I rumori della guerra tornati a essere prepotenti nel Caucaso potrebbero far vibrare anche le acque, già peraltro molto mosse, del Mediterraneo orientale? La domanda è sorta spontanea tra i corridoi delle diplomazie internazionali subito dopo le prime notizie sulla ripresa degli scontri nel Nagorno. Del resto gli intrecci tra le due regioni sono ben evidenti. A fronteggiarsi sono gli eserciti dell’Armenia e dell’Azerbaijan, quest’ultimo appoggiato da quella stessa Turchia che da mesi è impegnata in azioni volte a rivendicare un proprio ruolo nelle dispute energetiche del Mediterraneo orientale. Prima del ritorno della guerra nel Caucaso, il fronte più seguito era proprio quello che vede impegnata Ankara nel mare nostrum.

L’appoggio turco a Baku

Occorre in primo luogo considerare il coinvolgimenti quasi diretto della Turchia nella crisi innescatasi nel Caucaso. Ankara è da sempre molto vicina all’Azerbaijan sia per motivi politici ma soprattutto culturali: gli azerbaigiani sono musulmani, anche se in maggioranza sciita e non sunnita come buona parte della popolazione turca, e sono turcofoni. Una vicinanza linguistica e culturale espressa nella bandiera del Paese caucasico, dove al centro si trova un evidente richiamo alla bandiera della Turchia con la mezzaluna bianca su sfondo rosso. Le dichiarazioni di questi giorni confermano il profondo interesse di Ankara sulla questione: Erdogan e il suo entourage a più riprese hanno affermato di aiutare Baku nello sforzo di riconquistare la regione del Nagorno in mano all’Armenia. Oltre alle parole, la Turchia è passata ai fatti: droni, altri mezzi e soprattutto combattenti addestrati dai servizi turchi sono stati inviati in Azerbaijan a sostegno delle velleità del locale governo.

“Anche nel Caucaso il doppiogiochismo turco si continua a vedere – ha dichiarato a InsideOver il ricercatore Francesco Trupia – Ankara non ha mai criticato l’occupazione russa di Abkhazia e Ossezia del Sud in Georgia, mentre i continui appelli al diritto internazionale per la questione del Karabakh da parte di Erdogan vedono oggi un intervento diretto nel conflitto, come molti video rilasciati dal Ministero della Difesa turca possono confermare”.

La Turchia ricatterà l’Europa?

Assodato dunque che Ankara è parte in causa nel conflitto, c’è da chiedersi se proverà come visto in altre occasioni a sfruttare la sua posizione per ottenere vantaggi su altri fronti. Quando ad esempio la Turchia nel mese di ottobre del 2019 ha attaccato i curdi in Siria, Erdogan ha minacciato l’Ue di far entrare nel suo territorio migliaia di migranti se dalle istituzioni comunitarie fosse piovuta una condanna contro le sue azioni belliche. Oggi Ankara potrebbe far lo stesso nel momento in cui l’Europa dovesse assumere una posizione diversa da quella del governo turco? Potenzialmente le condizioni ci sono tutte: “Sulla questione dei flussi migratori, Ankara mantiene una posizione strategica migliore rispetto a Grecia e Bulgaria – ha dichiarato ancora Francesco Trupia – le cui frontiere nazionali rappresentano quelle esterne dell’UE. Riuscendo a gestire le frontiere nazionali turche, Erdogan riesce a ricattare i Paesi confinanti”.

Non è quindi forse un caso se da Bruxelles sono arrivate dichiarazioni tiepide sulla tensione in corso nel Nagorno. La stessa Grecia, direttamente interessata da eventuali flussi migratori attivati dalla Turchia e ai ferri corti con Ankara negli ultimi mesi per le dispute nel Mediterraneo orientale, ha sì espresso vicinanza all’Armenia, con cui Atene è legata anche culturalmente, ma non ha condannato né Baku e né la stessa Ankara: “Il ministro degli Esteri Nikos Dendias – si legge in un comunicato del governo ellenico – ha riaffermato i forti legami di amicizia con l’Armenia, ha condannato la perdita di vite umane ed espresso prontezza nel fornire supporto per un’immediata de-escalation nel Nagorno-Karabakh”. Non c’è per l’appunto una parola di condanna, circostanza questa fortemente criticata dall’opinione pubblica greca la quale invece si aspettava affermazioni di altro genere.

Occorre anche aggiungere che l’intera Europa, oltre ai discorsi relativi alla Turchia, è legata all’Azerbaijan da importanti interessi economici relativi soprattutto alle forniture di gas: “Turchia e Azerbaijan – ha spiegato ancora Trupia – sono i nuovi pivot regionali del gas. Il TAP, ad esempio, è progetto fondamentale in ottica europea e mediterranea nello specifico. Questo spiegherebbe anche la timida posizione dell’EU e dei vari stati membri, come l’Italia, nel criticare Ankara”.

Gli scenari previsti nell’Egeo

È bene ricordare cosa è accaduto nel Mediterraneo orientale negli ultimi mesi: la Turchia ha più volte mostrato i muscoli alla Grecia, tra esercitazioni promosse a ridosso delle acque di competenza elleniche e provocazioni di altro genere, come l’invio di navi nelle Zee (Zone Economiche Esclusive) di Atene e della Repubblica di Cipro. Il tutto per rivendicare una propria posizione nello sfruttamento dei giacimenti in questa zona del mare nostrum. Le tensioni hanno più volte rischiato di degenerare in qualcosa di più di “semplici” scaramucce tra vicini. E qui si torna alla domanda di partenza: ci saranno conseguenze nel Mediterraneo orientale per quanto sta accadendo nel Caucaso? Forse l’atteggiamento più tiepido dell’Europa verso la Turchia è di per sé una prima conseguenza.

L’impressione però è che, in generale, si arriverà a una sorta di “congelamento” del fronte in attesa di comprendere le evoluzioni del contesto nel Nagorno. Ma sarà soltanto un raffreddamento temporaneo. Anche perché difficilmente Erdogan mollerà la presa su uno degli scenari in cui è impegnato: “Si potrebbe anche speculare sull’attuale crisi economica della Turchia – ha dichiarato ancora il ricercatore Francesco Trupia – iniziata mesi prima della pandemia e divenuta ormai profonda e latente proprio a causa del virus. Questa prospettiva spiegherebbe l’attuale atteggiamento turco dal mediterraneo alle regioni caucasiche: Erdogan potrebbe aver smosso quel mai sopito sentimento nazionalista turco, mobilitando un “toolkit” di sentimenti, immagini storiche e retoriche socio-culturali molto a cuore alla maggioranza della popolazione turca, nel tentativo di allontare l’attenzione ai problemi economici del Paese”.