Il volto delle strade e dei palazzi in Kosovo è cambiato, al posto delle pubblicità che si scorgevano nei mesi precedenti sono comparsi i volti dei candidati delle elezioni anticipate in Kosovo che si terranno oggi domenica 6 ottobre. Sono circa un migliaio a contendersi i 120 seggi (di cui 20 riservati alle minoranze presenti all’interno dello Stato), il che significa circa un candidato ogni 1800 abitanti. Un numero incredibilmente alto considerato che la popolazione stimata non raggiunge neppure i due milioni. Le entità politiche sono 23, di cui 3 coalizioni e 20 partiti. Di questi, solo quattro hanno reali possibilità di giocarsi la vittoria: il Partito democratico del Kosovo (Pdk), la Lega democratica del Kosovo (Ldk), Vetëvendosje (Vv) e infine la coalizione formata dall’Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak) e Partito socialdemocratico del Kosovo (Psd). Altrettanti a contendersi la carica di primo ministro: Kadri Veseli (Pdk), Vjosa Osmani (Ldk), Albin Kurti (Vv) e infine Ramush Haradinaj (Aak-Psd).

Ramush Haradinaj, il primo ministro uscente

Assieme ad Albin Kurti, Ramush Haradinaj è probabilmente l’esponente politico più conosciuto anche a livello internazionale di queste elezioni. Uomo forte e carismatico, proviene da un villaggio nei dintorni di Decan. Noto per essere stato uno dei principali combattenti dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), dopo la fine del conflitto armato si è reinventato politico fondando l’Aak, che fin dalla nascita ha fatto del nazionalismo il proprio cavallo da battaglia.

Ha rivestito la carica di primo ministro in due occasioni e in entrambe ha rassegnato le dimissioni: nel 2008 per comparire come imputato di fronte al Tribunale penale internazionale dell’Aia per la ex Jugoslavia – processo dal quale è stato assolto anche in appello; nel 2019 dopo essere stato chiamato sempre a L’Aia per essere interrogato in veste di accusato. La chiamata a L’Aia gli ha valso una grande popolarità, tanto che qualcuno è arrivato a definirlo un martire.

Il candidato della coalizione Aak-Psd ha condotto la propria campagna elettorale sul suo ruolo per evitare qualsivoglia scambio di territori con la Serbia, ritenendo l’appuntamento del 6 ottobre un referendum per i confini del Kosovo. Lo stato confinante è l’oggetto della sua battaglia politica ed è difficile comprendere quali passi avanti possano essere fatti nel dialogo con lo Stato serbo in caso di sua vittoria. Haradinaj, infatti, è il promotore e sostenitore dei dazi alle merci importate dalla Bosnia e dalla Serbia.

Albin Kurti, la guida di Vetëvendosje

Se Haradinaj ha un passato militare all’interno dell’UCK, Albin Kurti ne ha uno politico. Lavorò nell’ufficio di Adem Demaci, quando questi divenne il rappresentante politico del movimento guerrigliero. Fu anche rappresentante del movimento studentesco di Pristina, ragione per cui venne arrestato nel 1999 e processato da un tribunale serbo, venendo rilasciato solamente due anni dopo grazie alle pressioni internazionali.

Nel 2005 ha fondato il movimento Vetëvendosje (in italiano autodeterminazione), che si posizionava in netto contrasto con i partiti presenti allora e con la linea perseguita dalle organizzazioni internazionali. La prima apparizione elettorale risale al 2010, riscuotendo un discreto successo: il 12% che valse allo schieramento 14 seggi in Parlamento.
Kurti – e di conseguenza il partito – era ed è tuttora un sostenitore dell’unione tra Albania e Kosovo, bensì le sue posizioni si siano con il tempo ammorbidite: se all’inizio dell’avventura politica di Vetëvendosje questo era un punto fermo del programma, oggi non lo rinnega ma non lo ritiene neppure una priorità.

Il punto di forza, però, risiede nel fatto di non aver mai partecipato ad alcun governo fino a oggi. Kurti e il movimento sono sempre stati all’opposizione. Questo gli permette di parlare di corruzione e criminalità organizzata senza poter essere vittima di attacchi da parte degli altri schieramenti politici.

