ICE contro Guardia Nazionale. La crisi di competenze che mette alla prova l’unità degli Stati Uniti

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Per oltre due secoli gli Stati Uniti hanno vissuto su un equilibrio fragile ma efficace: un sistema in cui il potere armato è deliberatamente spezzato, distribuito, reso ambiguo. Nessun esercito nazionale onnipotente come in Europa, nessuna polizia centralizzata sul modello continentale, nessuna milizia locale completamente autonoma. È un compromesso nato dal sospetto verso il potere, e alimentato dalla paura che un giorno le armi potessero essere usate contro la stessa Repubblica.

La tensione che oggi attraversa il rapporto tra Immigration and Customs Enforcement (ICE) e Guardia Nazionale non nasce dal nulla. È il risultato di due storie lunghe, profondamente diverse, che ora si trovano a incrociarsi nello spazio più pericoloso possibile: quello dell’ordine pubblico armato all’interno dei confini nazionali.

L’ICE è una creatura giovane, ma con antenati antichi. Prima del 2003, l’America non aveva un’agenzia federale così esplicitamente dedicata all’enforcement interno dell’immigrazione. Le funzioni di controllo erano disperse tra servizi doganali, uffici per l’immigrazione e strutture investigative. L’11 settembre cambia tutto. La percezione che il territorio nazionale sia penetrabile, che l’interno del Paese possa essere vulnerabile quanto i suoi confini, porta alla nascita del Department of Homeland Security e, con esso, dell’ICE.

Fin dall’inizio, l’ICE non viene concepita come una polizia “neutrale”. È uno strumento politico nel senso più puro del termine: serve a rendere visibile e concreta la sovranità federale. Gli agenti dell’ICE non presidiano quartieri per mantenere la pace sociale; entrano in quei quartieri per applicare una legge che prescinde dal consenso locale. In questo senso, ICE è più simile a un braccio amministrativo armato che a una forza di sicurezza tradizionale.

Nel corso del tempo questa natura si accentua. Le amministrazioni si succedono, ma l’ICE rimane. Cambiano le priorità, cambiano i bersagli, ma la struttura resta intatta. Con il passare del tempo, soprattutto nelle grandi aree urbane, l’ICE diventa per una parte della popolazione il simbolo di uno Stato che entra nella vita quotidiana senza chiedere permesso. I raid, gli arresti amministrativi, le detenzioni per violazioni civili dell’immigrazione assumono un carattere sempre più visibile e politicamente carico.

Una Guardia per difendersi dal potere

Dall’altra parte della storia americana c’è la Guardia Nazionale, che non nasce come strumento di potere centrale, ma come sua antitesi. Le milizie coloniali sono il primo embrione di quella che diventerà la Guardia: cittadini armati, organizzati a livello locale, pensati per difendere le comunità e, se necessario, resistere anche a un governo percepito come tirannico. È una diffidenza che i padri fondatori non eliminano mai del tutto. La Guardia Nazionale moderna è il risultato di un lungo tentativo di addomesticare quella diffidenza senza cancellarla.

Ancora oggi, ogni unità della Guardia risponde innanzitutto al governatore dello Stato. È lui che la chiama in caso di disastri naturali, rivolte, crisi interne. Quando la Guardia pattuglia le strade dopo un uragano o durante una sommossa, non è Washington che parla: è lo Stato. È la dimensione territoriale, quasi comunitaria, del potere armato.

Eppure, la Guardia non è solo questo. Nel corso del Novecento viene progressivamente integrata nel sistema militare federale. Combatte in Europa, in Asia, in Medio Oriente. Può essere federalizzata dal Presidente, sottratta al controllo statale e usata come forza nazionale. Questo doppio ruolo non è un errore di progettazione: è un compromesso deliberato. La Guardia Nazionale esiste proprio perché gli Stati Uniti non hanno mai voluto scegliere definitivamente tra centralizzazione e autonomia.

La storia mostra cosa accade quando questa ambiguità esplode. Nel 1957, a Little Rock, la Guardia Nazionale dell’Arkansas viene usata per impedire l’integrazione razziale. Per la prima volta, una forza armata statale si oppone apertamente all’applicazione di una legge federale. Il Presidente Eisenhower risponde con un atto drammatico: federalizza la Guardia e manda l’esercito regolare. È una vittoria del potere centrale, ma segna un trauma profondo. Da quel momento, la Guardia Nazionale diventa simbolo di una linea sottile: può difendere i diritti o negarli, può essere strumento di ordine o di resistenza. Negli anni successivi, la Guardia viene impiegata più volte per gestire proteste interne. Nel 1970, a Kent State, i soldati sparano sugli studenti. L’episodio lascia una cicatrice duratura nella memoria americana e rafforza un tabù: usare forze armate in contesti civili è sempre pericoloso, anche quando è legale.

