Sono cambiati tre Papi, quattro presidenti degli Stati Uniti, tre presidenti della Repubblica italiana, si è perso il conto invece dei presidenti del consiglio: è scattato il 2020, un anno che segna la fine del primo ventennio del nuovo secolo. Sono passati vent’anni dal countdown che ci ha portati al 2000 e adesso dunque il XXI secolo può godere, sotto il profilo storico, di una certa “autonomia” dal Novecento. Quest’ultimo è sempre più, per l’appunto, “il secolo scorso” ed è sempre meno vicino all’attualità. Due decadi non segnano un’epoca, ma ne iniziano a tracciare una certa fisionomia ed è possibile con essa mettere in atto primi bilanci.

La prima cesura storica del XXI secolo: gli attentati dell’11 settembre 2001

Scattato il nuovo millennio, di novità non ne sono certo mancate. È stato proprio il 31 dicembre del 1999, a poche ore dalla mezzanotte, che in Russia è iniziata l’era di Vladimir Putin. Nel 2000 si sono svolte poi le elezioni più contestate della storia americana, che hanno decretato per pochi voti in Florida la vittoria di George W. Bush. Eppure, quando si pensa all’inizio del XXI secolo, la mente va quasi istintivamente all’11 settembre 2001.

Poco dopo le 15:00 ora italiana, tutti i telegiornali hanno iniziato a trasmettere le immagini diffuse da New York dalla Cnn, all’epoca unico network di riferimento globale. Le scritte “Breaking News” hanno sospeso tutti i programmi di intrattenimento previsti in un normale pomeriggio di settembre. Tutti ricordano cosa si stava facendo quando due aerei hanno centrato le torri gemelle. L’attentato a New York ha segnato, per due motivi ben precisi, l’inizio del secolo: da un lato perché, con la caduta del muro di Berlino ancora fresca, nessuno pensava ad un attacco mirato al cuore della potenza americana; dall’altro, perché per ore la diretta televisiva ha portato nelle case degli spettatori gli spettri di un terrore in grado di pervadere la quotidianità di un secolo che si preannunciava più sicuro.

La guerra al terrorismo e gli interventi Usa in Afghanistan ed Iraq

Poco dopo quegli attentati, oltre che la Cnn, si è arrivati a conoscere anche Al Jazeera. Una tv del Medio Oriente è diventata ad un certo punto popolare quasi quanto il network americano: è proprio su questo canale si è materializzato con i suoi discorsi Osama Bin Laden, il responsabile dell’attacco dell’11 settembre e fondatore di Al Qaeda. Lo “sceicco del terrore”, come è stato definito Bin Laden, è apparso con i suoi messaggi la sera del 7 ottobre 2001, quando gli Usa hanno attaccato l’Afghanistan in cui il regime dei talebani era sospettato di aiutare Al Qaeda.

È stato il via alla guerra al terrorismo lanciata da Bush. Quella afghana è stata soltanto la prima campagna: due anni dopo, gli Stati Uniti hanno attaccato anche l’Iraq di Saddam Hussein. Il 9 aprile 2003 le truppe americane sono entrate a Baghdad, decretando la fine dell’era del rais iracheno. Una guerra quella giustificata dai sospetti, rivelatisi poi falsi, della detenzione da parte di Saddam di armi di distruzione di massa. A distanza di quasi due decadi, oggi le due guerre non possono dirsi concluse. Anzi, le due campagne hanno contribuito a destabilizzare il Medio Oriente.

Le primavere arabe

Il mondo, dopo quegli attacchi, non è stato affatto più sicuro. Madrid nel 2004 e Londra nel 2005 sono state solo le prime città europee ad essere attaccate dal terrorismo jihadista. Nel frattempo ci si avvicinava ad un’altra data spartiacque: il 2011. In quell’anno il medio oriente è caduto in un’ulteriore spirale di tensione, le cui conseguenze ben presto sono arrivate anche in Europa. Dalla Tunisia all’Egitto, passando per Libia, Siria ed altri paesi della regione, le popolazioni sono scese in piazza per protestare contro i rais. Cadono Ben Alì e Mubarack, in Libia ed in Siria iniziano due guerre ancora in corso: nel primo caso termina l’era di Muammar Gheddafi, nel secondo il presidente Assad è riuscito a conservare il potere. Ma proprio i casi libici e siriani hanno aperto le porte, dal 2015 in poi, alle avanzate politiche nel medio oriente di due vecchie potenze: Russia e Turchia. Sono adesso loro a provare ad aver la chiave della regione più strategica del mondo.

I mutamenti in Vaticano

Se il mondo è apparso  condizionato dai cambiamenti in Medio Oriente, non da meno sono da considerarsi le novità arrivate dal Vaticano. Il XXI secolo è iniziato con Papa Giovanni Paolo II, eletto nel 1978 con il compito di portare la Chiesa nel 2000 ma il cui nome è maggiormente legato al ‘900. La data della sua morte, il 2 aprile del 2005, è una delle più ricordate di questo inizio secolo. Il suo successore è stato Joseph Ratzinger, che ha preso il nome di Benedetto XVI. La sua figura di fine teologo decano della dottrina della fede rimarrà per sempre ricordata soprattutto per le clamorose dimissioni, date l’11 febbraio 2013. Erano sei secoli che un Papa non rinunciava all’incarico. Il 13 marzo 2013, il conclave ha quindi eletto Jorge Mario Bergoglio, attuale Papa Francesco. E la Chiesa per la prima volta ha, all’interno delle mura vaticane, due Papi: uno in carica ed uno “emerito”.

