ministro più giovane della storia, il primo nato in Israele e il più longevo, battendo così il record stabilito dal padre della patria, David Ben-Gurion. La sua longevità gli è valsa un ampio sostegno tra la fascia d’età che va dai 18 ai 24 anni, formata da giovani che hanno vissuto la loro vita in un Paese comandato unicamente dal leader del Likud e senza il quale riescono difficilmente ad immaginare la politica israeliana.

Per gli elettori più anziani, Netanyahu è invece il fautore dello spostamento sempre più a destra del Likud, mentre per gli arabo-israeliani e i palestinesi è l’uomo che ha fatto naufragare il processo di pace e che ha definitivamente trasformato Israele nello “Stato ebraico”. Bibi, quindi, ha fatto del nazionalismo e della “pace in sicurezza” i suoi cavalli di battaglia, ma a livello interno ha saputo puntare sulla crescita economica e sul rafforzamento del welfare, soprattutto dopo le proteste del 2011 contro il carovita. Tutte politiche che gli hanno permesso di presentarsi in campagna elettorale come il premier che ha reso Israele più sicuro e più prospero e senza il quale lo Stato è destinato a crollare.

Sempre più a destra

Durante i suoi primi mandati Netanyahu è riuscito a raccogliere intorno a sé i partiti di centrodestra sia secolari che religiosi, ma con il passare degli anni le coalizioni da lui formate si sono spostate sempre più a destra. La scelta si è basata su specifici calcoli politici: negli ultimi anni, i partiti più estremisti hanno guadagnato sempre più successo tra gli elettori, come dimostra la recente entrata in Parlamento di Sionismo religioso. Un grande cambiamento se si pensa che nel 2005 Netanyahu riuscì a formare un governo che riuniva Likud, Yisrael Beiteinu e i Laburisti.

Nelle ultime tornate elettorali Bibi ha invece scelto come suoi alleati partiti ultra-ortodossi come Shas o gli estremisti di Sionismo religioso, cavalcando l’onda del nazionalismo e facendo affidamento anche sull’amicizia con il presidente americano Donald Trump, che ha sostenuto le politiche espansionistiche del premier israeliano. Emblema della politica nazionalista di Netanyahu è stata la legge varata nel 2018 che definisce lo Stato come “la casa nazionale del popolo ebraico”, ritenuta discriminatoria nei confronti di quel 21% della popolazione di origine araba.

La crescita economica

L’ambito in cui Netanyahu ha riscosso maggiore successo è stato quello economico. Sostenitore del liberismo, aveva imposto un taglio delle tasse lineare e una riduzione dell’interventismo statale nell’economia privata già nel 2003-2005, quando aveva ricoperto il ruolo di ministro delle Finanze nel governo di Ariel Sharon. Una volta rieletto premier nel 2009, Netanyahu ha continuato a fare della crescita economica di Israele uno dei suoi obiettivi primari, dimostrandosi capace di traghettare il Paese fuori da quella crisi nata negli Stati Uniti e che avrebbe presto travolto il resto del mondo. Sotto la sua presidenza, la crescita annuale del Pil si è sempre mantenuta sopra il 3%, l’occupazione ha continuato a crescere e si è assistito all’implementazione di politiche per l’integrazione a livello economico degli arabo-israeliani e degli ultraortodossi. Due categorie maggiormente escluse dal mondo del lavoro e che fanno spesso affidamento sui sostegni concessi dallo Stato. A Netanyahu va anche il merito di aver saputo puntare sul settore delle start-up dell’high tech, rendendo Israele una vera e propria “start-up nation” grazie ad una fruttuosa collaborazione tra pubblico e privato.

Durante la sua premiership, Netanyahu ha saputo anche rispondere alle proteste dei giovani contro il caro-vita rendendo più equa l’imposizione fiscale, aumentando la spesa pubblica e i controlli sulle attività del settore privato. Quest’ultimo anno ha invece dovuto fare i conti con la diffusione del coronavirus e con le conseguenze economiche che la chiusura forzata delle attività ha comportato. Nonostante le numerose critiche sulla gestione della pandemia, la campagna vaccinale è valsa la Netanyahu e lodi di tutto il mondo e gli ha consentito di mitigare almeno in parte il malcontento degli elettori.

