Dopo mesi di relativo stallo, le truppe governative siriane appoggiate dalla Russia continuano ad avanzare verso il nord di Idlib: di recente, il presidente Bashar al Assad ha ripreso il controllo di Saraqib, città strategica da un punto di vista geografico. L’avanzata governativa ha però inasprito i rapporti tra Turchia, impegnata in prima persona nella guerra civile, e la Siria. La tensione ha raggiunto il suo massimo picco pochi giorni fa, quando otto soldati turchi sono rimasti uccisi in un raid siriano. Attacco a cui il presidente Recep Tayyip Erdogan ha reagito bombardando a sua volta i militari siriani e minacciando un intervento ancora più duro se le truppe di Damasco non si ritireranno entro fine mese. Attualmente, secondo quanto denunciato dal ministro della Difesa di Ankara, le forze governative hanno circondato tre checkpoint installati a Idlib dalla Turchia, che ha a sua volta mobilitate le sue truppe lungo il confine in previsione di un nuovo intervento armato nella regione. Al di là di quello che sarà l’esito di questa escalation tra Turchia e Russia, l’ostinazione di Ankara nel non voler abbandonare Idlib è la prova della politica espansionistica turca. Ma non è la sola.

Le mire su Idlib e Rojava

“Se l’accordo continua ad essere violato, abbiamo un Piano B e un Piano C. I nostri punti di osservazione resteranno dove sono (…) Se ci saranno problemi, noi faremo ciò che è necessario”. Parole dure quelle pronunciate dal ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, che ha reso chiara la posizione della Turchia in merito all’avanzata russa e siriana a Idlib. Secondo Ankara, le forze di Damasco devono fare un passo indietro nel rispetto dell’accordo siglato tra le parti a settembre del 2018 e più volte violato tanto dalla Turchia quanto dalla Siria. Il Piano legittimava la presenza di punti di osservazione militari turchi in territorio siriano, ma con il solo obiettivo di permettere alla Turchia di monitorare le milizie presenti a Idlib e avviarne il disarmo e lo smantellamento. Niente di tutto ciò, però, è mai accaduto e anzi i combattenti jihadisti hanno continuato a ricevere supporto da Ankara, determinata a mantenere il controllo dell’area il più a lungo possibile.

In diverse occasioni si è in realtà parlato di uno scambio di territori tra Turchia e Siria, secondo cui Ankara avrebbe rinunciato a Idlib per avere in cambio il permesso di attaccare i curdi nel nord-est, come è effettivamente accaduto il 9 ottobre 2019. Il Rojava non a caso è l’altra parte di territorio siriano su cui il presidente Erdogan è riuscito ad allungare le mani, occupando militarmente la fascia lungo il confine che va da Serekanyie ad Ain Issa. In quest’are, profonda 32 chilometri, Ankara ha intenzione di costruire dei villaggi per i profughi siriani residenti in territorio turco. La Turchia ospita infatti 3.6 milioni di immigrati e il presidente Erdogan preme da tempo per il loro rimpatrio con il duplice obiettivo di riguadagnare il favore degli elettori e ripopolare a suo piacimento una zona particolarmente sensibile. Il Sultano vorrebbe infatti installare nel nord-est la popolazione araba a discapito di quella curda, mettendo così in sicurezza il confine e indebolendo non solo l’amministrazione autonoma del Rojava ma anche il Pkk turco.

Il neo-ottomanesimo

La sempre più evidente politica espansionista della Turchia in Siria, così come l’interesse di Ankara verso il Medio Oriente e l’Africa del Nord sono valse al Paese anatolico l’accusa di noe-ottomanesimo. Il termine è stato più volte usato per descrivere la politica estera del partito Giustizia e Sviluppo dell’attuale presidente, basato su una visione idilliaca del passato dell’Impero ottomano e sulla religione islamica quale principale cifra identitaria turca. Nella pratica, ciò si traduce in una politica estera che mira a rendere la Turchia un attore di primaria importanza a livello regionale, anche attraverso l’espansione territoriale del Paese. Come sta accadendo per l’appunto in Siria.

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