Kadri Veseli, il leader del partito fondato da Hashim Thaci

Anche Kadri Veseli, il candidato del Pdk, ha un passato nell’Uck, fu anzi tra i suoi fondatori. Certamente meno noto dei sopra citati contendenti, dal 2016 guida il partito che all’interno della precedente legislatura vantava più seggi. Prima la figura di rilievo era Hashim Thaci, attuale presidente della Repubblica.

Il Pdk ha incentrato la propria campagna elettorale principalmente sulla lotta alla corruzione, proponendo a tutti gli schieramenti che corrono per il Parlamento di firmare un patto contro la corruzione, affermando che “nessun partito è esente da errori” e che “la gente si aspetta cambiamenti e una nuova realtà”: la proposta è stata rigettata al mittente pressoché da tutti. Non per l’oggetto, quanto per il soggetto proponente.

Oltre a questo, il Pdk sembra essere molto vicino agli Stati Uniti d’America. Negli ultimi comizi, infatti, gli esponenti del partito hanno più volte ribadito l’importanza dell’alleato oltreoceano. Un chiaro segno di questa vicinanza sono i manifesti che vedono Veseli stringere la mano al Presidente Trump. Non solo questo, nello staff del candidato compare anche Sam Nunberg, che fino al 2015 era il consigliere politico di Trump.

Vjosa Osmani, la possibile prima donna al vertice del governo

Vjosa Osmani, candidata di Ldk, non è solo l’unica donna a contendersi la carica più importante del governo in Kosovo, bensì anche la più giovane. Classe 1982, Osmani è originaria di Mitrovica, città da cui è partita la campagna elettorale dello storico partito fondato da Ibrahim Rugova (soprannominato il Gandhi dei Balcani).

Alla fine di agosto, dopo la scelta del candidato da parte dell’assemblea del partito, Osmani ha ricevuto l’endorsement del Cdu di Angela Merkel attraverso il parlamentare Nikolas Lobel. Un sostegno importante, considerato il ruolo che la Germania vuole giocare nel dialogo tra Kosovo e Serbia. Ed è quest’ultimo aspetto a essere stato il centro del discorso del partito. Osmani punta sulla linea dura: innanzitutto ha ribadito che sarà lei in prima persona a portare avanti il dialogo, in secondo luogo ha affermato che dalla Serbia pretende l’ammissione di quanto commesso ai danni dei kosovari albanesi, nonché la condivisione delle informazioni per ritrovare le ancora 1700 persone che rimangono scomparse. La giustizia è l’elemento per raggiungere una pace duratura. Secondo l’ultimo sondaggio, la Lega democratica del Kosovo è data come vincitrice con il 32%, tuttavia le sorprese nei Balcani sono sempre dietro l’angolo

Le divisioni nella comunità serba

All’interno della comunità serba non si può parlare di incertezza, considerato che il risultato sembra essere quasi scontato. Nel 2017, dei dieci seggi riservati alla minoranza serba, nove furono ottenuti dalla Lista Serba, a distanza di due anni la situazione non ha subito grandi sconvolgimenti. Eppure il malumore e il dissenso hanno cercato di prendere forma, portando alla nascita della coalizione Sloboda (in italiano “Libertà”), in cui il principale schieramento è il Progressivo partito democratico guidato da Nenad Rasic e che durante l’ultimo appuntamento elettorale non è riuscito ad arrivare a 2mila voti, ottenendo di conseguenza un solo seggio in parlamento.

Ma le critiche da parte di questa neonata coalizione sono da tenere in considerazione. Rasic, infatti, ha contestato alla Lista Serba di essere semplicemente uno strumento politico del presidente Vucic e di non tenere conto delle differenze che intercorrono tra chi vive nel Kosovo settentrionale e chi nelle enclavi all’interno del Paese.

Al tempo, anche Sloboda non ha vissuto un periodo finale sereno: il video in cui Rasic invita i serbi in lingua albanese a votare ha spaccato l’entità politica e Dragisa Miric, leader di uno dei partiti che forma la coalizione, ha invitato i candidati a ritirarsi. Nonostante i dissensi, è improbabile che la Lista Serba possa subire uno smacco il 6 ottobre.