SEO PER IL GIORNALISMO ENTRA NELLA NEWSROOM ACADEMY

Les jeux sont faits! Almeno per i prossimi cinque anni. Emmanuel Macron è nuovamente presidente dei francesi. Ma non ha intenzione di essere lo stesso presidente degli ultimi cinque anni, pur restando uguale a se stesso nei tratti fondamentali. E il momento del corteo verso il palco della vittoria è senza dubbio quello che poche ora fa ha raccontato meglio chi e cosa vorrà essere Macron nel suo secondo mandato.

Il discorso alla Tour Eiffel

La mente corre a cinque anni fa, in quella sera del 7 maggio 2017, quando l’outsider trentanovenne, visibilmente imbarazzato e teso, si avviava en marche verso il Louvre per tenere il suo primo discorso da presidente eletto. Cinque anni dopo, l’enfant prodige della politica francese ed europea sceglie una location ancora più iconica come la Tour Eiffel: ai piedi della Torre simbolo di Parigi e di tutta la Francia, migliaia di francesi che, dimentichi di ogni prudenza da pandemia, assaltano pacificamente gli Champ-de-Mars sventolando il tricolore mentre Monsieur le Président, in auto e blindato, attraversa la capitale in una sorta di nobile corteo. E se cinque anni fa quella camminata dinoccolata trasmetteva il gravame dei fardelli di un giovane presidente, ieri sera è andato in scena un democratico carosello che ha scortato pubblicamente il primo dei francesi.

Il corteo di ragazzi e bambini

La strada verso il leggìo, è stata ancora più palco del palco stesso. Abbiamo visto tornare la lenta marcia verso il discorso solenne, ma questa volta con elementi ben studiati e ancora più iconici. Il presidente non è solo, ma tiene saldamente per mano la première dame, la donna schiva che per i primi mesi dello scorso mandato ha attirato ogni genere di critiche e voyeurismo e che ha esercitato il suo ruolo lontano dai riflettori. Ora sfila orgogliosamente accanto al Presidente, quasi libero di ribadire quel legame che aveva fatto storcere il naso ai perbenisti gallicani. Il capolavoro d’immagine, tuttavia, è il minuto drappello di bambini e ragazzi che segue la coppia presidenziale: diverse fasce d’età, diverse etnie. Sono quelli della Next Generation Eu, ancora troppo giovani per votare, dei quali Macron si fa portavoce e cantore. Ma sono soprattutto i francesi di domani. L’immagine catturata dagli obiettivi ricorda nei passi, nella regia e nelle distanze un mix tra La libertà che guida il popolo e Il Quarto Stato.

Il bagno di folla e l’Inno alla Gioia

Poi, il bagno di folla. La piccola scorta di virgulti “consegna” ai francesi adulti il Presidente. E sono baci, abbracci, sorrisi e cori. Macron è la rockstar, e si atteggia a Obama francese. Immancabili, come nel 2017, le note dell’Inno alla Gioia, che segnano l’incedere del neoeletto: ancora una volta l’inno degli Europei prende il posto della Marsigliese, unica eccezione alla grandeur. Ancora una volta, e ora più che mai, il messaggio è duplice: ai francesi, affinché sia chiaro che Parigi non ha alcuna intenzione di mettere in discussione il modello europeista degli ultimi cinque anni e che la République, oltre ai tradizionali valori francesi dovrà continuare a sposare e plasmare i valori dell’Europa Unita. Ma il messaggio è soprattutto per gli Europei: Macron ha intenzione di essere ancora il “sindaco” d’Europa. Nell’incedere a suon di Beethoven sono sedimentati due anni di pandemia, l’eredità dell’asse franco-tedesco, la guerra in Ucraina e le innumerevoli telefonate quasi quotidiane a Vladimir Putin. L’ormai 44enne Macron non mollerà per niente al mondo quello che crede sia il suo destino manifesto e quello degli Stati Uniti d’Europa. Un terzo messaggio, presumibilmente diretto al suo omologo russo, è altrettanto palese: con la permanenza di Macron all’Eliseo l’Europa non cambierà rotta. Il presidente russo, come ha riportato Interfax, ha perfino inviato a Macron un messaggio di congratulazioni: Putin gli ha augurato il «successo» per il suo secondo mandato.

Un discorso breve

Una volta sul palco, non filtra nemmeno un momento di indugio o timidezza. Si tratta ora del politico navigato, del presidente dal passo sicuro che “concede” anche qualche lacrima prima del suo merci ai suoi “compatrioti”. Si tratta di un discorso breve e coinciso, tipico dell’incumbent che vince nuovamente e che interrompe il suo discorso a tratti per lasciar spazio ai cori che acclamano il loro beniamino. E nelle parole si concatenano la Francia “più indipendente” (un messaggio alla Nato e agli Stati Uniti?), l’Europa più forte, e il progetto di fare della Francia “una nazione ecologique”, messaggio quest’ultimo, che strizza l’occhio a tanti in patria e in Europa.

C’è spazio anche per la non scelta degli astensionisti (e il loro 28,01%) ma soprattutto per il popolo di Marine Le Pen: chiede di non fischiare l’avversario Monsieur Macron, perché, al di là dei modi affettati, sa benissimo che a quel 41,45% dovrà dare delle risposte: “Non sono più il candidato, ma il presidente di tutti e di tutte”: va in scena, dunque, il pater familias benvolente, che sa che non potrà prescindere dal consenso di quel 41% ma anche di quello della Francia dimenticata, delle banlieu, degli immigrati, del degrado, di tutti gli arrabbiati come i gilets jaunes. Un’era nuova che non sarà la continuazione del quinquennio che si chiude, ma quella di un «progetto «umanista, ambizioso per l’indipendenza del nostro paese, per l’Europa, repubblicano nei suoi valori, un progetto sociale, ecologico e fondato sul lavoro e sulla sua creazione» in cui «nessuno sarà lasciato sul ciglio della strada». Macron tenta di essere gollista, verde e socialista allo stesso tempo: un pigliatutti, insomma. La guerra in Ucraina trova un posto nello sciorinare le priorità nazionali, ma è soprattutto alla jeunesse francese under-35 che il presidente si rivolge più volte: quella per la quale l’astensionismo è stato il primo partito, i disincantati del “Ni Macron, ni Le Pen”.

Il secondo discorso della vittoria è stato, ancora più del primo, un puzzle di novità e tradizione. L’esibizione del senso di sé, la grandeur bonapartista, i cerimoniali da Re Sole, la retorica progressista del sogno, la celebrazione dell’Europeismo. Ma è stato soprattutto l’annuncio della sfida postmoderna di una Francia in transizione, frammentata e sfaccettata, disincantata come qualsiasi europeo negli ultimi due anni. È andato in scena il demolition man, come lo ha definito il quotidiano Le point due settimane fa, al primo turno. Riuscirà l’uomo che ha abbattuto l’ancien régime partitico a riconquistare un Paese intero?

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.