Il bando di Trump sull’accesso straniero ad Anthropic: l’IA da tecnologia commerciale a strumento politico

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Per comprendere la portata del caso Anthropic bisogna andare oltre la vicenda tecnica che ha coinvolto Claude Fable 5 e Claude Mythos 5. Non siamo di fronte a un semplice episodio di regolazione tecnologica o a un contenzioso tra un’azienda privata e il governo federale. Siamo probabilmente davanti a uno dei primi segnali concreti di una trasformazione più profonda: il passaggio dell’intelligenza artificiale da tecnologia commerciale a tecnologia geopolitica.

Negli ultimi trent’anni la globalizzazione digitale si è basata su un principio relativamente semplice. Gli Stati Uniti innovavano, il resto del mondo adottava. Era accaduto con Internet, con i sistemi operativi, con i motori di ricerca, con i social network, con il cloud computing e con buona parte dell’economia digitale contemporanea. La forza americana non derivava soltanto dalla superiorità tecnologica, ma anche dalla capacità di rendere quella tecnologia globale. Più il mondo utilizzava prodotti statunitensi, più aumentava il peso economico e politico di Washington.

L’intelligenza artificiale sembrava destinata a seguire lo stesso percorso. OpenAI, Anthropic, Google, Meta e Microsoft si stavano preparando a esportare modelli sempre più avanzati verso aziende, governi, università e cittadini di tutto il pianeta. L’AI americana avrebbe dovuto diventare la nuova infrastruttura cognitiva globale, una sorta di sistema operativo dell’economia del XXI secolo. La decisione che ha coinvolto Anthropic suggerisce invece che questa strategia potrebbe essere incompatibile con le nuove priorità della sicurezza nazionale americana.

Perché il problema, dal punto di vista di Washington, è che l’intelligenza artificiale più avanzata non viene più percepita come un software. Viene percepita come una forma di potere. Quando ChatGPT venne lanciato nel 2022, il dibattito riguardava soprattutto gli effetti sul lavoro, sull’istruzione e sulla produttività. Nel 2026 il quadro è radicalmente diverso. Oggi i modelli più avanzati vengono valutati anche in base alle loro capacità di contribuire alla ricerca farmaceutica, alla progettazione industriale, all’ingegneria dei materiali, all’analisi militare, alla cybersicurezza e perfino alla ricerca biologica.

La stessa Anthropic, presentando Claude Mythos 5, ha sostenuto che il modello fosse in grado di contribuire alla generazione di ipotesi scientifiche innovative e di accelerare alcuni processi di ricerca avanzata. Se un sistema possiede realmente capacità di questo livello, allora il ragionamento che emerge negli ambienti della sicurezza nazionale diventa quasi inevitabile: perché concedere liberamente a qualsiasi cittadino straniero uno strumento che potrebbe contribuire ad aumentare il potenziale scientifico, economico e tecnologico di un altro Paese?

Questa è la stessa logica che negli ultimi anni ha guidato le restrizioni americane sui semiconduttori avanzati destinati alla Cina. Per molto tempo Washington aveva considerato i chip una normale merce di esportazione. Quando però è diventato evidente che i semiconduttori rappresentavano il cuore della competizione tecnologica globale, la loro circolazione ha iniziato a essere sottoposta a controlli sempre più rigidi. L’AI sembra avviarsi lungo una traiettoria analoga. La differenza è che nel caso dei chip esiste un oggetto fisico da controllare. Nel caso dell’intelligenza artificiale, invece, ciò che viene esportato è molto più difficile da definire. Non si tratta di una macchina, né di un software installato localmente. Si tratta di una capacità accessibile attraverso il cloud. Ed è proprio questa caratteristica a rendere il caso Anthropic particolarmente significativo.

L’aspetto più interessante della vicenda è che mette in crisi l’intero modello economico dell’industria dell’intelligenza artificiale. Per anni le grandi aziende della Silicon Valley hanno costruito il proprio valore sulla possibilità di servire clienti globali. L’intera logica del cloud computing si basa sul fatto che un sistema possa essere utilizzato contemporaneamente da utenti distribuiti in qualsiasi parte del pianeta. La forza di OpenAI, Microsoft, Google o Anthropic deriva proprio dalla loro dimensione internazionale. Se però il governo americano inizia a considerare i modelli più avanzati alla stregua di una tecnologia strategica, la situazione cambia radicalmente. A quel punto emerge una domanda fondamentale: chi deve avere accesso a queste capacità? La risposta tradizionale del mercato sarebbe semplice: chiunque sia disposto a pagare. La risposta della sicurezza nazionale è molto diversa: soltanto chi non rappresenta un rischio.

