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La Russia scatena i Sukhoi sulla provincia di Idlib. Gli aerei russi hanno colpito le zone del governatorato nelle mani di Hayat Tahrir al-Sham, la sigla terrorista che controlla la provincia. Secondo le fonti locali, ad essere colpite dalle bombe russe sono state le città di Jisr al-Shughur ma anche Ariha, dove stazionano i miliziani sostenuti dalla Turchia. Secondo La Stampa, sarebbero stati almeno 10 i cacciabombardieri russi. E avrebbero colpito “le cittadine di Al-Shughour, Mahambel, Basnqoul, Zayzooun, Ziyarah, Jadariyah, Kafrdeen, Al-Sahn, Saraseef”.

Vladimir Putin risponde così alle richieste di Donald Trump. Il presidente americano si era rivolto a Siria, Russia e Iran di evitare di colpire Idlib. In un tweet, il capo della Casa Bianca ha detto: “Il presidente Bashar al Assad non dovrebbe attaccare imprudentemente la provincia di Idlib in Siria. E russi e iraniani farebbero un grave errore umanitario nel prendere parte a questa possibile tragedia umana. Centinaia di migliaia di persone potrebbero essere uccise. Non lasciamo che questo accada”.

Un monito che ha ricevuto un’accoglienza gelida da parte del Cremlino, con il portavoce Dmitri Peskov che aveva già definito come completamente “sbagliato” l’approccio di Trump alla questione di Idlib. Una risposta cui hanno fatto seguito delle dichiarazioni molto esplicite da parte del funzionario russo con cui il Cremlino si diceva pienamente consapevole del fatto che  “le forze armate siriane si stanno preparando a risolvere questo problema”. E il problema resta appunto l’ultima roccaforte jihadista della Siria nordoccidentale, quella che Peskov ha etichettato senza mezzi termino come “un covo di terroristi”.

La situazione si fa ogni giorno più tesa. In queste ore, l’aviazione e la marina militare russa sono impegnate in imponenti esercitazioni al largo della Siria. La scelta di spostare decine di navi e aerei per queste manovre durante questa fase del conflitto non è stata certamente casuale. Alla vigilia della potenziale offensiva su Idlib, avere a disposizione una tale potenza di fuoco a poca distanza dal campo di battaglia serve non solo a colpire le roccaforti terroriste, ma anche a proteggere l’esercito di Damasco da un possibile strike delle forze occidentali.

In queste settimane, Francia e Stati Uniti hanno ribadito di essere pronte a colpire di nuovo in Siria se Bashar al Assad userà armi chimiche su Idlib. Minacce che non possono essere sottovalutate. Ogni volta che si è parlato di un possibile uso di armi proibite da parte siriana, le forze della coalizione internazionale hanno bombardato: anche senza prove. Gli Stati Uniti lo hanno ribadito anche oggi. La Casa Bianca in serata ha detto che le forze Usa risponderanno “rapidamente” a qualsiasi utilizzo di armi chimiche da parte delle forze di Damasco.

E adesso che questo assedio potrebbe decretare la fine della guerra di Damasco, Putin non vuole correre rischi.

Ma i rischi ci sono e lo dimostrano i movimenti di tutte le forze in campo. La Russia ha mosso navi e aerei, ma anche le altre potenze coinvolte nella guerra stanno muovendo i loro mezzi. Gli Stati Uniti hanno fatto arrivare nel Mediterraneo un sottomarino a propulsione nucleare carico di missili Tomahawk, il cacciatorpediniere Uss Ross è già pronto a colpire (di nuovo) in Siria, mentre nel Golfo Persico sono pronti la Uss The Sullivans e un bombardiere strategico giunto poche settimane fa nella base di Al Udeid, in Qatar.

E intanto, Washington ha convocato una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, venerdì mattina, per discutere di Idlib. La rappresentante Usa Nikki Haley ha definito l’assedio alla roccaforte jihadista una “questione seria”.

Nel frattempo, la Turchia continua a rafforzare la sua presenza militare nei dintorni Idlib. Recep Tayyip Erdogan ha ottenuto il controllo del governatorato con gli accordi di Astana e non ha alcuna intenzione di cederlo senza garanzie. E non a caso, da tempo invita Damasco e Mosca a evitare di far scattare la battaglia.

Il presidente turco ha ordinato in queste ultime ore l’invio di carri armati e cannoni a lunga gittata nell’area di Kilis, al confine con la provincia di Idlib. L’obiettivo di Ankara è quello di scongiurare un’offensiva russo-siriana.

I motivi sono essenzialmente tre. Da una parte, Erdogan non vuole che l’assedio colpisca indiscriminatamente i ribelli supportati da Ankara. Il 40% del territorio del governatorato è controllato dal Fronte di liberazione nazionale che è legato a doppio filo con la Turchia. Dall’altra parte, la Turchia teme che un’offensiva su Idlib possa condurre a un esodo biblico di profughi oltre il confine. Erdogan in questo momento non può permettersi centinaia di migliaia di rifugiati. Ma c’è anche un terzo motivo, ed è più politico.

Il 7 settembre, i rappresentanti di Iran, Russia e Turchia si riuniranno per parlare di Siria e, inevitabilmente, di Idlib. Mancano pochi giorni e Erdogan vuole garanzie. La Turchia rappresenta il secondo esercito della Nato. E la Nato ha chiesto a tutti gli attori in campo di non intervenire. Erdogan ha sempre giocato da battitore libero in questa guerra: ma adesso, con l’economia del Paese ferita dal crollo della lira turca e dai dazi di Trump, non può permettersi di andare completamente contro l’Alleanza. E fa riflettere che, in queste ore, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, abbia incontrato l’incaricato speciale della Casa Bianca per la guerra in Siria, James Jeffrey.

La speranza del Sultano è che non crolli il suo castello costruito in questi anni. Ma Idlib può essere la fine di tutto.

 

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