A poco più di cento anni dalla nascita dell’Irlanda del Nord avanza il sì alla riunificazione dell’isola. Un nuovo sondaggio dell’Irish Times mostra infatti un consolidamento nella Repubblica d’Irlanda del gruppo favorevole alla prospettiva di uno Stato unico. Una tendenza che si sviluppa più lentamente nell’Ulster ma che presenta alcuni elementi indicatori di un possibile futuro addio di Belfast al Regno Unito. 

Secondo l’indagine statistica condotta dal quotidiano di Dublino il 64% degli intervistati residenti nella Repubblica ha dichiarato che in un eventuale referendum voterebbe a favore dell’unione. Il 16% si esprime contro tale prospettiva mentre la quota degli indecisi è ferma al 13%. Diversa è la situazione al nord: qui il 51% appare contrario, il 30% a favore e il 15% non ha ancora le idee chiare.  

A colpire è il calo dell’opposizione tra gli unionisti più oltranzisti. Il 23% dei protestanti nordirlandesi afferma che troverebbe quasi impossibile da accettare una vittoria del “sogno repubblicano”. Un anno fa a pensarla nella stessa maniera era il 32%. Aumenta inoltre il numero di chi vorrebbe si svolgesse un border poll: il 78% al sud e il 59% oltre il confine. In base agli accordi del Venerdì Santo del 1998 che hanno posto fine a quasi 30 anni di Troubles, il governo del Regno Unito è obbligato ad indire un referendum se apparirà evidente che la maggioranza della popolazione sia a favore dell’unione tra Dublino e Belfast.  

Una maggioranza netta degli elettori sia nella Repubblica che nell’Ulster si dice poi pronta a sostenere modifiche costituzionali in caso di un’Irlanda unita. In generale però bisogna tenere conto che, sebbene l’entusiasmo al sud appaia solido, precedenti consultazioni hanno mostrato una certa ansia tra gli elettori per un possibile peggioramento delle condizioni economiche in caso di riunificazione simile a quello verificatosi in Germania dopo la formale annessione nel 1990 dei territori della Germania dell’Est alla Repubblica federale tedesca.

Leo Varadkar, il giovane taoiseach (premier) irlandese, ha affermato di recente di essere convinto che vedrà un’Irlanda unita nel corso della sua vita e che il Paese è già “sulla strada per la riunificazione”. Un’affermazione che si è attirata le critiche del Democratic Unionist Party (Dup), il partito nordirlandese considerato in generale portavoce degli interessi di Londra.  

Sono diversi i segnali che vanno comunque nella direzione auspicata da Varadkar. In primis i cambiamenti demografici. Nell’Ulster, infatti, la popolazione cattolica ha superato quella protestante. A livello politico poi le elezioni del 2022 e del 2023 hanno mostrato come i nazionalisti repubblicani dello Sinn Féin siano ormai il primo partito al nord, un risultato che è previsto trovare conferma anche alle prossime elezioni generali in Irlanda. Persino le agenzie di scommesse ritengono adesso probabile un referendum entro il 2030.

Un’incognita per il lungo cammino verso l’unità dell’isola è però rappresentato dagli effetti della Brexit sulla politica nordirlandese. Il sistema di condivisione del potere tra il partito unionista e quello nazionalista stabilito dagli accordi del 1998 è andato in crisi anche per effetto dell’addio del Regno Unito all’Unione europea e il Dup, che percepisce Londra sempre più lontana, si è detto insoddisfatto per l’intesa di Windsor siglata quest’anno dal premier Rishi Sunak con Bruxelles.  

Intanto al sud la guerriglia urbana andata in scena il mese scorso nel cuore della capitale ha reso visibili le tensioni all’interno della società irlandese sull’immigrazione, la carenza di alloggi e un sistema sanitario pubblico inadeguato. Tutti temi sfruttati da gruppi di estrema destra e che Dublino dovrà affrontare prima che si possa realizzare una qualsiasi riunificazione con Belfast. Insomma, la strada per un’isola senza confini sembra tracciata ma sul suo eventuale successo non è ancora detta l’ultima parola.