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I talebani sono tornati al potere dopo vent’anni e per l’Afghanistan, l’Asia centrale e l’Eurasia, a meno di radicali inversioni di tendenza, ha inizio una nuova fase storica. Una fase che secondo alcuni potrebbe essere contraddistinta da un ritorno all’instabilità di stampo terroristico dei primi anni Duemila – l’epoca della Guerra al Terrore – ma che, secondo altri, potrebbe riservare delle grandi ed imprevedibili sorprese – tra le quali una stabilizzazione del teatro afghano funzionale a catalizzare la materializzazione dei sogni eurasiatistici di Russia e Cina e, dunque, ad accelerare la multipolarizzazione del sistema internazionale.

Saranno gli eventi del prossimo futuro a dare ragione ai primi o ai secondi, cioè a coloro che temono i talebani o a coloro che si felicitano della loro ascesa, ma alcuni elementi utili alla formulazione di un pronostico, nel frattempo, già li possediamo. Sappiamo, ad esempio, che i talebani di Hibatullah Akhundzada non sono alla ricerca dell’autoemarginazione, ma del riconoscimento internazionale. E sappiamo che vorrebbero ottenere quella legittimità di cui oggi sono privi in una varietà di modi: amnistia generale per i concittadini che hanno lavorato con l’Alleanza Atlantica, apertura agli investimenti dall’estero, inaugurazione di un processo di riconciliazione nazionale e, ultimo ma non meno importante, instaurazione di un regime politico che sia (molto) conservatore ma non integralista.

Di nuovo, saranno gli eventi del prossimo futuro a confermare o meno la bontà dei proclami dei Talebani 2.0 – che rispetto ai predecessori sembrano essere anche più social, cioè inclini all’utilizzo della rete per promuovere la loro immagine –, ma una cosa è sicura come l’oro: sono e restano dei pragmatici, sono e restano la manifestazione più potente della geopolitica pakistana e sono e restano i portavoce di una forza sociale piuttosto numerosa e rappresentativa della multinazione afghana – non si spiegherebbe, altrimenti, il fallimento dell’Occidente nell’offrire agli afghani una valida alternativa culturale agli studiosi del Corano –, le cui vere origini risalgono al Grande Gioco – Dost Mohammed Khan –, i cui valori attingono al codice d’onore dei pashtun (pashtunwali) e la cui interpretazione dell’Islam è radicata negli insegnamenti della scuola Deobandi.

La via dei pashtun

Le tribù che popolano le terre selvagge e montagnose dell’Afghanistan vivono di detti e proverbi: sono il loro pane quotidiano, uno dei loro principali modi di esprimere sentimenti, emozioni e pensieri. E se si vuole comprendere quell’eterno puzzle incomponibile che è l’Afghanistan, non si deve fare altro che studiare i modi di dire dei popoli che lo abitano, in particolare dei pashtun.

Perché sono i pashtun il gruppo etnico predominante dell’Afghanistan. Sono i pashtun che, irriducibili, indomabili, pugnaci e fieri, sono al centro delle cronache dei conquistatori europei sin dai tempi di Alessandro il Grande. E sono i pashtun che, a quanto si dice, trovano sempre una via, anche quando giunti sulla cima di una montagna scoscesa, e portano sempre con sé una spada per difendere l’onore dell’islam e dei propri fratelli.

Addentrarsi nella mente e nel cuore dei pashtun è essenziale: il movimento talebano, invero, è una manifestazione politico-religiosa largamente appartenente all’universo pashtun, come mostrano e dimostrano l’identità etnica, i valori, il sistema organizzativo e la fede di coloro che ne fanno parte. Perché i talebani, proprio come i pashtun, credono nel pashtunwali (la via dei pashtun, altresì noto come il codice della vita) – pur avendolo distorto e strumentalizzato in conformità con la propria agenda –, si riuniscono nelle jirga (l’assemblea degli anziani), rispettano i capi-tribù (khan) e praticano una peculiare ed eterodossa forma di islam (deobandi).

Il pashtunwali, per certi versi, ricorda l’antico codice d’onore degli albanesi, il Kanun, e poggia su tredici pilastri, tre dei quali ritenuti fondamentali. I tre pilastri fondamentali sono l’ospitalità nei confronti del visitatore (melmastia), la concessione della protezione e della resa ai nemici che ne fanno richiesta (nanawatai) e la vendetta del sangue (nyaw aw Badal), la quale non conosce né limiti né tregua.

Gli altri dieci pilastri, che il tempo ha reso parimenti importanti ai primi tre, sono il dovere del coraggio contro gli invasori (turah), la fedeltà alla famiglia, agli amici e alla tribù (wapa), il rispetto del prossimo e del Creato (khegara), il rispetto per se stessi e la propria famiglia (pat aw Wyar), la difesa dell’onore delle donne (namus) e dei deboli (nang), la cavalleria (merana), la difesa dei costumi e delle tradizioni (hewad), la risoluzione dei conflitti attraverso l’arbitraggio (jirga) e la lealtà sempiterna ed incrollabile a Dio (groh).

