Continuano gli scontri a Idlib, ultima roccaforte dei ribelli siriani, da tre mesi ormai nel mirino delle forze governative fedeli al presidente Bashar Al Assad. Con 230 civili uccisi in poche settimane e 330 mila sfollati, l’assalto a Idlib si sta trasformando in un vero e proprio “disastro umanitario”.
Già un anno fa, quando la situazione sembrava essere più stabile, l’ex inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, aveva ammonito la comunità internazionale: “a Idlib uno scenario simile a quello del Ghouta sarebbe sei volte peggiore, dal momento che coinvolgerebbe 2,3 milioni di persone”.
Scontri tra il governo e l’opposizione
Oggi, la situazione potrebbe essere ancora più grave. Il governatorato di Idlib ospita circa 3 milioni di persone, il triplo rispetto al 2011. Negli otto anni di guerra civile, Idlib ha rappresentato un riparo per i civili e i ribelli fuggiti dai combattimenti che infuriavano in altre zone della Siria. Tra questi vi sono anche i civili costretti ad abbandonare il distretto di Afrin – in seguito all’avvio dell’operazione turca “Ramoscello d’Ulivo” del gennaio 2018 – e i combattenti di Hayat Tahrir Al-Sham – rimpatriati con le loro famiglie dai campi profughi libanesi di Arsal, nell’agosto 2017.
Nel frattempo, continuano incessanti i raid della Russia, che combatte al fianco del capo di Stato siriano. Anche i ribelli siriani non sono da meno: lo scorso lunedì, una condotta sottomarina è stata attaccata a Baias, unico porto petrolifero siriano. Un grave danno all’economia nazionale, ma anche un avvertimento a Mosca, che dal 2016 ha assunto l’amministrazione del porto.
Il governo siriano considera il governatorato di Idlib un “obiettivo legittimo” da colpire, proprio in nome della liberazione del Paese dalla minaccia del terrorismo. In effetti, il territorio, insieme a parte dei vicini governatorati di Aleppo, Hama e Latakia, si troverebbe sotto il controllo congiunto delle fazioni dell’opposizione e di Hayat Tahrir Al-Sham (Hts), organizzazione militante del salafismo jihadista.
Il fronte con la Turchia
Sullo sfondo, lo spettro di un nuovo fronte nel conflitto siriano; quello tra la Turchia – sostenitrice dei ribelli – e le forze fedeli al governo di Bashar Al Assad. Proprio nella giornata di oggi, le forze governative hanno colpito per due volte un’area prossima ad una postazione di controllo turca, nella regione del monte Zawiya.
Non è il primo attacco: nell’area, ripetutamente presa di mira dalle forze governative – almeno sei volte negli ultimi 3 mesi -, la Turchia aveva già inviato dei rinforzi, in particolare presso il punto di controllo. Inoltre, aveva trasportato dei lanciamissili nel governatorato di Hama.
Una mossa, quest’ultima, che ha suscitato nell’esercito siriano il timore di attacchi da parte dei ribelli contro postazioni governative e russe, provocando l’invio di massicci rinforzi a Hama, tra i quali macchinari pesanti, soldati e attrezzature militari e logistiche.
Una simile corsa agli armamenti non è di buon auspicio, e pone la Turchia in una posizione difficile, dal momento che i suoi interessi sono troppi nell’area, per voler ingaggiare una guerra contro il presidente siriano e il proprio alleato russo.
La Turchia stretta tra due fuochi
Ankara ha due obiettivi: sostenere i ribelli nella guerra contro Al Assad, pur cercando di non minare le relazioni stabilite con la Russia, e riuscire a controllare il confine con la Siria, impedendo la nascita di uno Stato curdo al di là dei suoi confini e tutelando la propria sicurezza.
I recenti sviluppi del conflitto a Idlib si stanno delineando sempre più come un campo minato per Erdogan, ormai stretto tra due fuochi. Al momento, il vuoto lasciato dal ritiro delle truppe russe a Tel Rifaat – città di interesse strategico per Ankara, situata all’interno del territorio curdo – è stato immediatamente riempito dalle forze dell’esercito siriano. Il repentino passaggio di consegne, unito alla resistenza posta ai soldati turchi da parte delle Forze di mobilitazione popolare (Sdf) curde, non ha consentito ad Ankara di approfittare della situazione per prendere possesso dell’area.
La Turchia vede sfumare di giorno in giorno la possibilità di negoziare uno scambio con la Russia o Al Assad per realizzare uno dei suoi obiettivi in Siria. In più, ora le forze governative siriane attaccano alcune postazioni di controllo turche. Per reazione, non solo Ankara non ha abbandonato il territorio, ma ha reagito rafforzando le sue postazioni, innalzando la tensione a livelli di guardia.



