Il raid del 18 giugno su un deposito della Mellitah Oil and Gas Company, di co-proprietà dell’Eni assieme alla libica Noc, lanciato dall’aviazione dell’Lna del generale Khalifa Haftar, è uno schiaffo anche all’Italia in un momento in cui Roma appare poco chiara sulla questione libica. Poco importa se all’interno del deposito vi fossero nascoste armi delle milizie fedeli a Fayez al-Serraj o meno; il punto è un altro e cioè che la situazione di stallo tra le due forze in campo non durerà in eterno.

Le due parti in causa si stanno rifornendo, il momento della resa dei conti sarà inevitabile e l’Italia prima o poi dovrà decidere da che parte stare. L’approccio del dialogare con entrambi e mantenere l’ago della bilancia dritto per non pendere da nessuna delle due parti in contesti come quello libico è utopico e difficilmente applicabile. La teoria dell”ago dritto” suona molto come un modo per tenere i piedi su due staffe evitando di prendere decisioni chiare. Del resto Roma è risultata fin da subito più vicina ad al-Serraj che ad Haftar, sono i fatti a parlare e per ovvi interessi: dalla protezione del gasdotto Greenstream e la costruzione dell’aeroporto di Tripoli, al controllo dei flussi migratori; bisogna però vedere a quale prezzo si porta avanti tale strategia e sia è vincente sul lungo periodo.

Ci sono due aspetti da tenere bene in considerazione, il primo è prettamente interno alla Libia e riguarda la galassia delle milizie islamiste che sostengono al-Serraj, il secondo è invece legato al contesto internazionale.

Le milizie, gli islamisti e la legittimazione di Tripoli e Misurata

Per prima cosa è bene tener presente che il governo di al-Serraj non gode del sostegno di un vero e proprio esercito, nessuna forza compatta, ma piuttosto una galassia di milizie di diversa estrazione (islamisti legati alla Fratellanza, salafiti, signori della guerra, ex membri dell’esercito libico, rivoluzionari ecc.) tenuti insieme prettamente da interessi particolari di tipo politico ed economico-finanziario.

I vari capi-milizia, nel tempo, sono riusciti a radicarsi sul territorio, dividendolo in piccoli “feudi” e mettendo in piedi una serie di attività che garantiscono loro introiti, in base a un vacillante meccanismo di oligopolio. Le milizie influenzano qualsiasi aspetto della vita nella Libia occidentale, dalla gestione del governo al controllo delle banche, dal mercato nero alla sicurezza degli impianti petroliferi. A parte questo, l’unico altro elemento che tiene assieme le varie milizie è la contrapposizione con Haftar.

C’è poi un altro aspetto di non poco conto, ben evidenziato sul Washington Post da Wolfram Lacher, riguardante il dissenso degli ex guerriglieri anti-Gheddafi nei confronti delle nuove milizie che lottano per il controllo politico-economico su Tripoli: “Negli ultimi tre anni la maggior parte dei membri di tali gruppi armati ha guardato con disgusto mentre le milizie lottavano per il controllo delle istituzioni statali a Tripoli. Una manciata di milizie ha istituito un cartello virtuale che ha supervisionato il saccheggio delle casse dello Stato, a beneficio di una piccola cerchia di politici, uomini d’affari e leader delle milizie”.

Bisogna inoltre chiedersi se sia veramente al-Serraj a controllare le milizie o se non siano invece le milizie a controllare lui, visto che sono proprio loro a garantire la sua sicurezza e il funzionamento del suo governo, cosa che gli esecutivi occidentali sanno molto bene.

Un ulteriore aspetto preoccupante, per quanto riguarda le milizie in sostegno ad al Serraj, è poi la cospicua componente islamista che include non soltanto combattenti dei Fratelli Musulmani, ma anche jihadisti di gruppi come Ansar al-Sharia ed Isis, come illustrato da un recente pezzo di Speciale Libia: “Dopo la ricomparsa al fianco delle milizie di Tripoli di Adel al-Rubaie, fanatico della Shura dei Mujahideen e membro di Ansar al-Sharia fuggito in Cirenaica, al fronte contro l’LNA sono scesi in campo anche Issa al-Busti, originario di Souq al-Juma, noto per la sua partecipazione ad attacchi terroristici in Cirenaica da parte di cellule collegate ad Ansar al-Sharia…Inoltre è stata confermata la presenza al fronte del terrorista Massoud al-Akouri, noto anche come Masoud al-Azari”.

