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La guerra culturale fra progressisti e conservatori che infiamma l’America ha introdotto nel dibattito pubblico delle nuove definizioni e termini a loro volta derivati perlopiù dal mondo accademico e giornalistico: cancel culture, woke supremacy, e non ultimo la Critical race theory (Crt), la “Teoria critica della razza” nata in seno al mondo degli studiosi della New left americana degli anni ’70 e ’80 e agli studiosi di diritto e giurisprudenza afroamericani – come il defunto docente di Harvard Derrick Bell o Kimberlé Williams Crenshaw – e diventata oggi uno dei pilastri del politically correct e del pensiero postmodernista che circola nei campus americani e circoli più progressisti d’America. La teoria critica della razza, così come descritta dalla UCLA School of Public Affairs, “riconosce che il razzismo è radicato nel tessuto e nel sistema della società americana. Il razzismo istituzionale è pervasivo nella cultura dominante”. Ufficialmente, il movimento intellettuale che porta avanti tale teoria è nato in un seminario del 1989 guidato da Crenshaw, Neil Gotanda e Stephanie Phillips al St. Benedict Center di Madison, Wisconsin, anche se molte delle idee alla base della teoria critica della razza erano nate, come già accennato, nel decennio precedente.

Se secondo Carl Schmitt, “la storia del mondo è storia di lotta di potenze marinare contro potenze di terra e di potenze di terra contro potenze marinare” e per Karl Marx la storia è fatta di una dialettica fra sfruttatori e oppressi, per i sostenitori della Critical race theory le questioni sociali, culturali e legali vanno affrontate in relazione alla razza e al razzismo. Inoltre, la “supremazia bianca”, attraverso il “razzismo sistemico”, esiste e mantiene il potere attraverso la legge e una visione della storia vista sotto la prospettiva dei bianchi. Per tale motivo non dovrebbero sorprendere le battaglie ideologiche dei crociati del politicamente corretto contro i simboli del passato: la storia è stata scritta dai bianchi e, dunque, è nei fatti un riflesso del “razzismo sistemico”. Ne consegue, secondo questa “teoria”, profondamente segnata da una sorta di costruzionismo sociale, che i bianchi sono intrinsecamente razzisti e dovrebbero sentirsi in colpa per i privilegi di cui hanno goduto nel corso della storia.

La diatriba della teoria critica della razza

Molti studiosi e accademici hanno criticato la teoria critica della razza e i suoi sostenitori spiegando che essa fomenta il razzismo dei neri contro i bianchi e dunque una guerra cultura insuperabile. Tra questi c’è il giudice Richard Posner della Corte d’Appello del Settimo Circuito degli Stati Uniti, il quale ha sostenuto, nel 1997 che la teoria critica della razza “volta le spalle alla tradizione occidentale dell’indagine razionale, rinunciando all’analisi per la narrativa”. Inoltre, rifiutando l’argomentazione ragionata, i teorici della razza critica, “rafforzano stereotipi sulle capacità intellettuali dei non bianchi”. L’ex giudice Alex Kozinski, che ha prestato servizio presso la Corte d’Appello del Nono Circuito, ha criticato i teorici critici della razza nel 1997 per aver sollevato “barriere insuperabili alla comprensione reciproca” e quindi eliminando opportunità di “dialogo significativo”.

La tesi di fondo dei progressisti che sostengono questo movimento culturale-intellettuale è che chi si oppone alla teoria critica della razza è fondamentalmente razzista. Come spiega al Time Priscilla Ocen, professoressa alla Loyola Law School, “la teoria critica della razza invoca una società egualitaria, una società giusta e una società inclusiva, e per arrivarci dobbiamo individuare gli ostacoli al raggiungimento di una società di questo tipo”, dice. Sempre secondo il Time, infatti, la teoria critica della razza “offre un modo di vedere il mondo che aiuta le persone a riconoscere gli effetti del razzismo storico nella vita americana moderna”. Secondo la testata liberal The Atlantic, i conservatori e i politici del Gop sono semplicemente “ossessionati” dal dibattito sulla Critical race theory.

I repubblicani vietano l’insegnamento della teoria nelle scuole

Secondo l’ultimo sondaggio condotto da Rasmussen Reports, il 43% degli elettori repubblicani statunitensi crede che insegnare la teoria critica della razza nelle scuole pubbliche peggiorerà le relazioni razziali in America. Solo il 24% pensa che insegnare la Crt migliorerà le relazioni razziali, mentre il 17% pensa che non farà molta differenza e il 16% non è sicuro. Come spiega l’Osservatore repubblicano, sempre più stati – non solo a guida Gop – stanno attuando misure contro l’insegnamento della teoria critica della razza nelle scuole: Arizona, Arkansas, Florida, Idaho, Iowa, Louisiana, Mississippi, Missouri, New Hampshire, Nord Dakota, Oklahoma, Rhode Island, Carolina del Sud, Sud Dakota, Tennessee, Texas, Utah, Virginia dell’ovest e Wisconsin. Come riporta il Washington Times, il governatore repubblicano del Texas Greg Abbott ha firmato una legge, nelle scorse ore, per vietare l’insegnamento della teoria critica della razza nelle scuole e del progetto 1619 del New York Times, celebre inchiesta del quotidiano che guarda alla storia del Paese mettendo al centro il fenomeno dello schiavismo, arrivando a mettere in discussione la bontà della Costituzione emanata nel 1787.

Il Gop, dunque, ha dichiarato guerra a una teoria che vuole riscrivere la storia. Poco prima di lasciare la Casa Bianca, l’ex Presidente Usa Donald Trump ha emesso un ordine esecutivo – poi revocato da Joe Biden – vietando “la formazione sulla diversità e la sensibilità razziale” nelle agenzie governative, compresa tutta la “spesa governativa relativa a qualsiasi formazione sulla teoria critica della razza”. Fu convinto da un’intervista rilasciata dall’attivista conservatore Christopher Rufo su Fox News che descriveva “i programmi di teoria critica della razza nel governo” come “il culto dell’indottrinamento”. A marzo il senatore Tom Cotton, repubblicano dell’Arkansas, ha presentato un disegno di legge che cercava di vietare l’insegnamento della Crt perché – osserva – è una teoria profondamente “razzista”. Secondo the Federalist, la teoria critica della razza “è qui in America e coloro che lo supportano non si fermeranno davanti a nulla per agire come se non fosse un grosso problema”, mentre il commentatore conservatore Mark Levin spiega che si tratta di un’altra teoria “razzista”. In qualunque modo la si veda, la teoria critica della razza pare dividere un’America sempre più pericolosamente polarizzata sui principi fondamentali e sulla sua stessa storia. Una china molto pericolosa per la più grande democrazia liberale del mondo.