Il terreno vacilla sotto i piedi di bin Salman. L’elezione di Biden sembra confermare un atteggiamento di disimpegno verso la monarchia saudita che aleggia a Washington da tempo, ormai. “Le priorità dell’America in Medio Oriente dovrebbero essere fissate a Washington, non a Riad”, aveva dichiarato proprio Biden al Council on Foreign Relations, più di un anno fa. Adesso, nelle ultime ore, si aggiunge l’annuncio dell’interruzione del sostegno americano alla guerra in Yemen che conferma i timori sauditi. È proprio questo coacervo di fatti e mutamenti che potrebbe portare l’Arabia Saudita a volgersi verso Ankara.

Cui prodest?

L’erosione delle certezze di un tempo passa per una revisione della propria dicotomia amico/nemico: è quanto avvenuto con il Qatar con il quale la riconciliazione sembra essere compiuta. L’avvicinamento ad Ankara, inoltre, pare stia avvenendo anche attraverso un importante chaperon internazionale, ovvero gli Emirati Arabi Uniti: lo dimostra il gesto distensivo del ministro degli Esteri emiratino Anwar Gargash, il quale, in un’intervista a Sky News Arabia, ha sottolineato come Abu Dhabi non sia fiera delle acredini con Ankara, spianando la strada al dialogo.

Una futura cooperazione è ipotizzabile sui temi del commercio ma soprattutto della sicurezza. A questo proposito, infatti, è già stato compiuto un importante passo in avanti: i Sauditi produrranno droni sul modello di quelli turchi dopo che Ankara ha scelto di cederne i diritti. Il Regno dell’Arabia Saudita ha annunciato l’inizio della produzione del drone Haboob, che produce trasferendovi tecnologia dal drone Karyal di proprietà della società turca Vestel: sei velivoli saranno costruiti nel corso del 2021 per un totale di 40 aerei in cinque anni.

È il fattore economico che rende questo disgelo ancora più allettante. Gli Emirati Arabi Uniti sono il secondo partner commerciale della Turchia in Medio Oriente dopo l’Iraq, con 8 miliardi di dollari di scambi bilaterali nel 2019. La Turchia esporta una vasta gamma di merci nel Paese, dalle pietre preziose alle parti di aeroplani. L’Arabia Saudita, che fornisce alla Turchia petrolio e prodotti chimici, è uno dei suoi principali mercati regionali nonostante il calo delle esportazioni. Ergo, una distensione con Emirati e Arabia potrebbe essere anche un ottimo volano per l’economia turca ormai in stallo.

I nodi da sciogliere

Come prevedibile, uno dei nodi caldi nella costruzione di questa distensione è la questione della Fratellanza Musulmana. I funzionari turchi affermano che non ci sono stati contatti diretti o indiretti da Abu Dhabi e Riad che includessero richieste di cambiamento di politica nei confronti della Fratelli, pur consapevoli che questa rappresenti una priorità per gli stati del Golfo: le due nazioni vedono il movimento come destabilizzante e una minaccia per il dominio dinastico, e su questo non si discute.

Questa, tuttavia, non è l’unica divergenza fra le due potenze: i due si scambiano accuse reciproche di ingerenza negli affari interni; vi sono i pantani di Libia, Siria, Egitto e Iraq. Alcune delle loro differenze più acute riguardano l’Egitto, dove gli stati del Golfo hanno appoggiato il presidente Abdel-Fattah El-Sisi nel suo rovesciamento del 2013 dell’islamista Mohamed Morsi, che Ankara ha sostenuto, mentre i leader della Fratellanza hanno cercato rifugio in Turchia. La vicenda delle acque contese del Mar Mediterraneo orientale, poi, complica ancora di più il panorama dei rapporti internazionali di Ankara.

Anche la Turchia sembra frenare gli entusiasmi, dichiarandosi disponibile ad una distensione per gradi: il ministro degli esteri turco ha, infatti, riferito che Ankara avrebbe discusso con entrambe le nazioni del Golfo, ma avrebbe respinto l’idea di un accordo rapido, ponendo come condizione imprescindibile il fatto che gli Emirati Arabi Uniti dovrebbero abbandonare le politiche contrarie agli interessi della Turchia.

Ultimo, ma non per importanza, un nodo da sciogliere è proprio quello degli Emirati: questi saranno disposti a mediare fino a quando ciò porterà risultati alle piccole e potenti petromonarchie ma, al momento, non sappiamo fino a che punto. Il rilancio anatolico, infatti, serve loro per sopravvivere a quelle dinamiche che ora rischiano di smorzare la loro proiezione regionale. Ma dopo?

Tempi duri per bin Salman e Erdogan

Bin Salman e Erdogan sono due leader autoritari in forte difficoltà. Il primo rischia di perdere uno sponsor storico come gli Stati Uniti a causa di quell’effetto Biden che non sta tardando ad arrivare: l’era dell’intesa cordiale a mezzo Jared Kushner sembra essere archiviata. Riad ha bisogno di rafforzare il suo scudo difensivo e di coprirsi le spalle nell’area. A questo si aggiunge il pubblico ludibrio internazionale legato alle vicende Kashoggi, alla guerra in Yemen e ad una miriade di violazioni dei diritti umani.

Dall’altra parte, abbiamo un Erdogan in gravissima difficoltà, costretto a proteggersi a causa dei dissidi interni all’AKP, dai nazionalisti dell’estrema destra e dalla crisi inarrestabile della lira turca. Per sopravvivere, necessita di un dinamismo internazionale di qualità: in quest’ottica si spiegano anche le lusinghe all’Europa, Macron compreso. All’orizzonte, poi, gli Stati Uniti di Biden rischiano di realizzare una parziale riabilitazione di Teheran mediante il probabile ritorno all’accordo sul nucleare: un gesto che metterebbe nell’ombra i rapporti con Riad ed Ankara. Proprio quest’ultima potrebbe essere costretta a scegliere tra il riabilitare le proprie credenziali di Paese NATO oppure a fidarsi di un interlocutore forte come Riad.