Il problema è che tra queste due logiche esiste una tensione quasi insanabile. Più un modello diventa potente, più aumenta la pressione politica per limitarne la diffusione. Più se ne limita la diffusione, più si riduce il mercato potenziale. Più si riduce il mercato, più diventa difficile sostenere economicamente investimenti che ormai richiedono decine di miliardi di dollari. In altre parole, il successo stesso dell’intelligenza artificiale rischia di trasformarsi in un problema per le aziende che la sviluppano.

Il cuore della vicenda non è tanto il divieto in sé, quanto il meccanismo giuridico che lo rende possibile. Secondo quanto comunicato da Anthropic, l’azienda ha ricevuto una direttiva basata sulle normative statunitensi di controllo delle esportazioni, un insieme di regole normalmente utilizzate per tecnologie considerate sensibili per la sicurezza nazionale, come componenti militari, semiconduttori avanzati, software crittografici o tecnologie dual use.

Nel caso di Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, l’amministrazione statunitense avrebbe applicato il principio del cosiddetto deemed export, secondo cui non è necessario spedire fisicamente una tecnologia fuori dagli Stati Uniti affinché si configuri un’esportazione. Anche consentire l’accesso a una tecnologia avanzata da parte di un cittadino straniero può essere considerato, dal punto di vista legale, una forma di esportazione. Questo significa che il divieto non riguarda soltanto utenti che si trovano all’estero. Secondo la direttiva descritta da Anthropic, anche un cittadino britannico, francese, italiano o canadese che vive e lavora negli Stati Uniti potrebbe essere escluso dall’utilizzo dei modelli interessati. La restrizione, infatti, sarebbe basata sulla nazionalità dell’utente e non sulla sua posizione geografica. Per questo motivo la misura avrebbe coinvolto persino dipendenti stranieri della stessa Anthropic.

Dal punto di vista pratico il ban non implica la rimozione dei modelli dai server o la loro distruzione. I modelli restano operativi all’interno dell’infrastruttura cloud dell’azienda, ma l’accesso viene limitato attraverso controlli sugli account autorizzati. In teoria Anthropic avrebbe dovuto verificare la cittadinanza di ogni utilizzatore e consentire l’accesso soltanto ai soggetti autorizzati. Tuttavia, la complessità operativa e i rischi legali derivanti da eventuali errori hanno spinto l’azienda a scegliere una soluzione più drastica: sospendere completamente l’accesso a Fable 5 e Mythos 5 per tutti gli utenti, in attesa di chiarimenti normativi.

Molti osservatori hanno letto il caso Anthropic come un episodio della competizione tra Stati Uniti e Cina. In realtà il dato più interessante riguarda gli alleati americani. La direttiva non sembra distinguere tra Paesi ostili e Paesi amici. La distinzione fondamentale è tra cittadini americani e cittadini non americani. Questo significa che un ricercatore britannico, francese, tedesco o italiano potrebbe trovarsi nella stessa categoria normativa di un cittadino proveniente da uno Stato rivale.

Dal punto di vista geopolitico si tratta di una novità enorme. Per decenni gli alleati occidentali hanno dato per scontato che la cooperazione tecnologica fosse una naturale estensione dell’alleanza politica e militare. La vicenda Anthropic suggerisce invece che gli Stati Uniti stanno iniziando a separare sempre più nettamente la dimensione dell’alleanza da quella della superiorità tecnologica. In altre parole, Washington è disposta a condividere la sicurezza, ma non necessariamente i vantaggi competitivi derivanti dalle tecnologie più avanzate.