E’ inoltre fondamentale ricordare che a fine maggio, durante gli scontri tra le milizie di al-Serraj e le forze del generale Haftar, veniva ucciso Mohammed Mohammed Mahmoud Ben Dardaf, terrorista ricercato dal governo della Libia orientale per l’assalto al consolato statunitense di Bengasi, avvenuto tra l’11 e il 12 settembre 2012, nel quale rimaneva ucciso l’ambasciatore Chris Stevens.

Il jihadista era impegnato nelle forze fedeli ad al-Serraj, nelle file della brigata Somoud e veniva centrato, a bordo di un mezzo blindato, da un missile anticarro “Kornet” di fabbricazione russa. Il gruppo jihadista “Ansar al-Sharia” aveva successivamente pubblicato messaggi di cordoglio per la morte di Ben Dardaf attraverso alcuni profili social.

E’ dunque possibile pensare di poter trovare una pacificazione in Libia cercando di sdoganare tali milizie e fornendo loro una piattaforma politica dalla quale operare? Difficile crederlo, perché implicherebbe la legittimazione politica di gruppi islamisti radicali legati alla Fratellanza ma anche jihadisti di stampo qaedista e dell’Isis e quindi una vera e propria premessa al disastro.

L’asse con Qatar e Turchia

Se la situazione interna al governo di Tripoli è quella precedentemente descritta, è bene tener presente da dove arriva il sostegno internazionale a Fayez al-Serraj e cioè daTurchia e Qatar, due paesi ben noti per essere le uniche due roccaforti rimaste all’organizzazione islamista radicale dei Fratelli Musulmani.

Oltre agli oramai documentati rifornimenti presso il porto di Tripoli e Misurata di mezzi blindati e armi da fuoco provenienti dalla Turchia, lo scorso 28 maggio l’Lna rilasciava un filmato con alcuni istruttori militari che addestravano miliziani parlando in lingua turca, fatto che ha destato scalpore e irritazione in quanto si tratterebbe dell’ennesima violazione dell’embargo sulle armi imposto dall’Onu in Libia. L’Lna accusava poi Ankara di aver inviato a Misurata un C-130, in data 29 maggio, con a bordo consiglieri militari da affiancare alle milizie islamiste. Numerosi membri delle milizie pro-Serraj, feriti durante le battaglie di Bengasi e Derna, venivano inoltre curati in diversi ospedali turchi mentre esponenti di media anti-Haftar venivano segnalati a Istanbul.

Il fatto che la Turchia sostenga le milizie islamiste anti-Haftar non è certo una sorpresa, visto che la medesima cosa è stata fatta in Siria con i vari gruppi jihadisti anti-Assad, dai cosiddetti “ribelli moderati” a gruppi qaedisti e dell’Isis: dai rifornimenti di armi, poi scoperti dai media turchi e non senza conseguenze nei confronti dei reporter, ai jihadisti curati negli ospedali in territorio turco.

Erdogan, legato all’area della Fratellanza, ha tutto l’interesse a rifornire e sostenere gli islamisti nella Libia occidentale in quanto conta sempre meno alleati in un Medio Oriente che vede i Fratelli Musulmani messi al bando in Egitto, Siria, Arabia Saudita ed Emirati e con il Qatar che era stato isolato dai suoi “vicini” del Golfo proprio per il supporto ai Fratelli Musulmani e a milizie jihadiste in Siria.

Non bisogna poi dimenticare che Erdogan è acerrimo nemico del presidente egiziano Abdelfattah al-Sisi, fautore del contrasto all’islamismo radicale della Fratellanza e colui che ha militarmente sostenuto la rivolta del popolo egiziano contro l’ex presidente islamista Mohamed Morsy. Non è certo un caso che, proprio in seguito al decesso di Morsy lo scorso lunedì, Erdogan ha puntato il dito contro il Cairo ed ha definito Morsy “un martire”.

Per quanto riguarda il Qatar, è sufficiente ricordare che da Doha pontificava il leader spirituale dei Fratelli Musulmani, Yusuf Qaradawi, che aveva invocato al jihad in Siria.

A sostenere Haftar ci sono invece Arabia Saudita, Emirati, Russia e indirettamente anche la Francia, mentre gli Stati Uniti, seppur apparentemente disinteressati al conflitto libico, osservano da lontano mentre nel frattempo Trump cerca un modo per mettere fuorilegge i Fratelli Musulmani, senza dimenticare che uno degli assalitori del consolato Usa a Bengasi combatteva nelle file di al-Serraj.

A questo punto è lecito domandarsi quanto potrà resistere al-Serraj nella situazione in cui si trova e per quanto turchi e qatarioti potranno proseguire con il sostegno, ammesso che questo risulterà effettivamente utile sul lungo periodo.Tutti aspetti da valutare attentamente a Roma.

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