A tre anni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, quando i miliziani palestinesi fecero irruzione nel sud di Israele uccidendo circa 1.200 persone e sequestrandone oltre 250, nuove inchieste di Haaretz e The Atlantic sembrano indicare che gli avvertimenti su un imminente attacco non arrivarono solo agli apparati di sicurezza, ma anche al vertice politico israeliano: gli Emirati Arabi Uniti e l’intelligence egiziana avrebbero messo in guardia Benjamin Netanyahu e il suo ufficio politico. La questione pesa sulla campagna elettorale in Israele e si intreccia con il futuro di Gaza e con la battaglia per l’opinione pubblica internazionale. Ne parliamo con Roberto Iannuzzi, ricercatore ed esperto di Medio Oriente, autore di «Il 7 ottobre tra verità e propaganda» (Fazi). Tra i primi libri al mondo a mettere in discussione la versione «ufficiale» sul 7 ottobre.
Nel suo libro uscito nel 2024 ha raccontato come almeno una parte degli apparati israeliani fosse a conoscenza nel dettaglio di un possibile attacco di Hamas. Oggi Haaretz e The Atlantic spostano l’attenzione dagli apparati al vertice politico, ovvero il premier Benjamin Netanyahu. Queste inchieste confermano la tesi del suo libro?
“Confermano il quadro che avevo tracciato nel libro e lo completano. Nel libro avevo parlato di una serie di segnali premonitori che rendevano difficile sostenere la tesi dell’attacco inaspettato. Avevo accennato in particolare al documento classificato noto come Mura di Gerico che, secondo un’inchiesta del New York Times del novembre 2023, era in possesso degli apparati di sicurezza israeliani almeno un anno prima dell’attacco e descriveva per filo e per segno il piano che Hamas avrebbe messo in pratica. Poi c’erano gli avvertimenti di diversi rapporti dell’intelligence israeliana, secondo cui Hamas stava intensificando esercitazioni e preparativi che lasciavano presagire un possibile attacco. C’erano i rapporti dell’Unità 8200 e dello Shin Bet, e le osservazioni delle soldatesse incaricate di monitorare la Striscia di Gaza negli avamposti che la circondano. Le rivelazioni di questi giorni completano il quadro. Che l’intelligence egiziana avesse informato i vertici israeliani, in particolare il premier, in qualche modo già si sapeva, ma ora emergono nuovi dettagli. C’è poi la novità assoluta che anche gli Emirati Arabi avrebbero avvertito Israele.
Va rilevata anche la tempistica. Queste rivelazioni probabilmente sono veritiere, ma il fatto che emergano proprio ora non è casuale. Siamo in uno scontro elettorale durissimo, che verte proprio su ciò che accadde il 7 ottobre: gli apparati di sicurezza e di intelligence accusano il premier di non averli avvertiti, e Netanyahu accusa a sua volta gli apparati di non avergli segnalato i segnali premonitori in loro possesso. Le rivelazioni fanno parte di questo scontro”.
Haaretz sostiene che Netanyahu ricevette la telefonata di Bin Zayed e non ne informò né il ministro della Difesa, né il capo di stato maggiore, né i vertici di Shin Bet e Mossad. Il suo ufficio parla di «menzogna assoluta». Quanto è solida questa ricostruzione?
“La rivelazione sugli Emirati si basa su un precedente episodio, rivelato anch’esso dalla stampa israeliana. Era in corso un negoziato tra il leader di Hamas Yahya Sinwar e i vertici israeliani, per la liberazione di detenuti palestinesi e per il miglioramento delle condizioni a Gaza. Il negoziato era finito in un vicolo cieco perché gli israeliani non facevano concessioni. A quel punto Sinwar, attraverso un mediatore palestinese, Sufian Abu Zaida, esponente dell’Autorità nazionale palestinese, manda un messaggio ai vertici israeliani, in particolare allo Shin Bet, in cui minaccia un «terremoto». Il fatto che Sinwar facesse veicolare un messaggio simile lascia intendere che stesse giocando quasi a carte scoperte.