Questo cambiamento potrebbe avere conseguenze particolarmente rilevanti per l’Europa. Gran parte dell’ecosistema europeo dell’intelligenza artificiale dipende infatti da infrastrutture, modelli e investimenti provenienti dagli Stati Uniti. Se l’accesso a queste tecnologie dovesse diventare subordinato a valutazioni politiche o strategiche, la vulnerabilità europea emergerebbe in tutta la sua evidenza. È una dinamica che ricorda quanto accaduto nel settore energetico dopo l’invasione russa dell’Ucraina: la dipendenza viene percepita come un problema soltanto quando emerge il rischio concreto di interruzione. C’è poi un elemento più strettamente politico. Per decenni la leadership americana si è basata su una combinazione di potenza e apertura. Gli Stati Uniti dominavano i mercati globali perché offrivano tecnologie che chiunque poteva utilizzare. L’approccio che emerge dal caso Anthropic sembra invece riflettere una visione diversa, molto più vicina alla logica del trumpismo.

Non conta più soltanto chi produce una tecnologia. Conta chi la controlla. Conta chi può utilizzarla. Conta chi può esserne escluso. La tecnologia non viene più vista come uno strumento di integrazione globale ma come una leva di potere nazionale. Da questo punto di vista il ban su Anthropic appare coerente con altre scelte compiute dall’amministrazione Trump: dai dazi commerciali alle restrizioni tecnologiche contro la Cina, fino alla crescente enfasi sulla rilocalizzazione industriale. L’obiettivo non è costruire un mercato globale aperto. L’obiettivo è preservare il vantaggio competitivo americano.

Paradossalmente, proprio questa strategia potrebbe produrre un effetto inatteso. Ogni volta che Washington limita l’accesso alle proprie tecnologie, crea un incentivo affinché altri Paesi sviluppino alternative autonome. È esattamente ciò che è avvenuto nel settore dei semiconduttori, dove le restrizioni americane hanno accelerato gli investimenti cinesi. Lo stesso potrebbe accadere nell’intelligenza artificiale. Se governi, università e aziende europee inizieranno a percepire i modelli statunitensi come strumenti soggetti a possibili restrizioni politiche, aumenterà inevitabilmente la pressione per costruire ecosistemi alternativi. La Cina lo ha già capito. Pechino sta investendo massicciamente nello sviluppo di modelli nazionali non soltanto per ragioni economiche, ma anche per evitare future vulnerabilità strategiche.

Il rischio per Washington è evidente: nel tentativo di proteggere il proprio vantaggio tecnologico potrebbe accelerare la frammentazione dell’ecosistema globale dell’AI. Potrebbe cioè ottenere l’effetto opposto rispetto a quello perseguito negli ultimi vent’anni dalla Silicon Valley, che aveva prosperato proprio grazie alla diffusione universale delle proprie tecnologie.

Il caso Anthropic potrebbe quindi essere ricordato come qualcosa di più di una disputa normativa. Potrebbe rappresentare uno dei primi momenti in cui il mondo ha iniziato a capire che l’intelligenza artificiale non sarà una tecnologia globale nel senso in cui lo sono stati Internet o gli smartphone. Potrebbe invece evolvere in un sistema diviso in blocchi geopolitici, con modelli, infrastrutture e regole differenti.

Un ecosistema americano, uno cinese, forse uno europeo e probabilmente altri ancora. Se questo scenario dovesse concretizzarsi, la promessa originaria dell’AI come tecnologia universale lascerebbe il posto a una realtà molto diversa: quella di un mondo in cui il potere non si misura soltanto in missili, flotte o risorse energetiche, ma nella capacità di decidere chi può accedere agli algoritmi più avanzati e chi invece ne resta escluso.

La vera domanda aperta dal caso Anthropic non è dunque se due modelli specifici debbano essere sottoposti a controlli sulle esportazioni. La questione è molto più ampia. Gli Stati Uniti possono davvero mantenere la leadership mondiale nell’intelligenza artificiale trasformando l’accesso ai propri modelli più avanzati in un privilegio riservato? Oppure, nel tentativo di proteggere il proprio vantaggio, finiranno per spingere alleati e rivali a costruire un mondo tecnologicamente più frammentato, meno dipendente dall’America e forse, nel lungo periodo, meno controllabile da Washington? È attorno a questa contraddizione che si giocherà una parte decisiva della geopolitica dell’intelligenza artificiale nei prossimi anni.