Il groh spiega, ad esempio, perché i talebani siano contrari ad ogni forma di secolarizzazione ed estromissione del Sacro dalla vita pubblica. Il nanawatai, invece, esplica perché gli studiosi del Corano abbiano graziato i poliziotti, i militari e gli agenti governativi che hanno deposto le armi e cambiato casacca al primo (ed unico) avviso. E il turah è il pilastro che, sin dall’epoca di Alessandro il Grande, incoraggia i pashtun a difendere la propria terra con un senso di abnegazione più unico che raro.

Il tremendo nyaw aw Badal, invece, è il cardine che legittima tutte le brutalità che i talebani sogliono commettere nei confronti dei nemici né si arrendono né rinnegano il loro credo: dalle lapidazioni alle impiccagioni, e dalle torture agli stupri. Il nyaw aw Badal è il motivo per cui l’ultimo presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan fu scuoiato vivo, senza alcuna pietà, e poi appeso nel centro del centro di Kabul. Il nyaw aw Badal è il motivo per cui orde di afghani stanno cercando di lasciare la nazione e per cui molti altri, laddove non ci sono né telecamere né testimoni, stanno venendo giustiziati su ordine dei tribunali talebani.

La fede dei Talebani

Il pashtun, il temibile pastore-guerriero che nei secoli ha battuto macedoni, britannici, sovietici e statunitensi, trasformando l’Afghanistan nel Cimitero degli Imperi, non vive rispettando soltanto le norme non scritte del pashtunwali, ma anche osservando rigidamente i dettami degli imam e degli ulema aderenti alla scuola Deobandi.

Il deobandismo nasce all’epoca del Grande Gioco nell’attuale India. I fondatori, tra i quali si ricordano Fazlur Rahman Usmani, Mehtab Ali, Nehal AhmadMuhammad Qasim Nanautavi e Sayyid Muhammad Abid, credevano che la colonizzazione britannica del subcontinente avrebbe determinato un processo di decadimento dei costumi avente quale capolinea la totale de-islamizzazione. Uno scenario al quale i musulmani indiani si sarebbero potuti sottrarre soltanto in un modo: dando vita ad un nuovo Islam, più rigido, più puro, più etno-centrico e, soprattutto, più anti-imperialistico.

Questo tipo di islam, concepito per resistere alla colonizzazione civilizzatrice degli occupanti britannici, sarebbe stato foggiato all’interno della scuola Darul Uloom Deoband – istituita a Deoband, nell’Uttar Pradesh, nel 1866 –, dalla quale ha preso il nome. Influenzato dall’hanafismo, dal maturidismo e dalle pratiche di derivazione sufi, il deobandismo ha storicamente invitato i fedeli a vivere l’Islam come i puri antenati (al-salaf al-ṣāliḥīn) – similmente al wahhabismo – e ha conosciuto un’iniziale fase espansiva, perdurata sino al primo quarto del Novecento, che lo ha condotto tra La Mecca e Kuala Lumpur.

Il fattore etnocentrico, il focus sul ritorno alle origini e la centralità dell’impostazione anti-imperialistica, però, con il tempo hanno avuto il sopravvento sull’universalismo e sulla moderatezza, finendo con il determinare una radicalizzazione di quell’interessante ed intrigante scuola di pensiero che è (o fu?) il deobandismo.

La radicalizzazione degli insegnamenti deobandi è un fenomeno che ha preceduto e, in parte, accompagnato l’emergere della questione afghana, e dunque dei mujaheddin e dei talebani. Perché se ai tempi della fondazione il Nemico era rappresentato dai britannici, con l’avanzare della guerra fredda lo sarebbe divenuta l’Unione Sovietica. E i musulmani meno accondiscendenti verso l’imperialismo, nel 1979 come nel 1866, avrebbero trovato nel deobandismo un’ancora alla quale aggrapparsi per resistere alla forza travolgente della massificazione e per difendere la loro fede e il loro ethnos.

In definitiva, i talebani hanno saputo superare l’imponente ostacolo della frammentazione etno-tribalistica dell’Afghanistan facendo leva sul potere adesivo di quei due collanti che sono la cultura (pashtunwali) e la religione (deobandi). Due collanti che gli hanno permesso dapprima di legittimare l’instaurazione di un Emirato tanto chiuso (pashtun) quanto aperto (islamico) e dipoi di sopravvivere negli anni dell’occupazione euroamericana, prosperando e riproducendosi tra le montagne e le aree rurali, dalle quali hanno preparato pazientemente la riconquista dell’intero Paese.

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