I progetti delle grandi potenze globali convergono sempre di più sull’Africa. Oltre a Cina, Russia e Stati Uniti c’è però un quarto attore da considerare, le cui attività nel Continente nero risalgono agli anni Novanta: il Giappone. Gli investimenti di Tokyo nello sviluppo delle infrastrutture e della tecnologia degli Stati africani sono ingenti, e non fanno che aumentare: vediamoli nel dettaglio.

Uno sviluppo necessario

Il capolavoro della diplomazia giapponese in Africa ha un nome: Ticad. Questo acronimo, che significa Tokyo International Conference on African Development, indica una serie di summit organizzati dal governo nipponico e dall’Onu sin dal 1993. Agli eventi, che ad eccezione del 2016 si sono sempre tenuti in Giappone, partecipano più di 40 capi di Stato africani: tra il 28 e il 30 agosto prossimi, a Yokohama, avrà luogo la settima edizione, il cui tema sarà Avanzare lo sviluppo dell’Africa attraverso le persone, la tecnologia e l’innovazione. Secondo i suoi promotori, Ticad getta le basi per progetti “degli africani”, nei quali il Giappone svolge il ruolo di agevolatore attraverso investimenti e know-how: molti degli accordi tecnici e commerciali con Tokyo sono stati firmati proprio durante la conferenza, che di fatto è un ottimo veicolo di propaganda per il governo di Shinzo Abe in termini di politica estera. Non a caso, tra il 2007 e il 2017 l’investimento diretto estero del Giappone in Africa è passato da 3,9 a 10 miliardi di dollari. Per Shigeru Ushio, direttore Affari africani presso il ministero degli esteri giapponese, “entrare nei mercati africani è una questione di vita o di morte per le nostre imprese”, come dichiarato da lui stesso in un’intervista rilasciata a Jeune Afrique. Ushio ritiene infatti che mettere le conoscenze nipponiche al servizio dell’Africa, particolarmente in campi d’eccellenza come le infrastrutture o la geotermia, sia il modo migliore per dare la possibilità di svilupparsi a nuove start-up locali, approfittando al tempo stesso di legislazioni più rilassate e agevoli in termini burocratici.

Le infrastrutture sono la chiave per il successo

Infrastrutture, quindi: non sorprende come il Giappone abbia scelto di partire da qui, sviluppando ambiziosi progetti su scala sovra-regionale: un esempio tra tutti è costituito dal porto di Mombasa, considerato di importanza capitale poiché capolinea dell’autostrada transcontinentale – l’Inter-African Highway 8 – che collegherà Lagos, in Nigeria, alla città keniana. I lavori per lo stabilimento portuale sono iniziati nel 2012, con il supporto diretto dell’Agenzia giapponese per la cooperazione internazionale: nel 2016 una seconda iniezione di capitali nipponici (340 milioni di dollari) ha permesso l’inizio del cantiere per la realizzazione di un secondo terminal, aumentando sensibilmente capienza e possibilità di attracco per navi fino a 20mila tonnellate di portata lorda. L’intero progetto è nelle mani della Toyo Construction Co., che non è certo la sola compagnia giapponese impegnata nella regione: scorrendo la lista pubblicata sul sito dell’Overseas Construction Association of Japan, si contano ben 16 aziende di costruttori del Sol Levante attive in 22 Paesi africani. Un’opera emblematica dell’impegno nipponico nella zona è il ponte di Jinja, in Uganda, costato 140 milioni di dollari e situato in una posizione cruciale all’incrocio dei diversi corridoi autostradali dei Grandi Laghi; ma vi è anche il riammodernamento del porto di Nacala, in Mozambico, realizzato dalla Penta-Ocean e dalla Toa Ltd., per il quale sono stati stanziati 232 milioni di dollari. Tra gli altri progetti spiccano la nuova rete di trasmissione elettrica per l’area metropolitana di Kampala, la fornitura di una serie di droni per vigilare sulle condizioni della rete stradale in Ghana, e la posa di un cavo transoceanico tra Angola e Brasile (Sacs), il primo nell’Atlantico meridionale, realizzato dalla Nec Corporation di Tokyo e ritenuto un enorme passo in avanti per le telecomunicazioni di tutto il continente africano, ora direttamente e saldamente collegate al Sudamerica.

Un mercato su cui puntare

Oltre alle infrastrutture, il Giappone dialoga con i mercati, sia import che export, e con le nuove tecnologie, come dimostrano le 796 aziende nipponiche attive in Africa nel 2017. Alcune di queste, come la start-up Nippon Biodiesel Fuel in Mozambico, hanno creato un solido network di fornitori e agricoltori legati direttamente alle proprie attività. Il Ruanda, la cui industria del caffè sta venendo spinta in avanti dall’arrivo di tecnici e consulenti ministeriali giapponesi, è un’altra destinazione chiave, così come lo Zambia nell’ambito della coltivazione del riso. Ma il settore dove gli esperti del Sol Levante sono più attivi è quello energetico e minerario, come dimostra la presenza di uffici delle principali Corporation nipponiche: con la sua sede in Sudafrica, ad esempio, è attiva la Japan Oil, Gas and Metals National Corp., che da qualche anno si occupa dei rilievi per l’individuazione del petrolio in Kenya e dello sviluppo del gas naturale in Mozambico. La Sumitomo è invece sbarcata nel principale porto del Ghana, Tema, con un impianto a turbine costato 903 milioni di dollari, con la previsione di generare il 10% della futura energia del Paese. Non mancano neppure i grandi nomi: Yamaha ha sviluppato un sistema di purificazione dell’acqua a basso consumo già in uso in Angola, Congo e Ghana, mentre Sanyo e Mitsubishi hanno acquisito importanti quote del brand di cibi istantanei Olam Foods, allo scopo di inserirsi stabilmente all’interno del mercato nigeriano.

Come abbiamo visto, i fronti sono molti ed estremamente eterogenei; l’attività innovatrice del Giappone, basata su una sinergia tra investimenti privati e supporto da parte delle agenzie governative e dei ministeri responsabili dei singoli settori, non accenna a fermarsi, e ha il potenziale per contribuire attivamente allo sviluppo di industria e tecnologia in Africa. Il summit Ticad VII, previsto per fine mese, saprà dirci quali nuove finestre verranno aperte sul Continente nero in termini di sviluppo e ricerca: nel frattempo, la terra del Sol Levante guarda a ovest.