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L’accordo su Idlib siglato da Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin segna una delle tappe principali della guerra in Siria. Un patto bilaterale tra Russia e Turchia che ha deciso (per adesso) le sorti dell’ultima roccaforte jhadista del nord-ovest della Siria, ma che segna anche altri aspetti che possono cambiare la visione del conflitto. 

Escludere gli altri da Idlib

Erdogan e Putin si sono incontrati da soli a Sochi, sul Mar Nero, e hanno concluso un accordo esclusivamente bilaterale su una delle questioni più complesse del conflitto. L’Occidente si era speso per mesi sul destino di Idlib. John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha minacciato più volte di bombardare l’esercito di Damasco in caso di attacco chimico. La Francia si è unita alle minacce statunitensi ribadendo il coinvolgimento in Siria al fianco della coalizione interazionale. E il Regno Unito ha confermato di unirsi allo strike punitivo in caso di accuse sull’uso di armi proibite.

A fronte di queste minacce, la risposta di Putin ed Erdogan è stata quella di incontrarsi e di decidere cosa fare di Idlib. Senza nessuna forza occidentale, senza le Nazioni Unite e senza nemmeno l’Iran e il governo siriano, senza ribelli e senza le cosiddette opposizioni. Non c’erano altri che Putin ed Erdogan. E gli iraniani, che lo Zar e il Sultano avevano incontrato a Teheran, hanno probabilmente accettato anche per evitare la frattura con le altre due potenze.

Un accordo bilaterale, con una chiara definizione delle rispettive forze e con l’idea, altrettanto evidente, di escludere chiunque dalle sorti del governatorato al confine con la Turchia. A conferma di questo, soltanto il giorno dopo, i due governi hanno inviato all’Onu e all’ambasciatrice Usa presso il Palazzo di Vetro, Nikki Haley, una copia in inglese e in russo. Un segnale abbastanza netto sul fatto che la questione sia stata risolta esclusivamente tra il leader di Mosca e quello di Ankara.

Cosa prevede l’accordo

L’accordo di Sochi prevede per prima cosa la creazione di una zona demilitarizzata di circa 20 chilometri che divide le forze ribelli da quelle di terra dell’esercito russo. Al confine di quest’area, soprattutto nelle principali arterie autostradali che collegano Hama, Aleppo e Latakia, ci saranno pattugliamenti congiunti di militari russi e turchi. Un’opzione particolarmente importante visto che si tratta di eserciti appartenenti a due blocchi contrapposti: quello russo e quello Nato, di cui la Turchia fa parte.

All’interno di quest’area, “tutti i carri armati, i lanciarazzi Mlrs (Multiple Rocket Launch Systems), l’artiglieria pesante e i mortai appartenenti alle parti in conflitto verranno ritirati” entro il 10 ottobre. Un proposito difficile , visto che in meno di tre settimane si dovrebbe raggiungere una pacificazione fra parti che non sembrano intenzionate a trovare una via di dialogo. Ed è difficile credere che i terroristi cedano le armi quando l’offensiva dell’esercito governativo è solo sospesa senza particolari indicazioni sul futuro.

Ma c’è un altro obiettivo – altrettanto complicato da raggiungere – previsto dall’accordo di Sochi: la ritirata, entro un mese, dei “gruppi terroristici” presenti a Idlib. Da quello che si legge, il documento non menziona specificamente i gruppi considerati come “terroristi”. Sicuramente uno di esso è Hayat Tahrir al-Sham (Hts), visto che è considerato tale anche dalla stessa Turchia che, come ricorda il Jerusalem Post, lo ha riconosciuto nella sua lista di organizzazione del terrore dalla fine di agosto.

Ma è anche vero che la forma non sempre equivale alla sostanza. E se è vero che i turchi considerano Hts un gruppo terroristico, dall’altro lato le loro postazioni militari non sono distanti dalle roccaforti del gruppo. E i rapporti fra la declinazione locale di Al Qaeda e Ankara sono oscuri. Proprio per questo motivo, i nodi da sciogliere sono due. Non c’è solo la rimozione dei gruppi terroristici, ma anche come si comporterà la Turchia e soprattutto dove andranno i gruppi jihadisti una volta lasciata Idlib. 

Cosa (non) prevede l’accordo

L’accordo di Sochi ha dei punti ancora non chiari che rendono abbastanza evidente che si tratti non d un accordo definitivo, ma di una sorta di pausa. Erdogan fino a questo momento ha incassato la sospensione dell’avanzata dell’esercito siriano. Ed era questo che voleva Ankara. Ma restano una serie di nodi irrisolti che devono far propendere per la cautela.

Innanzitutto, l’esclusione di molte parti del conflitto siriano getta delle ombre sugli interessi di altre potenze a far cessare questo accordo prima che Russa e Turchia delineino una soluzione definitiva. L’attacco di Latakia di lunedì notte, con il possibile (ma ancora irrisolto) coinvolgimento della Francia, indica che a molti Stati non piace questo accordo.

Inoltre, accordi di de-escalation in altre aree del Paese hanno funzionato, è vero. Ma anche su Idlib c’era un accordo su un’area di de-conflitto prevista dagli accordi di Astana. Eppure questo accordo non sembra aver disinnescato il terrorismo, che anzi, ha continuato a proliferare a tal punto da prevedere l’offensiva finale dell’esercito siriano e dell’aviazione russa. Di fatto, gli accordi di de-escalation si sono rivelati aree di sospensione della guerra fino al lancio dell’assedio finale da parte di Damasco e di Mosca.

C’è poi da considerare che fra Russia e Turchia il nodo da sciogliere è anche l’intervento di Ankara nel nord della Siria, in particolare ad Afrin e Jarabulus. Il governo siriano rivuole quelle aree. E i curdi confidano che Bashar al Assad cerchi di riconquistare quel territorio, tanto che gli stessi miliziani si sono riavvicinati a Damasco proprio in chiave anti turca. 

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