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Il 7 febbraio 1992, a meno di tre anni dalla caduta del Muro di Berlino, a poco più di un anno dalla riunificazione tedesca e a pochi mesi dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica a Maastricht, cittadina olandese posta sulle sponde della Mosa, i leader dei dodici Paesi membri della Comunità economica europea diedero una vera e propria accelerazione al processo di integrazione firmando il Trattato sull’Unione Europea che compie, quest’anno, trent’anni.

L’1 novembre 1993, per effetto del Trattato di Maastricht, la Cee sarebbe diventato formalmente l’Unione Europea. Un cambio di denominazione non meramente formale, ma sostanziale: l’Ue, sulla spinta di Maastricht, avrebbe perseguito con sempre maggior forza un’idea politica di convergenza tra gli Stati membri, sarebbe andata espandendosi nei Paesi dell’ex blocco socialsita, soprattutto avrebbe promosso l’integrazione monetaria.

A Maastricht conversero le pulsioni comunitarie promosse dall’Atto Unico Europeo (1987) voluto da Bettino Craxi per promuovere l’integrazione europea, il compromesso tra Helmuth Kohl e François Mitterrand ai tempi della riunificazione tedesca, con la Germania tornata unita che accettò di rinunciare in prospettiva al marco, le negoziazioni interne tra i vari partner dell’Unione (dalla Spagna alla Danimarca) circa la necessità di emendare diverse competenze della Cee. Il risultato furono i tre pilastri dell’Unione Europea:

  • Unificazione della Cee, della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e della Comunità Europea dell’Energia Atomica sotto il cappello della nascitura Ue guidata dalla Commissione Europea.
  • Definizione della Politica Estera e di Sicurezza Comune (Pesc).
  • Governance valoriale condivisa su affari interni e giustizia.

Trent’anni dopo, che giudizio possiamo dare di questo processo avviato da Maastricht? L’avanzamento è a dir poco in chiaroscuro.

Certo, l’Unione  Europea resta il mercato maggiore al mondo, i suoi Paesi sono tuttora quelli contraddistinti dai maggiori livelli di sviluppo, welfare e sicurezza sociale e sanitaria tra le nazioni avanzate, financo sulla transizione ecologia e la lotta ai cambiamenti climatici la Commissione Europea e i Paesi del Vecchio Continente hanno promosso le scelte più sistemiche e strategiche su scala globale. Ma le problematiche, in larga parte, superano i risultati positivi raggiunti.

Un’Europa a troppe velocità

Il primo punto problematico è stato sicuramente il fatto dell’avanzamento a macchia di leopardo del processo di integrazione politica europea. Nelle negoziazioni finali, tra il 1991 e il 1992, il governo britannico di John Major si disse poco convinto della volontà di rinunciare, secondo i trattati, all’uso della sterlina per sciogliere la sua valuta nella futura divisa comunitaria, l’euro. Fu perciò introdotta la clausola di opting-out attraverso la quale la Gran Bretagna sarebbe potuta rimanere nella futura Unione europea pur senza accogliere le innovazioni che il suo governo avesse rifiutato. Nasceva così per la prima volta l’idea di un’Europa a due velocità, che Londra e altre nazioni, come l’Olanda, avrebbero incentivato in seguito promuovendo un altro strumento, quello dei rimborsi (rebate) della quota di contribuzione al bilancio pluriennale dell’Ue legati principalmente alla diversa partecipazione alla Politica agricola comune.

