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Emmanuel Macron guarda a destra per vincere le presidenziali francesi. Il capo di Stato in carica vuole la riconferma al voto del prossimo aprile, e mira a ottenerla superando la concorrenza molto agguerrita delle tre destre che lo sfidano: quella sovranista di Marine Le Pen, sua avversaria nel 2017 al ballottaggio, quella identitaria di Eric Zemmour e quella gollista tradizionale di Valerie Pécresse. Con una sinistra polverizzata in una miriade di sigle incapaci di sommare oltre il 15-20% dei consensi e con una campagna fortemente condizionata dai toni incendiari e provocatori del “ciclone Zemmour” Macron ha affrontato un tema ben chiaro alla sua galassia politica da tempo: l’ex ministro di François Hollande ha nel collocamento nel centro dello schieramento politico il suo terreno ideologico più congeniale, e nel quinquennio di governo la sua presidenza ha guardato molto più a destra che a sinistra.

Nel 2017 Macron ha usato la retorica progressista, lo spirito liberal e la narrazione europeista per svuotare la sua ex formazione, il Partito Socialista, a favore del movimento La République En Marche! e piazzarsi dialetticamente in opposizione alla Le Pen. Nei fatti, ora la sfida maggiore è costruita su un duplice binario: Macron deve evitare di regalare alla destra politica, specie non istituzionale, il centro della scena ma al contempo ha individuato nella Pécresse la vera sfidante numero uno, dato che diversi sondaggi su un eventuale ballottaggio con la candidata dei Républicains vedono l’attuale governatrice dell’ Île-de-France in grado di conquistare l’Eliseo contro Macron. Zemmour e Le Pen, invece, sarebbero nettamente battuti dal presidente uscente.

A Macron fa gioco dunque andare incontro a un’opinione pubblica che guarda con sempre maggior attenzione a destra, tagliare i legami residui con la gauche certo che in caso di ballottaggio con un candidato radicale non mancherebbero i suoi consensi e evitare un’emorragia di consensi capace di favorire i Républicains e renderli competitivi per il ballottaggio.

Prese di posizione, discorsi politico-culturali e scelte concrete legittimano la svolta a destra di Macron che, passo dopo passo, si è consolidata nel corso degli anni.

In campo economico e industriale, ad esempio, il presidente ha da sempre promosso una strategia molto simile a quella degli eredi politici del generale de Gaulle, promuovendo il nazionalismo economico, l’uso politico dei campioni del capitalismo nazionale, il blocco sistemico a investimenti stranieri ritenuti non soddisfacenti gli interessi francesi (i casi Stx e Carrefour, difesi in nome della sovranità nazionale, confermano). La batosta dei Gilets Gialli ha archiviato la versione liberal-ambientalista di Macron facendolo riscoprire fautore del nucleare e di una transizione energetica pragmatica. E la scelta forse più felice della sua presidenza è stata quella di nominare un ex manager capace come Thierry Breton, figlio culturale della destra gollista, per la Commissione Europea come titolare dell’Industria.

In campo istituzionale, Macron ha ri-sacralizzato la figura della presidenza nella religione civile francese con una forza che non si vedeva dai tempi di François Mitterrand e ha il suo modello proprio in de Gaulle. L’idea di un capo di Stato quasi ieratico, attento a rivendicare retoricamente il ruolo dell’Eliseo come artefice dell’unità nazionale nella figura del presidente, custode del mito della grandeur, ha il suo contraltare internazionale nell’attiva e turbinosa diplomazia personale di Macron.

La scelta dei ministri del governo, in quest’ottica, parla chiaro. Édouard Philippe, primo premier incaricato da Macron, guidava l’esecutivo da ex membro del partito dei Républicains. Jean Castex, suo successore, è ancora più schierato a destra e guida un esecutivo in cui, come ha notato il professor Marco Gervasoni su Formiche, “non solo sono aumentati gli esponenti neo gollisti più conservatori, come lo stesso Castex, ma sul tema della sicurezza, della immigrazione e delle guerre culturali, il governo e lo stesso presidente non sembrano parlare una lingua molto diversa da quella di Nicolas Sarkozy”, ultimo presidente organico al mondo gollista.

Questo va di pari passo con una decisa e netta svolta di Macron verso temi cari a tutte le destre francesi come il contrasto al terrorismo e al “separatismo” nelle banlieues. Sul contrasto all’islamismo radicale Macron è riuscito nel capolavoro di tenere il piede in tre scarpe: quello della borghesia urbana e laicista, che vede una minaccia nell’Islam radicale; quello della destra conservatrice, favorevole a una agenda law and order; quella della destra identitaria, che vede una minaccia nel separatismo radicalista. Per evitare un’eccessiva influenza delle potenze sunnite radicali sulla formazione dei giovani musulmani francesi Macron ha annunciato una riforma dell’Islam per renderlo conforme ai principi della società francese, definendolo “Islam dei Lumi” o un nuovo “Islam francese”. La struttura verticistica proposta prevede la formazione di imam francesi che saranno certificati e controllati dalle istituzioni islamiche in Francia.

L’ex alfiere della Francia “illuminista” e laica ha capito col tempo il valore politico-strategico della religione e ha anche puntato con maggior forza sul richiamo alle radici cristiane della Francia. Come l’europeismo, anche l’universalismo cristiano è letto da Macron in chiave identitaria come fattore in grado di fungere da moltiplicatore di potenza per il ruolo della Francia nel mondo. Sul piano internazionale, Macron ha mostrato con forza i legami politici che l’Eliseo ha costruito col Vaticano, Papa Francesco e con il mondo della diplomazia parallela della Chiesa sostanziato in organizzazioni come la Comunità di Sant’Egidio. Sul piano interno, Macron nel luglio 2021 è divenuto il primo presidente in carica della Quinta Repubblica a visitare il santuario mariano di Lourdes, atto interpretata da molti nella scia della volontà di Macron di “riparare il legame fra la Chiesa e lo Stato”, proclamata nel 2018 in occasione del discorso al Collegio dei Bernardini, davanti ai rappresentanti della Conferenza episcopale transalpina. Il 1 febbraio poi Macron ha dedicato un’iniziativa tenutasi all’Eliseo alla tutela delle minoranza cristiane d’Oriente, tema carissimo alla destra e al mondo conservatore francesi.

Macron gioca insomma molto bene il ruolo dell’uomo schierato a destra. E questo gli permette di orientare e non limitarsi a subire il dibattito politico apertosi in vista delle elezioni presidenziali. Un presidente più assertivo, volenteroso di guadagnarsi la riconferma, dinamico non vuole concedere spazio ai suoi avversari, dettando l’agenda sfruttando il suo controllo sulla retorica pubblica e la capacità d’azione del governo. Vero mezzo con cui dimostrare a un elettorato sempre più a destra che non si tratta di una svolta cosmetica.

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