La sicurezza prima di tutto

Ma il vero cavallo di battaglia di Netanyahu fin dalla sua prima elezione nel 1996 è la sicurezza. Obiettivo di Bibi è sempre stato quello di rendere Israele una potenza a livello mondiale “senza fare concessioni”. Un motto che ha seguito fino alla fine, anche durante l’ultima escalation con Hamas.

D’altronde la vittoria di Netanyahu nel 1996, un anno dopo l’assassinio del premier Rabin e a tre anni dalla firma degli Accordi di Oslo, era stata accolta in patria e all’estero come un duro colpo per i negoziati di pace. Sotto la sua leadership si è assistito alla più massiccia espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania dal 1967 – nonostante le critiche degli Stati Uniti guidati da Barack Obama – e all’abbandono della soluzione dei due Stati, almeno secondo quanto previsto da Oslo. Per Netanyahu la nascita di uno Stato palestinese non corrisponderebbe ad una maggiore sicurezza per Israele, ma rappresenterebbe anzi una minaccia per la stabilità dell’area. L’unica soluzione abbracciata negli ultimi anni dal premier è quella proposta dal presidente Usa Donald Trump attraverso l’Accordo del secolo e che prevedeva uno Stato palestinese privo di continuità territoriale e senza un esercito. Bibi sarà inoltre ricordato per aver strappato agli Usa il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello Stato ebraico e della sovranità israeliana sulle Alture occupate del Golan. Tutti successi che sono valsi a Netanyahu non solo nuovi record, ma anche maggiore sostegno elettorale.

Negli anni della sua leadership si è assistito anche ad un inasprimento dei rapporti con i palestinesi ed in particolare con Hamas. Negli ultimi dodici anni Netanyahu ha condotto tre operazioni contro Gaza: Colonna di nuvola nel 2012, Margine protettivo nel 2014 e Guardiano delle mura nel 2021. Gli attacchi contro la Striscia sono serviti al premier per dimostrare di non essere disposto a scendere a compromessi con Hamas, né con altri attori da lui considerati una minaccia per la sicurezza di Israele. In quest’ottica si inseriscono anche l’opposizione di Netanyahu all’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 dall’allora presidente americano Barack Obama e i bombardamenti contro le milizie filo-iraniane nella vicina Siria.

Sempre nel quadro del rafforzamento della sicurezza regionale e di marginalizzazione della questione palestinese si inserisce poi il processo di normalizzazione dei rapporti con i Paesi a maggioranza musulmana iniziati nel 2020. Bibi è riuscito a stringere un accordo di questo tipo con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco, rendendo la normalizzazione dei rapporti con Israele possibili senza bisogno di risolvere il problema della Palestina. Almeno fino all’ultima escalation con Hamas.

La fine di un’era

Dopo quindici anni l’era Netanyahu sembra giunta al termine. L’instabilità politica degli ultimi due anni e la pandemia hanno inferto il colpo di grazia al leader del Likud, che sta anche affrontando un processo per corruzione, frode e abuso d’ufficio. Nell’ultima tornata elettorale Netanyahu ha cercato ancora una volta di cambiare le carte in tavola facendo la corte sia all’estrema destra che al partito arabo Ra’am, presentandosi agli elettori come “Abu Yair” in un ultimo tentativo di ottenere la maggioranza dei voti in Parlamento. Persa la battaglia elettorale, Bibi ha sfruttato l’escalation con Gaza per interrompere i colloqui tra l’opposizione e ricordare ancora una volta al popolo israeliano chi è il suo vero protettore.

Ma la nascita di una nuova coalizione guidata da Yair Lapid sembra aver messo fine al sogno di Netanyahu di continuare a governare il Paese. La sua sconfitta, la prima dopo dodici anni consecutivi, non è necessariamente un addio, ma lascia ai suoi successori un Paese appena uscito da una pandemia e da una nuova escalation con Gaza, sempre più diviso internamente e inserito in uno scenario internazionale mutevole dopo l’elezione di Joe Biden. Tra pochi giorni Netanyahu potrà non essere più il premier di Israele, ma la sua figura politica sarà difficilmente eguagliabile e il suo lascito continuerà ad influenzare un Paese che, nel bene e nel male, ha definito Bibi il suo re.

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