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Che 2025 sarà per l’Asia, il continente più dinamico del mondo, l’epicentro di molteplici tensioni globali, il ring dove si sta disputando il braccio di ferro a distanza tra Cina e Stati Uniti, nonché l’humus perfetto per far crescere nuove potenze economiche regionali con ambizioni planetarie?

Tutto, o quasi, passa da una variabile impazzita: la presidenza di Donald Trump. L’intera regione assumerà traiettorie diverse in base a come il nuovo presidente degli Usa deciderà di muoversi nello scacchiere asiatico, e al rapporto che sceglierà di avere con i tanti partner locali.

È lecito aspettarsi una guerra commerciale con Pechino, probabilmente l’aumento delle ostilità nel Mar Cinese Meridionale – tra Taiwan e Filippine – e un maggior dinamismo da parte della Corea del Nord, ormai diventata una protagonista internazionale dopo la partnership stretta con la Russia e il supporto militare offerto a Mosca per la guerra in Ucraina.

Xi Jinping e Donald Trump

Vecchie tensioni, nuovi equilibri?

In merito alla Trade War, Trump ha minacciato di piazzare tariffe al 60% sui beni made in China importati dagli Usa, in una mossa che potrebbe, di fatto, tagliare l’83% delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti con importanti conseguenze per le economie dei due Paesi. È dunque auspicabile che The Donald e Xi Jinping si incontrino al più presto per trovare un compromesso e disinnescare la bomba dei dazi.

Certo è che il leader cinese non arretrerà di un passo su Taiwan, né sarà disposto a negoziare alcunché sul futuro dell’isola. Pechino considera infatti il presidente taiwanese William Lai un separatista, e qualsiasi supporto statunitense a Taipei come il superamento di una linea rossa invalicabile. E se Joe Biden aveva concesso garanzie di sicurezza (e armi) a Lai, Trump potrebbe fare diversi passi indietro e rivedere le strategie Usa.

Qualcosa di simile rischia di accadere anche alle Filippine (attese dalle elezioni presidenziali il prossimo 12 maggio), diventate ancor più militarmente dipendenti da Washington, e pure al tandem rappresentato da Giappone e Corea del Sud, fedeli scudieri statunitensi nell’Indo-Pacifico. L’imprevedibile Trump potrebbe chiedersi: “Cosa ci guadagno gli Usa a difendere Manila, Tokyo, Seoul e Taipei, inviando laggiù le loro armi, i loro uomini e i loro mezzi più avanzati?”. Xi, con la mente sempre rivolta allo spauracchio dei dazi, osserva con interesse le mosse del collega statunitense.

La bandiera di Taiwan

Caccia alle prossime Tigri asiatiche

In attesa di capire se l’India di Narendra Modi riuscirà finalmente a trasformarsi in una vera potenza globale, investendo sulle ancora troppo carenti infrastrutture nazionali e giocando su più fronti diplomatici (Quad e Brics, leader del Global South e presunta partner Usa), vale la pena accendere i riflettori su alcuni Paesi insospettabili.

Prendiamo, per esempio, l’Indonesia, la più grande economia del Sud Est asiatico con un tasso di crescita medio di circa il 5% per la maggior parte degli ultimi tre decenni. Il nuovo (e controverso) presidente, Prabowo Subianto, entrato in carica in ottobre, ha promesso di portarla all’8% entro cinque anni. Sul tavolo ci sono già delle idee, anche se la volontà di espandere il numero di ministeri governativi (al momento se ne contano 34) e offrire il pranzo gratuitamente agli 83 milioni di studenti indonesiano, pesano sul bilancio.

Prabowo Subianto

Le autorità hanno stanziato circa 4 miliardi di dollari ma lo sforamento della spesa è dietro l’angolo e, per fare debito, è prima necessario cambiare la legge (che limita il debito e il deficit rispettivamente al 60% e al 3% del pil). C’è poi l’enorme peso (35 miliardi di dollari, il 20% dei quali finanziati dal governo indonesiano) rappresentato dai lavori di costruzione della nuova capitale, Nusantara, che dovrebbe sorgere entro il 2045 nel Kalimantan orientale.

Nella lista delle “sorprese” troviamo anche Vietnam e Malesia, due attori regionali le cui economie continueranno a rafforzarsi anche nel 2025 grazie al testa a testa tra Washington e Pechino. Se la crescita economica di Hanoi – nuova regina dell’Asean – oscillerà tra il 6,5 e il 7,5%, quella di Kuala Lumpur – hub prediletto nel settore dei data center – sarà collocata tra il 5,5 e il 6,5%. E Giappone e Corea del Sud? I loro destini sono avvolti nella nebbia, scossi da crisi politiche e legati a doppia mandata con andamenti economici ristagnanti. Sì, il 2025 sarà proprio un anno complicato per l’Asia…

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