Non si può dire che la guerra tra Thailandia e Cambogia sia terminata, perché tecnicamente non ce n’è mai stata una. Ci sono stati degli scontri, degli scontri durissimi che hanno coinvolto artiglieria, aerei da combattimento, lanciarazzi e mortai, ma che non si sono trasformati in un conflitto vero e proprio.
Complice l’intervento diplomatico della Malesia nei panni di presidente di turno dell’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (Asean), e pure quello di Donald Trump, con tanto di chiamata ai leader thailandesi e cambogiani, e minaccia di tariffe pesantissime in caso di mancata risoluzione delle controversie attraverso mezzi pacifici, Bangkok (sostenuta da Washington) e Phnom Penh (da Pechino) hanno concordato un cessate il fuoco “immediato e incondizionato”.
Tutto risolto dunque? Neanche per idea. La tregua raggiunta è fragile, può rompersi da un momento all’altro e, soprattutto, non ha risolto i problemi (territori di frontiera contesi e non solo) alla radice. Lungo le aree più calde del confine terrestre che divide i due Paesi la tensione resta altissima, tra mezzi corazzati schierati e soldati in pattugliamento costante. Basta una scintilla, un errore individuale di un militare, un’incomprensione per vanificare ogni sforzo diplomatico fin qui effettuato.

Cosa succede tra Thailandia e Cambogia
In Cambogia c’è sempre al potere Hun Manet, figlio del potentissimo Hun Sen, mentre in Thailandia il governo è adesso guidato da Anutin Charnvirakul, recentemente succeduto alla prima ministra Paetongtarn Shinawatra, non in grado di gestire le scintille con Phnom Penh ed estromessa in seguito a uno scandalo diplomatico.
“Se il presidente Trump può aiutare a persuadere la Cambogia a rispettare questi termini dell’accordo di pace, sarebbe il benvenuto, e garantirebbe che la Thailandia non subisca ulteriori ingerenze”, ha dichiarato Charnvirakul confermando, di fatto, che la situazione è ancora complicata.
Anche perché lo scorso 6 ottobre la faida di confine è passata dal campo di battaglia all’economia. Hun Sen ha infatti ordinato ai suoi connazionali di boicottare i beni e la valuta thailandesi, di usare valuta cambogiana o dollari statunitensi. Sul fronte opposto, invece, il Thailand Mine Action Center ha dichiarato di aver scoperto 2.470 ordigni inesplosi, compresi proiettili di artiglieria, oltre a mine antiuomo e anticarro sepolte o abbandonate lungo il confine dopo l’escalation degli scontri a luglio.

Il rischio di un nuovo scontro
Il confine tra i due Paesi, lungo circa 800 chilometri, rimane ancora chiuso, con conseguenti lamentele da parte dei cittadini (per non poter più spostarsi da una nazione all’altra) e degli investitori internazionali (per milioni di dollari di mancati introiti).
Ad agitare ulteriormente le acque, il 3 ottobre, un articolo del New York Times – smentito sia da Pechino che da Bangkok – ha raccontato che la Cina avrebbe fornito alla Cambogia le armi utilizzate durante i combattimenti di luglio. Citando “rapporti dell’intelligence militare thailandese”, secondo il quotidiano statunitense il gigante asiatico avrebbe inviato a Phnom Penh razzi per lanciatori terra-terra BM-21 di epoca sovietica, proiettili di artiglieria obici e pezzi di artiglieria per mitragliatrici antiaeree.
La versione ufficiale fornita dalla Cina è che le armi Made in China erano state consegnate alla Cambogia nell’ambito di un’esercitazione militare annuale cinese programmata con il Paese lo scorso maggio (e cioè prima degli scontri). In tutto questo Bangkok e Phnom Penh continuano ad accusarsi a vicenda di fomentare l’isteria xenofoba tra le loro popolazioni e di mentire sugli scontri lungo la frontiera montuosa che resta ancora blindata.