I rapporti tra Guardia e ICE

Per decenni, però, l’ICE e la Guardia Nazionale non entrano mai in vera collisione. Operano su piani diversi. L’una incarna la sovranità federale astratta; l’altra la gestione concreta delle crisi locali. Il punto di svolta arriva quando l’immigrazione diventa il principale campo di battaglia politico del Paese.

Negli anni più recenti, soprattutto con l’esperienza del Texas, gli Stati iniziano a contestare apertamente l’autorità federale in materia migratoria. Il confine non è più solo una linea geografica, ma un simbolo ideologico. Quando il Texas schiera la Guardia Nazionale per “difendere” il confine, entra in una zona grigia: formalmente aiuta la sicurezza, politicamente sfida Washington. Le corti intervengono, ribadiscono che l’immigrazione è competenza federale, ma il segnale è ormai lanciato.

Il Minnesota porta questa tensione un passo oltre. Qui non c’è un confine, non c’è un’emergenza geografica. C’è un’operazione federale nel cuore del Paese, percepita da una parte significativa della popolazione come invasiva, e un governo statale che sente il dovere di rispondere a una crisi di ordine pubblico e legittimità. Quando un governatore mette la Guardia Nazionale in stato di allerta in un contesto simile, non sta solo preparando una risposta alle proteste. Sta implicitamente affermando che lo Stato ha il diritto di proteggere i propri cittadini anche da un’azione federale contestata.

È qui che il sistema entra in territorio inesplorato. Perché l’ICE non può arretrare senza minare la propria ragion d’essere. E la Guardia Nazionale non può essere ignorata senza svuotare il senso stesso del federalismo. Se una forza federale e una forza statale, entrambe armate e legittimate, iniziano a operare nello stesso spazio con logiche divergenti, la questione non è più giuridica. È politica nel senso più profondo. L’ombra dell’Insurrection Act incombe proprio per questo. È la valvola di sicurezza estrema del sistema: la legge che consente al Presidente di spezzare l’ambiguità e imporre un’unica catena di comando. Ma usarla significa ammettere che il patto tra Stato e Federazione si è incrinato.

Una storia, due Americhe diverse

Non siamo di fronte a una guerra civile. Ma siamo di fronte a qualcosa che l’America moderna ha sempre cercato di evitare: il rischio che le sue istituzioni armate smettano di riconoscersi come parti dello stesso ordine. La storia dell’ICE e quella della Guardia Nazionale raccontano due Americhe diverse, nate da paure opposte: la paura dell’invasione e la paura della tirannia. Finché queste paure restano bilanciate, il sistema regge. Quando si trasformano in sospetto reciproco, il rischio non è il caos immediato, ma una frattura lenta, profonda, e difficilmente sanabile.

Per capire fino in fondo perché la tensione tra ICE e Guardia Nazionale è così pericolosa, bisogna spingersi oltre la cronaca e guardare a ciò che queste due istituzioni rappresentano simbolicamente. L’ICE incarna l’America della sovranità indivisibile, quella che considera il territorio nazionale come uno spazio unico, regolato da leggi che non ammettono eccezioni locali. È l’erede di una tradizione che risale alla nascita stessa dello Stato federale, quando il giovane governo di Washington dovette imporre la propria autorità contro Stati riluttanti a cedere potere. In quel contesto, la capacità di far rispettare le leggi federali senza dipendere dai governi locali divenne una questione di sopravvivenza dello Stato centrale.

Per molto tempo, tuttavia, questo potere rimase relativamente astratto. Il governo federale legiferava, le corti giudicavano, ma l’applicazione quotidiana della legge restava in gran parte nelle mani delle autorità locali. L’immigrazione, pur essendo competenza federale, veniva gestita soprattutto ai confini o attraverso procedure amministrative poco visibili. L’ICE cambia questo equilibrio perché porta la sovranità federale dentro le città, dentro i quartieri, dentro le case. È qui che la sua azione diventa politicamente esplosiva.

