”Quando il mondo ha chiuso gli occhi, lui ha aperto le sue braccia”, era questo il sottotitolo del film hollywoodyano Hotel Rwanda che celebrava la storia di Paul Rusesabagina, l’ex manager dell’Hotel Des Milles Collines che durante i giorni del genocidio ruandese accolse e salvò nel suo albergo oltre 1200 persone. Un sottotitolo che oggi il giornale francese Liberation ha riportato sulle sue colonne aggiungendo però che ”ora le braccia del controverso eroe africano sono state richiuse dalle manette della polizia del Paese dei Grandi Laghi” dal momento che colui che fu celebrato come l’Oskar Schindler africano è stato arrestato, all’età di 66 anni, con l’accusa di aver ”finanziato e creato dei gruppi terroristici”.

Una notizia, quella dell’arresto di Paul Rusesabagina, che ha fatto il giro del mondo e che ha lasciato sgomenti lettori e telespettatori dal momento che dal 2004, quando uscì nelle sale il film di Terry George sul genocidio ruandese, ad oggi, per la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica internazionale, il direttore dell’albergo di Kigali era un eroe super partes, un salvatore, un beniamino dell’umanità. All’improvviso però la cacciata dall’Olimpo dei giusti con l’esecrabile colpa di finanziare il terrore e la violenza.

In queste ore in cui lo stupore e l’incredulità inducono a trarre facili conclusioni e istigano ad approssimativi ”j’accuse”, è bene però, per non cadere nell’inganno del facile giustizialismo, ripercorrere le fasi salienti della vita di Paul Rusesabagina, un uomo complesso, sul cui operato da sempre aleggiano degli interrogativi, ma che da quando ha preso una netta posizione di contrarietà nei confronti del governo autoritario di Paul Kagame è stato travolto da un fiume in piena di diffamazioni, accuse e minacce.

Non si tratta infatti semplicemente dell’ arresto di un uomo considerato dapprima straordinario e poi scoperto essere un occulto sobillatore che della gloria del suo nome ha fatto scudo per finanziare guerriglieri e terroristi, è una storia, quella dell’incarcerazione e della distruzione mediatica di Paul Rusesabagina, con ancora molti buchi neri e molte incognite nella quali si celano repressione politica e odi etnici mai sopiti ed è quindi doveroso affacciarsi con cautela e muoversi in punta di piedi nel coacervo delle accuse e delle smentite perché solo così si può cercare di comprendere al meglio una vicenda che dietro a una sensazionalistica notizia nasconde invece una realtà molto complessa all’interno della quale si agitano ancora i fantasmi del genocidio del Ruanda.

La storia pubblica ed epica di Paul Rusesabagina ha avuto inizio il 12 aprile 1994 quando l’uomo, figlio di un padre hutu e di una madre tutsi, prese in carico la gestione dell’Hotel delle Mille Colline a Kigali. Il genocidio ruandese era già in corso da 6 giorni, fu infatti nella notte del 6 aprile che venne abbattuto l’aereo presidenziale con a bordo il leader del Pase Juvenal Habyarimana e la violenza si riversò nelle strade della piccola nazione dei Grandi Laghi che si allagarono di sangue. Le milizie hutu, gli Interhamwe, istituirono posti di blocco nelle città, distribuirono machete e panga alla popolazione e per i successivi 80 giorni il Paese delle Mille Colline sprofondò in uno degli orrori più atroci del XX secolo: uno stermino etnico di un milione di persone perpetrato soltanto in tre mesi. Fu sul proscenio di questo dramma che Paul Rusesabagina si adoperò per salvare migliaia di vite dalla furia genocidaria. L’uomo, che prese in gestione l’albergo che apparteneva alla compagnia aerea belga Sabena dal momento che l’allora direttore olandese dell’hotel era fuggito, sfruttò le conoscenze che aveva con i leader politici e anche con i miliziani hutu, per nascondere e mettere in salvo 1268 cittadini ruandesi, per lo più tutsi, dalla furia assassina dei militari e dei paramilitari.

Questa è la storia che è stata raccontata dal film e dai media che, subito dopo l’uscita della pellicola nelle sale, hanno celebrato Rusesabagina come un eroe contemporaneo tanto che ha ottenuto premi e onorificenze in tutto il mondo compresa, nel 2005, la ”medaglia della libertà” conferitagli direttamente dalle mani dell’allora presidente statunitense George Bush durante una cerimonia alla Casa Bianca. Negli anni Rusesabagina, che già nel 1996 aveva lasciato il Rwanda dicendo che ”non si sentiva sicuro” e che viveva tra il Beglio e gli Usa, ha iniziato ad essere sempre più critico nei confronti del governo di Paul Kagame ma nel mentre ha incominciato a anche farsi spazio sulla stampa internazionale una riscrittura di quanto avvenuto all’Hotel delle Mille Colline durante i giorni del genocidio.