La crisi economica

Il 2008 è stato un vero e proprio spartiacque: la banca Lehman Brothers falliva e il mondo è stato testimone impotente di una delle peggiori crisi finanziarie della storia globale. Negli Stati Uniti, il mercato azionario è precipitato, la disoccupazione è aumentata vertiginosamente e l’economia è finita in una recessione profonda. E molti altri Paesi – Italia compresa – hanno affrontato un destino simile. Come ricorda la Consob, la crisi finanziaria dei mutui subprime ha avuto inizio negli Stati Uniti nel 2006. I presupposti della crisi risalgono al 2003, quando cominciò ad aumentare in modo significativo l’erogazione di mutui ad alto rischio, ossia a clienti che in condizioni normali non avrebbero ottenuto credito poiché non sarebbero stati in grado di fornire sufficienti garanzie. I fattori che hanno stimolato la crescita dei mutui subprime sono riconducibili, tra l’altro, alle dinamiche del mercato immobiliare statunitense e allo sviluppo delle cartolarizzazioni. Si stima che in Italia tra il 2008 e metà 2014, siano andati persi 1,2 milioni di posti di lavoro: si tratta del secondo paese della Unione europea nel quale sono stati persi più posti di lavoro.

Il ritorno del nazionalismo: i fenomeni populisti e sovranisti

La crisi economica prima e la crisi dell’ordine liberale poi, hanno generato un’ondata di sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali, incapaci di interpretare in maniera adeguata il cambiamento in atto. In tutto l’occidente i partiti socialdemocratici, che dopo la Caduta del Muro di Berlino hanno spostato le loro attenzioni dalle classe popolari e medie verso un’élite cosmopolita, sono stati spazzati via da una nuova ondata di partiti nazionalisti, desiderosi di recuperare la sovranità smarrita durante la globalizzazione e di tutelare proprio quei ceti meno abbienti e le classi medie che durante la globalizzazione si sono notevolmente impoveriti. La Lega in Italia, il Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia, Alternative für Deutschland in Germania: l’anno chiave è il 2016, anno del referendum sulla Brexit e della clamorosa vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del novembre 2016 contro Hillary Clinton. Una vera rivoluzione.

La crisi dell’ordine liberale internazionale

Alla fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti si sono affacciati sul mondo con la possibilità di esercitare un potere e un’influenza senza precedenti. Con la sconfitta dell’Unione Sovietica e dell’era bipolare, infatti, i politici americani hanno cominciato a sognare di modellare il globo a immagine e somiglianza dell’unica superpotenza rimasta. Una visione ottimista del futuro ben espressa da Francis Fukuyama nella riflessione formulata nel saggio The End of History?, pubblicato su The National Interest nell’estate 1989, nel quale il liberalismo, agli occhi dell’illustre politologo, appare come l’unico possibile vincitore e meta finale dell’evoluzione storica dell’uomo e della società.

Come ha ricordato successivamente il consigliere per la sicurezza nazionale di George H. Bush, Brent Scowcroft, in un libro pubblicato nel 1999 e intitolato A World Transformed, gli Stati Uniti si erano trovati “in piedi da soli al culmine del potere”. Con i sovietici fuori gioco, gli Stati Uniti e i rispettivi leader avevano “la rara opportunità di plasmare il mondo e la profonda responsabilità di farlo saggiamente a beneficio non solo degli Stati Uniti ma di tutte le nazioni”. Tuttavia, con l’ascesa della Russia e soprattutto della Cina e l’affacciarsi di un nuovo mondo multipolare, l’unipolarismo con il quale si è configurato l’ordine liberale internazionale, non esiste più. Ora è chiaro che l’ordine liberale, democratico e capitalista non è l’unico modello possibile per un mondo globalizzato e che altre forme politiche continueranno ad esistere.

L’ascesa della Cina e della Russia: la sfida multipolare

Mentre la Russia ha consolidato il suo ruolo di grande potenza dopo la grande crisi degli anni ’90, grazie soprattutto all’annessione della Crimea e all’intervento russo in Siria del 2015, la rivalità tra Washington Pechino è diventata più aggressiva a partire da gennaio 2018, quando il Pentagono ha svelato la nuova “strategia di difesa nazionale” che definisce la Cina e la Russia le due maggiori minacce agli interessi diretti degli Stati Uniti. Una svolta epocale che ha segnato un cambiamento profondo nella politica di difesa degli Usa dopo la War on Terror inaugurata dall’amministrazione di George W. Bush post-11 settembre 2001. E tra le due, Pechino è percepita dall’élite politica di Washington come la minaccia numero uno che la superpotenza statunitense deve fronteggiare.

Secondo Stephen M. Walt, professore di relazioni internazionali ad Harvard, “in un mondo in cui gli stati devono proteggersi, due potenze si guardano l’un l’altra con cautela e competono per assicurarsi che non restino indietro o diventino pericolosamente vulnerabili. Anche quando la guerra viene evitata, è probabile che si verifichi un’intensa competizione per la sicurezza”. La Cina, sottolinea Walt, “non è più impegnata nella politica di “crescita pacifica” di Deng Xiaoping. Quell’approccio aveva senso quando la Cina era più debole, e ingannò molti occidentali”. Nel 2005, il professor John Mearsheimer sostenne che la Cina era destinata ad essere un egemone regionale. Se la Cina avesse mantenuto il ritmo di crescita economica e militare che stava avendo in quel momento, era probabile, secondo il professore, che sarebbe entrata in una competizione sulla sicurezza proprio con gli Stati Uniti. Esattamente ciò che sta accadendo.