Quando un agente dell’ICE bussa a una porta a Minneapolis o a Chicago, non rappresenta soltanto una legge: rappresenta Washington che entra fisicamente nello spazio di uno Stato. Ed è questo che trasforma ogni operazione in un atto carico di significato politico, soprattutto negli Stati che rivendicano una maggiore autonomia nelle politiche sociali e di accoglienza.

La Guardia Nazionale, al contrario, rappresenta l’America del potere radicato nel territorio. È il braccio armato di una sovranità più antica, quella degli Stati, che precede la Costituzione e che non è mai stata completamente assorbita dal livello federale. Ogni volta che la Guardia viene schierata, porta con sé questa memoria storica: non è un corpo estraneo, ma un’istituzione che si presenta come “nostra”, appartenente alla comunità.

Questo spiega perché, durante crisi interne, la presenza della Guardia Nazionale venga spesso accettata – o almeno tollerata – più facilmente di quella delle forze federali. Anche quando i soldati pattugliano le strade armati, la loro legittimità è percepita come più vicina, più comprensibile. Non sono “lo Stato lontano”, ma lo Stato locale che cerca di ristabilire l’ordine.

Il problema nasce quando queste due legittimità entrano in collisione. Perché, dal punto di vista costituzionale, nessuna delle due è subordinata all’altra in modo automatico. L’ICE non può ricevere ordini da un governatore. La Guardia Nazionale, finché non viene federalizzata, non risponde al Presidente. Questo crea uno spazio di ambiguità che il sistema americano ha sempre cercato di evitare attraverso la cooperazione informale e la prudenza politica.

I poteri del Presidente

Negli ultimi anni, però, quella prudenza si è erosa. La polarizzazione ha trasformato ogni atto amministrativo in una dichiarazione identitaria. L’immigrazione è diventata il terreno su cui si misura la fedeltà a due visioni opposte del Paese. In questo contesto, l’ICE non è più solo un’agenzia: è un simbolo, così come la Guardia Nazionale diventa il simbolo opposto di una resistenza “legale” allo strapotere federale.

È qui che il Minnesota assume un valore che va oltre i suoi confini. Non è importante solo ciò che accade nello Stato, ma ciò che potrebbe accadere se questo schema venisse replicato altrove. Se un governatore democratico usa la Guardia Nazionale per gestire le conseguenze di operazioni ICE percepite come destabilizzanti, altri governatori potrebbero sentirsi legittimati a fare lo stesso. E se un Presidente reagisse federalizzando la Guardia o schierando altre forze federali, si creerebbe un precedente di portata storica.

La memoria americana conserva esempi di come queste dinamiche possano degenerare. Negli anni Sessanta, durante la lotta per i diritti civili, la Guardia Nazionale fu spesso chiamata a intervenire in contesti in cui le autorità locali rifiutavano di applicare le leggi federali. In quei casi, però, la Guardia era parte del problema, non della soluzione. Oggi lo scenario si rovescia: è lo Stato che potrebbe usare la Guardia per contenere una presenza federale ritenuta eccessiva.

Questo rovesciamento è ciò che rende la situazione inedita. Non esistono precedenti moderni di una Guardia Nazionale schierata, anche solo simbolicamente, come contropotere rispetto a un’agenzia federale impegnata in un’operazione continuativa. Finché la Guardia viene usata per rispondere a disastri naturali o proteste, il sistema regge. Ma quando entra nel campo della politica federale, il rischio è che smetta di essere una forza di stabilizzazione e diventi una leva di conflitto.

A questo punto entra in scena l’Insurrection Act, la norma che consente al Presidente di sciogliere l’ambiguità con un atto di forza legale. È una legge che appartiene a un’altra epoca, scritta quando l’idea stessa di Stato federale era fragile e minacciata. Invocarla oggi significherebbe ammettere che il patto tra centro e periferia non è più garantito dal consenso, ma deve essere imposto.

Il vero pericolo non è lo scontro armato immediato. È la normalizzazione del conflitto istituzionale. Se diventa accettabile che uno Stato prepari la propria forza armata in risposta a un’azione federale, e che il governo federale risponda minacciando l’uso di poteri eccezionali, allora il sistema entra in una spirale in cui ogni crisi successiva sarà più difficile da contenere. Il momento in cui queste due istituzioni iniziano a percepirsi come ostacoli reciproci segna un passaggio che va oltre la politica migratoria o l’ordine pubblico. Segna il punto in cui gli Stati Uniti sono costretti a interrogarsi su una domanda che credevano risolta da tempo: chi detiene davvero il monopolio legittimo della forza, quando il consenso si spezza?