Vi fu poi, nell’applicazione di Maastricht, un secondo limite che avrebbe portato le “due velocità” a moltiplicarsi sul campo: la scelta di stabilire le regole su deficit e debito pubblico come scolpite nella pietra in ottemperanza al verbo economico ordoliberale di matrice tedesca rottamò presto l’illusione di Mitterrand di controllare la Germania attraverso Maastricht e l’euro. In Francia, infatti, si pensava infatti che la Germania unita privata del Marco non avrebbe tenuto nei confronti degli altri Paesi europei un atteggiamento volto al controllo geoeconomico e commerciale, ma alla prova dei fatti la profezia di Margaret Thatcher sull’Europa tedesca si avverò grazie alla strutturale capacità di Berlino di egemonizzare i mercati con la forza della sua industria, la deflazione salariale interna, l’attitudine export-led della sua impresa, l’uso politico delle regole per depotenziare i partner e rivali d’Europa. A farne le spese furono Paesi mediterranei come l’Italia, che videro i loro problemi strutturali legati, principalmente, a debito e produttività moltiplicarsi.

L’assenza di un nerbo politico per l’Europa mise l’economia al centro. E di converso al cuore dei discorsi economici che guidavano il Vecchio Continente pose la retorica neoliberale. Ogni Paese era costretto, in affanno, a rincorrere il gruppo dominante di Paesi nordici mercantilisti e a basso tasso di indebitamento guidato dalla Germania (Kerneuropa). Con il Patto di stabilità e crescita del 1997 si è iniziato a dire che il fine ultimo dell’Unione economica e monetaria era in realtà “l’equilibrio del bilancio, con un saldo prossimo al pareggio o positivo”. Dello stesso tenore il Fiscal compact del 2012, che ha imposto agli Stati di prevedere il pareggio in disposizioni nazionali “vincolanti e di natura permanente, preferibilmente costituzionale”. Il che equivaleva a dichiarare l’incostituzionalità dell’approccio keynesiano che guidò la ricostruzione postbellica.

La dipendenza dalla Bce

Ne è seguito, di converso, la sostanziale incapacità dell’Unione Europea di affrontare con piglio deciso le principali crisi sistemiche che si è trovata ad affrontare, come ad esempio quella della Grande Recessione e la crisi dei debiti sovrani, affrontata con taglio deflazionista. La dipendenza dalla Banca centrale europea è risultata di conseguenza una necessità mano a mano che il rischio di un’implosione dell’euro e dell’Ue sotto i colpi della crisi e delle politiche di austerità promosse dalla Germania si accentuava.

La discesa in campo della Bce di Mario Draghi nel 2015 e la continuità della sua azione anche nell’era Covid ha mostrato in sostanza la dipendenza dell”Ue dall’unica istituzione capace di una chiara e trasparente azione sistemica. Mostrando, sulla scia dell’incentivazione dell’azione di un organo meramente tecnico, come un vero problema per la comunità nata a Maastricht sia il deficit di politica.

Troppa economia, poca politica

L’Europa è segnata da differenze politiche e socio-culturali: è frammentata in un mosaico di paesi, è separata da una millenaria linea di faglia tra ortodossi e cattolici e da una plurisecolare tra cattolici e protestanti, è ripartita in subregioni geopolitiche (Europa occidentale, Europa centrale o Mitteleuropa, penisola balcanica, Europa
orientale), è divisa in numerose aree linguistiche, religiose, culturali assai diverse e senza una
reciproca coincidenza geografica. Il demos europeo non è una realtà, esistono valori di civiltà e comuni storie dell’Europa, che però ha sempre fatto del pluralismo la sua forza. Negare questa complessità è stato uno degli errori dell’Unione Europea, che nell’ultimo trentennio ha scelto la strada della tecnica non ritenendola complementare, ma alternativa, a quella della politica.

L’Unione Europea, dopo oltre un quarto di secolo dalla sua nascita nelle forme attuali, continua ad essere caratterizzata da quello che è definito dai politologi come “deficit democratico” perché non soddisfa i principi cardine del costituzionalismo occidentale: divisione dei poteri ed equilibrio fra di essi, legittimazione del potere basata sul voto popolare, principio del voto a maggioranza. Piuttosto, la dipendenza dalla Bce la rende simile a un’istituzione schmittiana.

