L’uccisione di una donna durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) a Minneapolis ha riaperto una frattura profonda nella società americana. Non tanto per la dinamica in sé, che dovrà essere accertata nelle sedi competenti, quanto per la reazione immediata e politicizzata che ne è seguita. Ancora una volta, l’America sembra incapace di affrontare il tema dell’uso della forza letale da parte dello Stato senza trasformarlo in una battaglia ideologica.
Secondo la versione ufficiale, l’agente ICE avrebbe sparato per legittima difesa, sostenendo che il veicolo della donna rappresentasse una minaccia imminente. Ma i video disponibili, oggi elemento centrale in qualunque valutazione giuridica, non mostrano una manovra di attacco. Al contrario, indicano una traiettoria di allontanamento: la ruota anteriore del veicolo è sterzata verso destra e l’impatto finale avviene sul lato opposto rispetto alla posizione dell’agente. Una dinamica difficilmente compatibile con la tesi del tentativo di investimento.
Questo dato è cruciale, perché nel diritto americano la forza letale non è giustificata dalla semplice disobbedienza, né dalla fuga, né dalla violazione di un ordine. È ammessa solo in presenza di una minaccia immediata, concreta e inevitabile alla vita dell’operatore o di terzi. Tutto il resto appartiene alla sfera dell’abuso, non della sicurezza.
L’accanimento difensivo e il riflesso ideologico
Ciò che colpisce non è soltanto la rapidità con cui una parte del mondo politico e mediatico si è schierata a difesa dell’ICE, ma il carattere quasi automatico di quella difesa, indipendente dall’analisi dei fatti. Un riflesso che tradisce una deriva pericolosa: l’idea che l’azione di un’agenzia federale debba essere legittimata a priori, per appartenenza politica, e non verificata a posteriori, secondo il diritto.
È un errore strategico prima ancora che morale. Perché quando la difesa dello Stato si trasforma in tifo, lo Stato perde credibilità.
Il precedente del 6 gennaio e il caso Ashley Babbitt
Il parallelo con quanto accaduto il 6 gennaio 2021 è inevitabile. Anche allora, l’America si divise sull’uccisione di Ashley Babbitt, colpita a morte all’interno del Campidoglio. I contesti sono diversi, le responsabilità individuali non sovrapponibili. Ma il principio giuridico è identico. Ashley Babbitt stava violando la legge entrando in un edificio federale. La donna uccisa a Minneapolis stava tentando di sottrarsi a un’azione dell’ICE. Entrambe hanno infranto la legge. Ma in nessuno dei due casi — sulla base dei video disponibili — emerge una minaccia immediata alla vita dell’agente che ha sparato.
Chi ha sostenuto che la morte di Babbitt fosse una tragica ma necessaria conseguenza dell’applicazione delle regole sull’uso della forza non può oggi difendere senza riserve l’operato dell’ICE. E viceversa: chi ha parlato di “esecuzione” il 6 gennaio non può ignorare o minimizzare i video di Minneapolis solo perché il contesto politico è diverso.
Se la valutazione dell’uso della forza cambia in base a chi spara o a chi viene colpito, allora non siamo più nel campo del diritto, ma della propaganda.
Una questione di Stato, non di schieramento
Il problema dell’uso della forza letale non ha colore politico. È una questione strutturale, che riguarda il rapporto tra potere e responsabilità, tra sicurezza e diritto, tra autorità e limite.
Difendere a priori ogni azione degli agenti federali significa esporre lo Stato a un rischio enorme: quello di perdere la propria legittimità morale e giuridica. Uno Stato forte non è uno Stato che spara per primo, ma uno Stato che accetta la verifica dei fatti, anche quando è scomoda, anche quando riguarda i propri uomini.
Minneapolis e il 6 gennaio raccontano la stessa fragilità americana: l’incapacità di mantenere uno standard unico sull’uso della forza. Finché questo standard sarà piegato alle convenienze politiche del momento, ogni caso diventerà un’arma ideologica, e ogni verità una verità di parte.
Ed è esattamente questo il punto più allarmante.
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