Di fronte alla mancata reazione israeliana, Abu Zaida avrebbe ritenuto la risposta insoddisfacente e avrebbe avvertito i vertici degli Emirati, in particolare l’emiro Mohammed bin Zayed, il quale a sua volta avrebbe ritenuto opportuno avvertire Israele e il premier. Da qui emerge che erano stati avvertiti sia i servizi sia Netanyahu”.
The Atlantic racconta che un jet privato legato all’intelligence egiziana atterrò a Ben Gurion il 26 settembre 2023 e ripartì 67 minuti dopo, con un messaggio riassunto così: «Gaza sta per esplodervi in faccia». Il Wall Street Journal racconta inoltre di una telefonata di Kamel a Netanyahu nei giorni immediatamente precedenti l’attacco. Il governo israeliano ed Egitto negarono all’epoca. Cosa ne pensa?
“Anche la soffiata egiziana rivela lo stesso quadro. Gli elementi ulteriori emersi sostengono che gli egiziani avrebbero avvertito gli israeliani addirittura tre volte. In almeno uno di questi casi, Abbas Kamel, il direttore dell’intelligence egiziana, avrebbe parlato con altri ufficiali israeliani non meglio specificati, che probabilmente erano esponenti dell’intelligence, visto che di solito i servizi dei diversi Paesi si rapportano innanzitutto tra di loro. Dopodiché Kamel avrebbe avvertito direttamente il premier. La sostanza è che, nonostante le accuse reciproche tra servizi e Netanyahu, sembra che tutti sapessero almeno qualcosa”.
Siamo a un mese dalle elezioni. Le opposizioni chiedono un’indagine, ma Netanyahu ha sempre respinto una commissione d’inchiesta, e anche tra gli oppositori c’è chi teme che un’inchiesta possa favorire il governo. Crede che emergerà mai una verità istituzionale? E quali effetti avranno queste rivelazioni sul voto?
“È difficile da prevedere. Il dibattito elettorale ruota moltissimo attorno alla polemica sul 7 ottobre e sul fatto che finora non c’è stata alcuna indagine ufficiale. La società israeliana chiede a gran voce una commissione d’inchiesta statale, cioè nominata dalla magistratura. Netanyahu finora si è sempre rifiutato e propone una commissione d’inchiesta governativa, nominata dal governo, in particolare da esponenti che erano in carica quando gli eventi accaddero. L’accusa dell’opposizione e di ampie fasce della società israeliana è che il governo voglia insabbiare tutto.
Nonostante questa polemica, i sondaggi mostrano il blocco che sostiene Netanyahu e quello dell’opposizione in un testa a testa. Nessuno sembra in grado di costituire un governo: entrambe le coalizioni sono date intorno ai 51-52 seggi, mentre ne servono 61. Netanyahu potrebbe addirittura spuntarla ancora una volta, anche per la frammentazione dell’opposizione, che ha tre leader diversi: Naftali Bennett, Yair Lapid e Gadi Eisenkot, che è dato in qualche modo come favorito. Ma da parte degli altri esponenti non c’è stato un endorsement chiaro, e questo avvantaggia ancora Netanyahu. La situazione è estremamente incerta”.
Gli altri candidati sono così diversi da Netanyahu sulla politica estera?
“Ci sono differenze sulle modalità con cui è stata condotta l’offensiva militare a Gaza, ma sulla sua necessità c’è fondamentalmente un accordo unanime. Ci sono state dichiarazioni molto dure a favore della prosecuzione dell’operazione militare sia da parte di Lapid sia di Bennett, sia dello stesso Eisenkot, che è il favorito.
Non dimentichiamo che Eisenkot è un ex generale ed è l’ideatore della cosiddetta dottrina della Dahiya, inaugurata durante la guerra in Libano del 2006 contro Hezbollah. Dahiya è il sobborgo meridionale di Beirut, considerato la roccaforte di Hezbollah. La dottrina si riassume in un uso della forza senza limiti, cioè nel colpire duramente anche obiettivi civili per far pagare alla popolazione il costo dello scontro. È il modello strategico che è stato seguito a Gaza”.