Nel 2012 in un articolo comparso su Süddeutsche Zeitung, l’ex direttore d’albergo è stato descritto come un “cinico approfittatore che ha accumulato capitali grazie al genocidio” e che ha costretto gli sfollati a dargli “soldi, macchine e case”. “Come puoi qualificare un individuo come un eroe?” chiede uno dei protagonisti dell’articolo apparso sul quotidiano di Monaco. Nel 2015, un’indagine del quotidiano Le Monde ha evidenziato le stesse ambiguità sul ruolo di un “eroe” decisamente molto controverso e Rusesabagina, sempre più coinvolto in politica e ferreo oppositore del leader del FPR Paul Kagame, ha parlato di campagna diffamatoria condotta nei suoi confronti dal presidente del Ruanda. Gli attacchi contro di lui, nel tempo, non sono cessati, anzi, si sono intensificati tanto che c’è chi è arrivato a sostenere che fosse un finanziatore delle FDLR, il gruppo di genocidari hutu oggi attivi nella Repubblica Democratica del Congo e chi, come Tatien Miheto, ex coordinatore del Comitato di Crisi all’Hotel Milles Collines, si è spinto ad accusarlo di essere un millantatore, un revisionista e pure un negazionista del genocidio.

Che Paul Rusesabagina non fosse più gradito in patria è storia nota ma nessuno avrebbe mai immaginato quanto avvenuto lunedì quando, attraverso un tweet, l’Ufficio Investigativo del Ruanda ha dichiarato che il signor Rusesabagina era stato arrestato perché sospettato di essere “il fondatore, leader, sponsor e membro di gruppi terroristici violenti, armati ed estremisti”, tra cui il Movimento Ruandese per il Cambiamento Democratico e il Partito per la Democrazia in Ruanda, entrambi partiti di opposizione. L’ufficio investigativo ha anche accusato il signor Rusesabagina di aver contribuito a portare a termine attacchi, nel 2018,”contro civili ruandesi disarmati e innocenti sul territorio ruandese”. Ma, al momento, le autorità non hanno fornito alcuna prova delle accuse contro di lui. Di incognite e di ombre ce sono ovunque in questa vicenda, anche sulle modalità d’arresto dal momento che l’Ufficio Investigativo del Ruanda ha affermato di aver effettuato l’ arresto “attraverso la cooperazione internazionale”, ma non ha detto quali paesi o agenzie potrebbero aver prestato assistenza, né dove o quando è stato arrestato. Kitty Kurth, portavoce dell’ Hotel Rwanda Rusesabagina Foundation, che ha sede a Chicago, ha parlato di sequestro: “Crediamo che sia stato rapito e portato in Ruanda tramite una cattura illegale”, l’uomo infatti giovedì scorso, l’ultima volta che ha parlato con sua moglie, si trovava a Dubai e la portavoce della fondazione di Rusesabagina ha poi aggiunto. “È un critico regolare delle violazioni dei diritti umani perpetrate in Ruanda e il governo ruandese crea regolarmente false accuse contro tutti coloro che sono critici con l’esecutivo per cercare di metterli a tacere”.

Parole quest’ ultime che, al di là della vicenda in questione, trovano però conferma nei fatti. Come ha ricordato il New York Times, a febbraio, il cantante ruandese Kizito Mihigo è stato trovato morto nella sua cella, alcuni giorni dopo che le autorità lo avevano arrestato con l’accusa di aver tentato di entrare in Burundi e di unirsi a gruppi terroristici. Le autorità hanno detto che si è trattato di suicidio, ma i gruppi per i diritti umani hanno chiesto ulteriori indagini e al momento la verità non è ancora emersa. Human Rights Watch ha affermato ad aprile che il governo stava detenendo arbitrariamente le persone negli stadi mentre imponeva le restrizioni sul coronavirus e Jeffrey Smith, il direttore esecutivo di Vanguard Africa, un’organizzazione senza scopo di lucro che sostiene la leadership etica e la democrazia nel continente, sempre sulle colonne del quotidiano newyorchese, ha dichiarato: “Ciò che Kagame e il partito al governo del Ruanda hanno effettivamente fatto è sostenere, sia nella retorica che nella pratica, che la critica, la resistenza o l’opposizione al loro governo equivalgono a terrorismo”.

Una questione estremamente complicata e scottante quella dell’arresto di Paul Rusesabagina che pretende attenzione, approfondimento e prudenza, perché verità e giustizia, in questo caso, significano verità e giustizia anche per le vittime della tragedia che 26 anni fa si è consumata tra le mille colline del Paese africano.

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