Il gruppo militante afghano dei talebani ha iniziato, nelle ultime settimane, un serrato giro di colloqui e consultazioni con i principali Paesi interessati alla stabilità del tormentato Stato centroasiatico, che nel 2019 entrerà nel quarantesimo anno consecutivo di instabilità a partire dall’invasione sovietica del 1979 che inaugurò una fase di guerra pressoché costante. Dal 2001 ad oggi, protagonisti dell’intervento in Afghanistan sono stati gli Stati Uniti e i loro alleati che, dopo gli attentati dell’11 settembre a New York, attaccarono l’emirato islamico dei talebani contribuendo alla sua dissoluzione ma non riuscirono a mettere definitivamente sotto scacco l’insorgenza dei guerriglieri arroccati tra le impervie montagne dell’Afghanistan, che nel corso del tempo hanno riorganizzato le proprie forze e sono arrivati, nel 2017, a controllare poco meno di un quinto del Paese.

Soldati afghani vegliano le sculture restaurate del Budda di Swat, distrutto dai talebani nel 2007 (LaPresse)
Soldati afghani vegliano le sculture restaurate del Budda di Swat, distrutto dai talebani nel 2007 (LaPresse)

In questi ultimi anni, il clima politico e la situazione militare in Afghanistan è radicalmente mutato a causa della volontà di pace della popolazione, stremata da una guerra permanente, e dell’intervento nel Paese dello Stato islamico che ha reso i talebani un antemurale alla sua espansione. E così, sebbene in queste stesse ore forze congiunte afghano-americane stiano confrontandosi con i talebani in una battaglia campale nella provincia di Ghazni, negli ultimi mesi il canale diplomatico è stato sempre più utilizzato. Per i guerriglieri, l’obiettivo primario è la conquista di una legittimità internazionale che permetta loro di giocare un ruolo nel futuro assetto dell’Afghanistan.

La strategia di Trump e Pompeo: dialogo con i talebani

Come riportato dal New York Times, a metà luglio la Casa Bianca ha deciso di autorizzare l’avvio di negoziazioni dirette tra funzionari del Dipartimento di Stato e esponenti talebani per favorire l’inizio di un processo di pace riconosciuto come difficile dal Presidente Ashraf Ghani dopo un incontro con Mike Pompeo svoltosi il mese scorso a Kabul.

Dopo aver inizialmente rafforzato il dispositivo militare statunitense in Afghanistan, l’amministrazione Trump ha cambiato strategia nel Paese e appare ora intenzionata a fungere da necessario perno diplomatico per il governo di Kabul nelle negoziazioni con gli insorti, che riconoscono maggiore legittimità a Washington piuttosto che a un governo che appare, ai loro occhi, poco più di un fantoccio.

La rottura americana col Pakistan, il cambio di indirizzo politico di Washington nella regione e l’ascesa di movimenti di base favorevoli alla pace in tutto l’Afghanistan hanno reso il dialogo una necessità ancora più impellente. E secondo indiscrezioni pare che Trump e Pompeo siano disposti a ascoltare le ragioni dei talebani e a riconoscerli come interlocutori anche di fronte al loro rifiuto di recedere dalla richiesta di assistere a un completo ritiro delle forze straniere dall’Afghanistan.

Il leader talebano elogia gli Usa per l’apertura

Quattro esponenti dei talebani hanno incontrato l’importante esponente del Dipartimento di Stato Alice Wells a Doha, in Qatar, a partire dal 23 luglio scorso. Indiscrezioni raccolte dai media statunitensi riportano di un incontro disteso, positivo e aperto tra quelli che, di fatto, da 17 anni sono mortali nemici: gli Stati Uniti d’America e un’organizzazione jihadista tra le più strutturate nel Grande Medio Oriente.

Un esponente dei talebani, contattato dal Guardianpur volendo mantenere l’anonimato è arrivato a elogiare Washington per la disponibilità al dialogo e l’apertura concessa ai suoi principali nemici in Afghanistan. Per dare prova della loro buona volontà, del resto, i talebani hanno accelerato la loro offensiva contro lo Stato Islamico nel Nord dell’Afghanistan, costringendo alla resa 250 miliziani a Jowzjan.

Dopo il primo abboccamento, i prossimi incontri verteranno su temi concreti destinati a influenzare la stabilizzazione del  Paese. E pare che Haibatullah Akhunzada, leader dei talebani, appaia disponibile a inviare, nella seconda delegazione, importanti esponenti dell’ala militare del movimento, al fine di evitare scissioni traumatiche da parte delle sue frange più oltranziste. 

In ogni caso, è innegabile che la diplomazia talebana si stia muovendo con lungimiranza al fine di conseguire l’agognata legittimazione internazionale: gli ex governanti dell’Afghanistan, infatti, stanno unendo alle conversazioni con Washington un importante dialogo con un Paese rilevante per gli equilibri regionali, l’Uzbekistan.

I dialoghi di Tashkent tra l’Uzbekistan e i talebani

Dal 6 all’11 agosto esponenti dei talebani hanno incontrato a Tashkent funzionari uzbeki guidati dal ministro degli Esteri Abdulaziz Kamilov. Come riporta Asia Timesle parti hanno discusso del futuro dell’Afghanistan, della sicurezza dei nodi infrastrutturali e delle centrali di produzione energetica e del ritiro delle forze straniere dal Paese.

L’Uzbekistan, Paese interessato alla stabilità regionale, vanta un’influenza crescente sulle dinamiche interne afghane, ha amplificato le relazioni con il governo di Ghani e, a marzo, ha ospitato nella sua capitale un’importante conferenza internazionale dedicata alla stabilità dell’Afghanistan. Il presidente Shavkat Mirziyoyev è stato ricevuto da Trump alla Casa Bianca nel maggio scorso a testimonianza dall’interesse con cui gli Stati Uniti guardano all’azione di un Paese che vede nella pacificazione dell’Asia centrale un fattore di potenziale rendita geopolitica e strategica, visto anche l’imminente sviluppo nella regione della Nuova via della seta a trazione cinese.

Il portavoce talebano Sher Mohammad Abbas Stanikzai si è dichiarato soddisfatto della discussione di Tashkent: il suo movimento sta acquisendo legittimità internazionale ed è destinato ad avere un ruolo in un Afghanistan finalmente pacificato. Viene, di conseguenza, un dubbio: erano veramente necessari 17 anni di guerra dal 2001 a d oggi perché i talebani e gli Stati interessati al futuro dell’Afghanistan decidessero di sedersi al tavolo delle trattative?

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