Spesso “le istituzioni europee”, notava nel 2015 un convinto europeista come il giornalista francese Bernard Guetta, “restano troppo incomprensibili, tanto che nemmeno i cittadini più aggiornati riescono a capirci qualcosa. Ma il principale motivo di questo stato di crisi perenne è un altro: l’Unione è ancora un progetto incompiuto”. Guetta ha sottolineato il ruolo di Maastricht nel creare una “una federazione in divenire, che però non ha un governo eletto che sia responsabile davanti agli elettori né politiche sociali e fiscali comuni”. Il silenzio dell’Europa, al contrario di molti dei suoi singoli membri, sulle grandi questioni geopolitiche e stratetgiche dell’attualità, sta proprio nella natura impolitica, se non addirittura antipolitica, di molte strutture burocratiche dell’Ue.

Il dopo Covid sarà una svolta?

Nel 2020, parlando a caldo dopo lo scoppio della crisi del Covid-19, l’ex Ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha denunciato il fatto che la risposta disomogenea dell’Ue alla pandemia fosse in larga misura dovuta allo scadimento del “tempio delle idee” europeo a tecnocrazia incapace di mostrarsi presente di fronte alle sfide della storia. Sottolineandone la natura di vera e propria utopia antipolitica sballottata nel mare agitato della globalizzazione in crisi, di cui non ha saputo cogliere la dinamica competitiva e iper-politica. Nel suo saggio Le potenze del capitalismo politico Alessandro Aresu, consigliere di Mario Draghi ed ex editorialista di Limes, ha scritto che “ogni coordinata indica il tramonto dell’Europa, in forma intergovernativa, in forma federale o nelle altre forme su cui possiamo litigare, e litigheremo”: demografia, finanza, industria, coesione, tecnologia e via discorrendo.

L’Europa ha deciso di reagire al Covid autosospendendo la più radicale delle regole post-Maastricht, il Patto di Stabilità, aprendo la strada al “ritorno di Keynes”, degli investimenti pubblici e dell’azione da parte degli Stati. L’attuale fase è caratterizzata dalla ripresa di discussioni a tutto campo sul ruolo dell’Europa nel mondo, da un rilancio del dibattito su autonomia strategica e sovranità del Vecchio Continente in materia di nuove tecnologia, digitale, forze armate, da programmi entusiasti come quello del visionario Commissario all’Industria Thierry Breton, da strategie sistemiche pensate come complementari o prodomiche al successo del Recovery Fund.

L’alternativa da costruire

Le scelte fatte nell’urgenza senza precedenti dalla primavera 2020 in avanti non costituiscono di per sé un cambiamento di paradigma o un cambio di rotta, ma hanno mostrato che il Re è nudo, e che il consenso post Maastricht va ripensato.

Ne sono dell’idea diversi economisti e politologi che hanno firmato un articolo per la rivista francese Le Grand Continent, guidati da Thomas Piketty, per i quali l’uscita dalla crisi rimane da costruire: le emergenze degli ultimi due anni “hanno posto le preoccupazioni per la crescita e l’occupazione al di sopra di quelle per la stabilità finanziaria e il consolidamento fiscale” ed è lecito domandarsi: possono questi nuovi driver “essere la matrice per nuove politiche socialmente e ecologicamente sostenibili? Come possono gli strumenti di governance europei, nati principalmente per assicurare una disciplina di bilancio, come il Meccanismo europeo di stabilità o il Patto di stabilità e crescita, diventare il luogo di un nuovo modello di sviluppo economico, ecologico e sociale? O ancora: quale sostenibilità può essere data alla nuova capacità di intervento di bilancio?”. Tutte domande legittime, che evocano le analisi di Tremonti e Aresu sulla necessità di interrogarsi profondamente sul futuro dell’Europa. Più politica, meno tecnica ritenuta insipientemente neutrale, più visione globale: la ricetta per far ripartire l’Unione poggia su questo trittico. A governi e esponenti delle istituzioni comunitarie il compito di capire ciò e dare un futuro all’Europa.

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