Il Board of Peace di Trump ha presentato un piano da 2,45 miliardi di dollari, con 66 programmi, per ricostruire Gaza. Lo stesso Rubio ammette che è un progetto di lungo periodo, mentre Kushner, che lo ha ideato, sostiene il diritto di Israele a «finire il lavoro» se Hamas non si disarma. Come legge questa ricostruzione?
“Il Consiglio di pace ideato da Trump è una sorta di truffa, un organismo del tutto inefficace. Il piano di ricostruzione ha un budget di circa 2,5 miliardi, ridicolo se si pensa che le stime dell’ONU per i costi della ricostruzione si aggirano intorno ai 70 miliardi. In tutti questi mesi non è stato fatto nulla: non sono stati fatti entrare neanche i prefabbricati, perché Israele lo impedisce, e il veto israeliano non viene sfidato in alcun modo dal Consiglio di pace. Quando Israele oppone un diniego, il Consiglio non fa nulla per superarlo. A dettare la linea a Gaza continua a essere Israele.
Credo che sul medio-lungo termine si potrebbe arrivare perfino allo scioglimento di questo Consiglio, che appare totalmente inutile. Intanto continuano le minacce israeliane di portare avanti la cosiddetta «emigrazione volontaria», che in altre parole non è altro che una deportazione forzata della popolazione. Vedremo che cosa succederà all’indomani delle elezioni”.
Come pensa sia cambiata la società israeliana dal 7 ottobre 2023 a oggi? Si è «radicalizzata», in qualche modo, appoggiando la risposta militare di Netanyahu?
“Dopo il 7 ottobre la società israeliana si è ulteriormente radicalizzata. Dico «ulteriormente» perché anche negli anni precedenti si era registrato uno spostamento verso destra dell’opinione pubblica. Il 7 ottobre ha accentuato radicalmente questa tendenza: l’ipotesi dei due Stati è ormai scartata dalla grande maggioranza degli israeliani, e percentuali che arrivano all’80-90% hanno sostenuto non solo l’operazione militare, ma di fatto un’operazione genocidaria, cioè lo sterminio della popolazione, nella convinzione che la popolazione di Gaza sia collettivamente responsabile dei fatti del 7 ottobre. Allo stesso modo, c’è stata una schiacciante maggioranza a sostegno della guerra israeliana contro l’Iran. La radicalizzazione dell’opinione pubblica israeliana credo sia incontrovertibile”.
Dopo la pubblicazione del docu-film Naza, crede che Israele stia perdendo la sua «guerra» di propaganda? Quella dell’«ottavo fronte»?
“In questo momento Israele è sulla difensiva. Ha avuto una perdita di immagine spaventosa, e il calo di popolarità sia in Europa sia nell’opinione pubblica americana è incontrovertibile. Tuttavia non credo che la battaglia sia decisa. Hai accennato all’«ottavo fronte», di cui ha parlato insistentemente Netanyahu. Netanyahu ha sempre sostenuto che Israele combatte su sette fronti: Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Iraq, Yemen e Iran. A questi si aggiunge l’ottavo fronte, quello dell’opinione pubblica, in particolare americana. A questo fronte Israele sta dedicando enormi energie, e lo stesso Netanyahu si è recato negli Stati Uniti per parlare a una platea di influencer americani che dovrebbero sostenere la narrazione israeliana e che sono pagati dal sistema della propaganda israeliana.
L’altro fenomeno a cui assistiamo è il tentativo di scalare mezzi di informazione di vasta portata da parte di esponenti sionisti e filo-israeliani. L’ultimo episodio è l’acquisizione di Warner Bros. da parte di Paramount, che appartiene alla famiglia Ellison: il padre Larry, miliardario sionista, e il figlio David. Con questa operazione passano di mano testate importanti come la CNN e la CBS. La battaglia, insomma, resta aperta”.